Claude Debussy, sono per la libertà e per rendere solo ciò che sento

Abbiamo ascoltato rispettosamente i loro imbonimenti e comprato la loro paccottiglia (…), abbiamo adottato i procedimenti di scrittura più contrari al nostro spirito, le esagerazioni meno compatibili con il nostro pensiero; abbiamo subito le orchestre sovraccaricate, la tortura delle forme, il lusso smodato, i colori sgargianti (…)». Restando in ambito francese, per dare risalto alla vivacità caratteriale di Debussy, è stato utile rileggere alcuni suoi scritti riferiti ai conservatori e al “Prix de Rome”, con il quale le istituzioni musicali francesi erano solite premiare i giovani talenti, offrendogli un soggiorno a Roma (presso Villa Medici), per approfondire gli studi e la conoscenza della musica italiana. Debussy vinse tale premio. Pur “senza sputare nel piatto nel quale aveva mangiato”, lo criticò aspramente, essendo assegnato in base al giudizio di una sola “cantata”. Per lui, in questo modo era “impossibile giudicare o capire se i giovani conoscessero il mestiere di musicista”, pertanto avrebbe preferito che si fosse preso in considerazione il rilascio di un “certificato di studi superiori”, permettendo ai giovani talenti di andare in giro per l’Europa con fini formativi, dando loro l’opportunità di studiare con un maestro scelto in autonomia, riprendendo così «… le belle tradizioni di un tempo, quando gli artisti erano fieri del loro maestro e capaci di rispetto tra loro, perché se combattevano per l’Arte, lo facevano senza la ferocia che caratterizza i nostri tempi».  Poco lusinghiere furono le parole spese nei confronti della musica moderna italiana, facendo riferimento soprattutto al mondo della lirica, pensata per soddisfare i gusti del grande pubblico (“che di belle opere non se ne intende affatto”), proponendo melodie «tagliate a fette e divise in parti secondo vecchie e assurde regole». Eravamo nel 1909 e, da più parti, Debussy aveva ricevuto critiche per il suo “Pelléas”: «So benissimo che non si può canterellare o fischiettare nessun pezzo della mia opera, e sono consapevole che nessun frammento della mia musica avrà mai gli onori di un organetto né di una pianola. Inutile precisare che ne sono entusiasta. Non c’è canto nella vita: ci sono ritmi, atmosfere, colori, ma queste cose, anche se variano incessantemente, si succedono senza soluzione di continuità per l’eternità».  Il “Pelléas et Mélisande” prende spunto dal dramma del poeta simbolista Maeterlinck ed è, senza dubbio, una delle opere più rappresentative del compositore francese, da diversi contemporanei “etichettato” (come pure in varie storie della musica, più o meno recenti) come un impressionista, accostamento sempre rifiutato dal diretto interessato. 
Quando un giornalista glielo chiese senza giri di parole - “Lei monsieur Debussy è un impressionista?”-, rispose: «… Per quanto mi riguarda, posso solo dirle che la mia principale ambizione per la musica è quella di farle rappresentare la vita il più da vicino possibile». Nell’aprile del 1902, sulla “Revue d’histoire e de critique musicale” venne pubblicato il resoconto di un’intervista condotta da Louis Schneider, alla vigilia della prima rappresentazione pubblica del “Pelléas”. L’intento era di far conoscere alcune caratteristiche della poetica debussiana (cercando di “rendere il più fedelmente possibile le idee del musicista”), dando quindi risalto al rapporto tra “frase e ritmo”, alla teoria degli “accenti”, ai contrastati rapporti con Maeterlinck, al ripudio del “lirismo a getto continuo”, alla ricerca della “semplicità”: «Vogliono farlo passare per una persona complicata - scriveva Schneider -, mentre lui è il musicista più invaghito della semplicità che io conosca».  Sempre in merito alla stessa opera, è significativa l’intervista di Robert de Flers, pubblicata su Le Figaro, il 16 maggio 1902, nella quale Debussy, fece garbatamente notare come sia impari il rapporto con certi critici “che hanno il diritto di giudicare in un’ora lo sforzo, la fatica, la gestazione di più anni”: dodici, per l’esattezza. Le critiche (alle quali Debussy ebbe modo di controbattere schiettamente) furono riferite alla mancata resa dell’essenza poetica del dramma, alla linea melodica “mai affidata alla voce e sia sempre nell’orchestra”. In merito alle “emozioni”, l’idea del compositore fu quella di rendere “fuse e simultanee” quelle musicali e del personaggio, secondo una melodia definita dall’autore “quasi antilirica”, rivendicando peraltro di poter fare un uso di armonia, ritmo e melodia secondo un proprio modo di sentire e con procedimenti compositivi che nulla devono a Wagner. Nel 1904, il giornalista Paul Landormy, chiese lumi “sullo stato attuale della musica francese”. Debussy rispose evidenziando «clarté, eleganza, recitazione semplice e naturale; la musica francese vuole per prima cosa procurare piacere». Da cui l’elogio verso Couperin e Rameau, e la critica a Gluck e Wagner, ma anche verso Berlioz: quest’ultimo, riferì, «non è affatto un musicista; lui dà l’illusione della musica con procedimenti presi dalla letteratura e dalla pittura (…)». Di César Franck disse che l’azione esercitata sui compositori francesi fu limitata. Di contro, espresse elogio per Massenet il quale aveva «… capito il valore vero dell’arte musicale. Bisogna liberare la musica da ogni influenza scientifica. La musica deve con umiltà cercare di procurare piacere; ci sono grandi possibilità di bellezza in questi confini. 
L’estrema complicazione è il contrario dell’arte. Bisogna che la bellezza si senta, che ci procuri un godimento immediato, che si imponga o si insinui in noi senza che a noi si richieda il minimo sforzo per coglierla. Guardate Leonardo da Vinci, guardate Mozart. Sono questi i grandi artisti». In un’intervista del 1908, rilasciata a New York, Debussy parlò della sua musica e del suo modo di essere, confessando di vivere «in un mondo immaginario, sospinto da ciò che mi suggerisce il mio mondo intimo non da influenze esterne, che mi distrarrebbero soltanto senza nulla darmi. Provo una gioia squisita a scavare profondamente in me e so che solo in questo modo può uscire qualcosa di originale da me». Debussy riscontrò positivamente la musica degli americani (che non sono “germanizzati”, diceva), inoltre si appassionò, musicandole, a due opere di E. A. Poe - “La caduta della casa degli Usher” e “Il diavolo nel campanile” -, per le quali si affrettò a far sapere che mai avrebbe seguito la forma impiegata per il “Pelléas” giacché, specificò, «non ho nessuna intenzione di ripetermi così come non ho nessuna intenzione di imitare chi mi ha preceduto.  È per questo che quando non ho nulla da dire, non mi lascio tentare dalla scrittura. L’ispirazione che ho trovato in Poe è fatta di qualcosa che è totalmente diverso da ciò che ho sentito in Maeterlinck, e penso che l’opera avrà lo stesso successo della prima nel senso che si procurerà un egual numero di nemici e un egual numero di amici». Restando ancorati al rapporto di Debussy con la letteratura pare opportuno scrivere in merito al “Martyre” (1911), per il quale collaborò con Gabriele D’Annunzio. Fu un’occasione per rivitalizzare la musica sacra, a parere del compositore “ferma al XVI secolo” e per la quale riteneva fosse necessario un atteggiamento, un particolare stato di grazia, dal quale anche lui si sentiva lontano. Tuttavia, dichiarò, che il “Martirio di San Sebastiano” «… mi ha sedotto soprattutto per quell’insieme di vita intensa e di fede cristiana che vi ho trovato. Purtroppo ho tempi molto stretti. Avrei avuto bisogno di mesi di raccoglimento per comporre una musica adeguata al dramma misterioso e raffinato di D’Annunzio». Senza troppo entrare nel merito della composizione, comunicò al giornalista che lo intervistò (Henry Malherbe) lo stato d’animo con il quale scriveva il proprio “sogno musicale”, cioè «… con il più completo distacco da me stesso. Voglio cantare il mio paesaggio interiore con il candore ingenuo dell’infanzia (…). Bisogna sforzarsi di essere un grande artista per se stessi non per gli altri. Voglio osare, essere me stesso e soffrire per la mia verità. 
Coloro che sentono come me non potranno che amarmi di più. Gli altri mi eviteranno, mi odieranno, Non farò nulla per conciliarmi con loro (…). Il giorno in cui non susciterò più nessuna controversia, me lo rimprovererò amaramente. In quelle opere, dominerebbe per forza la detestabile ipocrisia che consente di accontentare tutti».

Monsieur Croche antidilettante, per scrivere e parlare di musica
Un aspetto poco noto della produzione letteraria fu l’attività di giornalista e di critico che Debussy esercitò per diversi anni, scrivendo per alcuni giornali e riviste francesi (“La Revue blanche”, “Gil Blas”, “Musique” e “Le Figaro”, a partire dal 1901). Di recente, per “il Saggiatore”, è uscita la monografia - “Monsieur Croche”-, che riprende e amplifica l’edizione curata, nel 1987, da François Lesure. L’edizione italiana è stata affidata a Enzo Restagno, autore di un’articolata introduzione. La traduzione dei testi è di Anna Battaglia la quale, in una nota finale, ha manifestato le difficoltà incontrate nella traduzione, dato che il compositore possedeva un modo di esprimersi assai personale. Ha scritto di aver dovuto lottare «… contro il rischio di far parlare a Debussy una lingua paludata e didascalica, quella che avrebbe potuto appartenere a una critica tradizionale, e neutralizzare così la sua originalità, la libertà di tono che pervade da cima a fondo la raccolta, di spegnerne la discorsività, il registro colloquiale e la concisione».  L’opera è un’arricchente lettura. Senza dubbio aiuterà a meglio comprendere l’animo di Debussy e i tratti caratteristici della sua poetica in ambito compositivo nonché le sue idee rispetto all’utilizzo della musica nella società. Nel testo, sono briose le conversazioni di “Monsieur Croche”, personaggio di fantasia, alter ego dell’autore, grazie al quale vengono messe in luce osservazioni taglienti sul mondo contemporaneo, confrontando i gusti musicali del presente e del passato.    

Ascolti e cenni biografici
La musica di Debussy scorre nei nostri pensieri, tra luci e ombre, tra oggetti e simboli, tra idee musicali capaci di raccontare la gioia e i tormenti, le leggende, la natura, i colori, i luoghi nei quali i suoni talvolta sembrano dissolversi nel sogno, altre volte riportano chi ascolta con i piedi ancorati alla terra, ma sempre avendo rispetto per ciò che è umano, senza forzature o ammiccamenti tipici di chi scrive per soddisfare i gusti del pubblico. I titoli delle composizioni di Debussy sono semanticamente eloquenti, come pure le relative indicazioni agogiche. 
Ricordiamone liberamente alcuni, portando la mente ai corrispettivi suoni e ai silenzi evocativi: “Le Petit Berger; Voiles; Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir, Passepied; Musiciens; Clair de lune; Arabesque (Deux Arabesques); L’isle Joyeuse; Sarabande; Danses sacree et danse profane; Rêverie; La Fille Aux Cheveux De Lin; Reflets dans l'eau; Nocturnes”. Dopo i suoni, tornerà utile riportare alcuni cenni biografici (tralasciando i tormentati dettagli sentimentali), partendo dal 22 agosto 1862, a Saint Germain en Laye, cittadina nella quale il piccolo Claude Achille nacque. A sette anni, iniziò a prendere lezioni private di piano. Tre anni più tardi entrò in conservatorio, a Parigi, studiando pianoforte e composizione. Nel 1884, è a Roma, dopo aver vinto il “Prix de Rome” con la Cantata “L’Enfant Prodigue”. Tra le opere giovanili, ricordiamo “La damoiselle élue” (1888) e “Cinq poèmes de Baudelaire” (1889).  Nei primi anni Novanta il riconoscimento per il “Prélude à l’aprés-midi d’un faune” (1892), inoltre i “Nocturnes” e il “Quartetto d’archi” (1893). In prime nozze, nel 1899, sposò Rosalie Texier. La prima del “Pelléas et Mélisande” è del 1902. Nel 1905, dalla relazione con Emma Bardac, nacque la figlia Emma-Claude (affettuosamente soprannominata “petite Chouchou”) alla quale, nel 1908, dedicò i “Children’s corner”. Nello stesso anno finì di comporre “La mer” (“trois esquisses symphoniques”, tre schizzi sinfonici). Come anticipato, nel 1911, su testo di Gabriele D'Annunzio, compose “Le Martyre de Saint Sebastien”. Nel 1915, venne operato di tumore. Morì nel 1918, a Parigi, durante l’infuriare della guerra. Le esequie riposano nel cimitero di Passy.  

Coda. 
A distanza di cento anni dalla dipartita, Debussy rimane uno dei compositori colti più apprezzati e seguiti anche nel web. In suo onore, nel corrente anno, sono stati organizzati concerti, rassegne, conferenze, mostre e pubblicati libri e cd.  Tra i video, segnaliamo quello del regista Raphaël Wertheimer con l’acrobata Yoann Bourgeois, sulle note di “Claire de lune”. L’ars di Debussy avrà lunga vita e non solo in ambito musicale, giacché sue diverse composizioni, negli anni, sono state apprezzate e utilizzate in ambito teatrale, multimediale, pubblicitario, cinematografico e televisivo. Fuori dai contesti (spesso autoreferenziali) del mondo “classico”, abbiamo scelto di ricordare con stima Claude Debussy, compositore di straordinaria sensibilità e raffinatezza, riferimento nel panorama musicale europeo del primo Novecento, che seppe ricercare il nuovo secondo uno stile proprio, rinnovando e arricchendo le forme e le armonie tradizionali, con sensibilità anticonvenzionale, avendo sempre grande rispetto e ammirazione per “i mille suoni della Natura” - feconda stimolatrice dei sensi umani -, di cui la musica è parte in quanto, per esprimerci con le parole del compositore francese, “è una matematica misteriosa i cui elementi partecipano dell’Infinito”


Paolo Mercurio

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