Cristina Meschia – Inverna (Autoprodotto/I.R.D., 2018)

Studio, ricerca, doti naturali, musica padrona dell’immaginario estetico: tutto questo riassume e accorda Cristina Meschia, artista e interprete di Verbania, che a novembre ha pubblicato (dopo “Intra” del 2016, disco in dialetto dedicato alla sua terra), un nuovo album, “Inverna”, questa volta impegnato a riproporre canti della tradizione lombarda, ispirati al lavoro di Nanni Svampa e del Nuovo Canzoniere italiano. Voce e arrangiamenti folk-jazz convergono a rendere eleganti e raffinati i nove brani, scelti con gusto ma anche col colto equilibrio di chi ha studiato e conosce a fondo un repertorio. E se è la stessa Cristina a curare la produzione artistica, il bravissimo pianista Gianluca Tagliazucchi ha dato un contributo fondamentale nel perfezionare la fragranza jazz del suono di questo album, arrangiato dal trombettista Giampaolo Casati. A suonare, oltre allo stesso Tagliazucchi, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e basso elettrico, Marco Moro al flauto, Manuel Zigante al violoncello, Umberto Fantini al violino, Julyo Fortunato alla fisarmonica, ukulele, vibrandoneon, Gilson Silveira alle percussioni e Alessio Menconi alle chitarre. Che cos’è l’inverna? un vento, quel vento che va e torna tra Milano e il Lago Maggiore; l’ispirazione arriva dal romanzo “La stanza del Vescovo” dello scrittore di Luino Piero Chiara (“l’inverna è il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla Pianura Lombarda e risale il lago per tutta la sua lunghezza”); e non è forse questo il viaggio musicale di Cristina Meschia, in questo disco così delicato? Tutto comincia con Enzo Jannacci, quello degli esordi, quello del primo album: “La Milano di Enzo Jannacci” del 1964; un disco quasi interamente in dialetto, presentato dal grandissimo Luciano Bianciardi. La canzone scelta da Cristina, “E L’era tardi”, è di una struggente malinconia; rende subito l’immagine di una Milano in bianco e nero, una Milano del dopoguerra, quando alla sera tardi anche l’aver fatto insieme la guerra e essere usciti vivi da bombe e fucilate non salva dall’indifferenza e dalle altre necessità della vita piccolo-borghese. 
Una canzone contro la guerra, anche soprattutto della guerra nella e per la vita quotidiana. Dopo la guerra, arriva l’amore, con“Bell’usellìn del bosch” - un brano di tradizione popolare, molto famoso in alta Italia – e “Oh Mamma la mè mamma il muratore”. Dopo la guerra e dopo l’amore non potevano certo mancare i canti di lavoro, proprio a sottolineare quell’equilibrio evocativo a cui abbiamo già fatto riferimento. Il primo è “Povre Filandere”, nato nelle filande del Bergamasco, alla fine dell’Ottocento, e poi diffuso in Brianza, nel Cremonese e in Veneto, ovunque sorgesse l’industria serica e si verificasse la migrazione stagionale delle lavoratrici; situazione non dissimile da quello delle mondine, ricordate, nel disco, dal classico “Bella ciao delle mondine”, la cui origine è, come noto, alquanto contestata; potremmo dire: è nato prima l’uovo o la gallina? E ancora “Senti le rane che cantano”, antico canto di monda, che racconta del ritorno alla risaia dopo tanti giorni di lavoro. “El pover Luisin” è invece un canto lombardo nato dopo le guerre d'indipendenza in Italia. Con “De tant piscinìn che l’era” entriamo in osteria, con un brano del “barbapedana” Enrico Molaschi. Chiude l’album una ballata di Nanni Svampa a cui idealmente è dedicato l’intero lavoro. Si tratta della struggente “Gh'è anmò on quaivun”, con la sua coinvolgente atmosfera che arriva da un passato lontano, dove c’è chi ancora canta senza spingere il bottone di un Juke box e chi non ha la Seicento e dorme per strada. Passato lontano quindi, ma non troppo. Di certo reso vivo e attuale dalla passione per la tradizione e la ricerca di una giovane artista, che per questo lavoro ha preso ispirazione proprio dall’Antologia della Canzone Lombarda di Svampa. Del resto, a scorrere il curriculum della Meschia - cominciando dai suoi primi studi di clarinetto e passando poi al canto e al Conservatorio di Cuneo, fino ad arrivare alla più recente Officina Pasolini e agli “Inni e canti di lotta” di Giovanna Marini - si resta impressionati per la serietà, la vocazione all’approfondimento, l’amore per lo studio, che sa trasformarsi in un lavoro diretto, semplice, gradevole, che rimanda e suscita mille curiosità, linguistiche e sonore. Cristina Meschia è un’artista seria e appassionata. Merita molta attenzione. 



Elisabetta Malantrucco
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