Balarù – Gravure (Felmay, 2018)

I Balarù nascono nel 2015 dall’incontro tra Andrea Beltrando (organetti diatonici), Francesco Cavallero (ghironda e voce), Andrea Lopomo (bouzouki, banjo tenore e voce) e Ilario Olivetti (cornamuse, clarinetti, flauti e cori), quattro giovani, ma già esperti, strumentisti piemontesi con alle spalle una solida esperienza maturata suonando in Italia e in Europa in diverse formazioni, impegnate nella riproposta di balli tradizionali. Spinti dall’esigenza di gettare nuova luce sulle musiche tradizionali legate alle forme coreutiche e nel contempo di superare gli stereotipi e l’appiattimento che troppo spesso caratterizza il bal-folk, hanno dato vita ad un rigoroso percorso di ricerca, ascolto ed analisi dei materiali popolari, partendo dal fondamentale lavoro compiuto da tanti ricercatori a partire dagli anni Sessanta ad oggi. In questo senso, non casuale è stata anche la scelta del nome del gruppo (Balarù é in piemontese chi ama ballare) che racchiude perfettamente il senso e la mission del loro progetto artistico. Dopo un inteso rodaggio di circa due anni, spesi tra stage, concerti e ricerche sul campo è nata l’esigenza di cristallizzare su disco il lavoro compiuto che li ha portati ad arricchire via via il loro repertorio. Il risultato è “Grevure”, album che raccoglie dodici brani in larga parte tradizionali, selezionati da un ampio corpus di registrazioni e studi, nel cui solco si sono inseriti proponendo una cifra stilistica raffinata ed originale. Nelle molteplici letture che possono essere date al titolo (che in piemontese vuol dire “incisione” o “intaglio”) va certamente evidenziato come questo disco abbia il pregio di dare nuova linfa a questo straordinario patrimonio musicale, il cui valore culturale non può essere ristretto alla sola dimensione coreutica. Tutto ciò lo si comprende ascoltando con attenzione gli arrangiamenti declinati in modo da avere un respiro più ampio nella scena bal-folk francese ed europea. Riscopriamo, dunque, perle spesso semisconosciute provenienti dalle diverse aree del Piemonte (Val Chisone, Canavese, Val Varaita, Roero, Valli di Lanzo, ecc) alle quali si affiancano pregevoli composizioni inedite. Aperto da “Ciamo scusa/L’amore è” che intreccia una Martina, canto tradizionale proveniente dal repertorio di Amerigo Vigliermo e il Coro Bajolese, e un circolo inedito composto da Cavallero, il disco entra subito nel vivo con la splendida “La femme d’un tambur” e “La polka di Quintino” proveniente da Balme, Valli di Lanzo e che era suonata da Quintino Castagneri, maestro della banda del paese. Si prosegue prima con “La Diana” legata allo Storico Carnevale di Ivrea e il chapelloise originale “Il profeta” e, poi, con la sequenza a tempo di valzer con “Gentil Galando/Vals à Fleuret”, la brillante melodia di “Courenta di Viù” melodia in quatto parti trascritta da Piero Fornell e il chapelloise “Chanson d’un buveur”. Se “Mountava la marmitta/A la modde d’Archamoura” piace per il trascinante dialogo tra i corde, organetto e ance, la successiva “Vilain d’Anglais/L’aiga verd” ci regala uno dei momenti più evocativi del disco. Il valzer “Dessur la fleur dalys” brano molto diffuso in Val Germanasca, ci accompagna verso il finale con la bourre “Chanter boire et rire rire” raccolta da Maurizio Oliva a Inverso Pinasca e lo sbrano “Brando a feu” danza principale di Roero. Il poetico valzer a cinque tempi “Crepuscolar” suggella un lavoro eccellente, impreziosito da un libretto curatissimo e ricco di dettagli sulle fonti da cui sono tratti i brani del disco. Da non perdere! 


Salvatore Esposito
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