Barbara Kostner e Paolo Vinati, Le registrazioni ladine nella raccolta di Alfred Quellmalz (1940-1941), Referat Volksmusik Bereich Deutsche und ladinische Musikschulen/Grafo, 2017 pp. 536, Euro 35,00 Libro con CD

Se da un lato la pubblicazione di registrazioni inedite costituisce sempre un arricchimento culturale nel colmare lacune e ampliare la prospettiva scientifica, dall’altro le premesse politico-ideologiche che orientavano la ricerca di Alfred Quellmalz, che qui viene presentata, aprono interrogativi sull’interpretazione di etnografie promosse dal regime nazista e condotte da studiosi pienamente aderenti all’ideologia del Terzo Reich. Perché tale era la posizione del musicologo Alfred Quellmalz (1899-1979), appartenente al berlinese “Staatliches Institut für Musikforschung”, che con la sua equipe multidisciplinare, il Gruppe Volksmusik – di cui faceva parte anche il folklorista austriaco Richard Wolfram, altra figura di spicco, convinto militante sostenitore del nazismo –, svolse l’indagine in area sudtirolese. Si trattava di un’estesa campagna di rilevazione dei beni materiali e immateriali, coordinata dalla Südtiroler Kulturkommission , dipendente da Deutsches Ahnenerbe (“Eredità degli antenati”), l’organizzazione scientifica delle S.S. tedesche, capeggiata dal Heinrich Himmler. Il contesto storico-politico nel quale agiscono i ricercatori è quello della cosiddetta “opzione”, vale a dire gli accordi stipulati tra l’Italia fascista e la Germania nazista nel 1939, che metteva i sudtirolesi di lingua tedesca e ladina di fronte alla scelta tra emigrare nel Reich (con il trasferimento lungo i confini orientali, in realtà una vera e propria deportazione), o restare nelle terre d’origine come cittadini italiani sottoposti a quelle violente azioni di italianizzazione sistematicamente praticate dal fascismo fin dal 1926 per le popolazioni alloglotte (si pensi anche all’attacco alla cultura slovena in territorio friulano-giuliano). Tra il 1940 e il 1942, Quellmalz svolse la sua ricognizione in Sudtirolo, nella Val Canale (in Friuli) e a Giazza (nel veronese), costruendo un corpus (la “Raccolta Quellmalz”, depositata oggi presso la Sezione di musica popolare all’interno dell’Area scuole di musica tedesche e ladine della provincia autonoma di Bolzano), di circa 3000 registrazioni su magnetofono (un ingombrante AEG K4, spostabile solo con l’impiego di un camion) di canti, musica strumentale, racconti e leggende e un archivio di oltre 1800 fotografie. La costellazione teorica con cui gli studiosi si mossero per la rilevazione era riconducibile ai principi ideologici e metodologici della ricerca folklorica e dei canti popolari di matrice tedesca; soprattutto, la campagna si prefiggeva di produrre un’immagine ripulita della cultura popolare altoatesina, reperendo evidenze della continuità culturale germanica e del carattere tedesco dell’Alto Adige nelle usanze, nell’architettura e nella musica popolare. Con ciò, restringendo il campo della ricerca, si privilegiò il repertorio “antico” di tradizione orale, lasciando, pertanto, fuori i canti popolari politicizzati, non documentando i canti anti-italiani che avversavano il fascismo, raccogliendo i canti degli optanti per la “patria” tedesca e tralasciando il gruppo linguistico italiano nella Bassa Atesina, e nell’area di Bolzano. Dopo la caduta del nazismo e la successiva chiusura deIl’Istituto berlinese, una volta “riabilitato” come studioso, Quellmaltz si recò più volte in Sudtirolo a partire dagli anni Cinquanta, accolto favorevolmente nel nuovo scenario politico locale con il nuovo stato italiano – com’è noto, non privo di tensioni –, anche in virtù del fatto che la sua opera aveva contribuito a conservare testimonianze della tradizione locale nella fase storica in cui il regime fascista aveva provveduto ad annientare culturalmente la minoranza di lingua tedesca. Il musicologo investì il suo impegno nel verificare sul campo e integrare le sue precedenti registrazioni, al fine di dare alle stampe il materiale raccolto, come avvenne tra il 1968 e il 1976. Oggi, il lavoro degli etnomusicologi Barbara Kostner e Paolo Vinati, “Le registrazioni ladine nella raccolta di Alfred Quellmalz (1940-1941)”, che porta come sottotitolo “Echi di una cultura minoritaria all’epoca del nazifascismo nel Sudtirolo”, offre una chiave di lettura critica, presentando la ricerca di Quellmalz in area ladina; il volume trilingue (tedesco, ladino e italiano), in 536 pagine con 90 illustrazioni, è edito da Referat Volksmusik di Bolzano e da Grafo (www.grafo.it, editore bresciano noto per la pubblicazione del periodico scientifico “La Ricerca Folklorica”). Il focus è sulle 173 registrazioni raccolte in terra ladina, in Val Badia e Val Gardena. La ricerca nelle vallate ladine portò Quellmalz a Corvara e San Vigilio di Marebbe; in queste due località giunsero i cantori della Val Badia provenienti dai paesi di Colfosco, Pescosta, Badia, San Cassiano, San Martino, San Vigilio, Pieve di Marebbe. In Val Badia registrò più di 100 brani tra musica e canti; degli 81 canti registrati 64 sono in lingua tedesca e 15 sono brani ladini; un singolo brano è in lingua italiana. Dopo altre rilevazioni, ritornò in area ladina a Ortisei e a Santa Cristina nella Val Gardena, dove registrò 62 brani musicali (31 canti raccolti di cui 11 in tedesco, 19 in ladino). I saggi di Manuela Cristofoletti (“Premessa”), Urusula Hemetek (“Le registrazioni ladine della raccolta Quellmalz. Tentativo di una collocazione all’interno della ricerca etnomusicologica sulle minoranze”), Barbara Kostner (“Luci e ombre in una raccolta di musiche tradizionali di epoca nazifascista”), Paolo Vinati (“Breve cenno sulle raccolte di musiche popolari condotte in Italia fino agli anni Sessanta del Novecento con l’uso di apparecchi per la registrazione audio”), Thomas Nussbaumer (“Le registrazioni di canti popolari in lingua tedesca di Alfred Quellmalz dalla Val Badia e da Gardena”), Paolo Vinati (“I canti ladini raccolti in Val Badia e Gardena”), Florin Pallhuber (“Sul repertorio strumentale”), Barbara Kostner e Paolo Vinati (“Nota alla trascrizione dei canti e delle musiche”) offrono la doverosa analisi critica con cui occorre maneggiare questi documenti storici di grande rilevanza. La terza parte del tomo concentra l’attenzione sulla trascrizione e sull’analisi del corpus musicale di canti (Kostner e Vinati) e di repertori strumentali (Pallhuber). Segue l’appendice con le schede personali su informatori ed esecutori della raccolta, le schede musicali e le fotografie. Il CD allegato al tomo contiene un’antologia di trentaquattro tracce, provenienti dalle bobine di Quellmalz che sono state digitalizzate in precedenza intorno ai primo anni del nuovo millennio. La scelta selettiva – mi dice Paolo Vinati in una comunicazione personale – deriva dalla volontà di fornire esempi di melodie strumentali e canti provenienti da entrambe le valli; di favorire la qualità dell’esecuzione, di riproporre brani conosciuti ancora oggi dalle comunità. Non da ultimo, è stato considerato il gusto personale dei due curatori, che hanno grande esperienza, visto che da tempo sono impegnati sul campo in quelle aree. È una consistente varietà di materiali, tra cui danze come polche, valzer, landler, boarische, marce e mazurche; i canti sono eseguiti da singoli cantori, coppie o cori vocali. Tra gli strumenti solisti troviamo armonica a bocca e zither, tra gli ensemble gli organici di clarinetti e fisarmonica e le bandelle. Sebbene non rappresenti una documentazione oggettiva, considerate la nefasta ideologia e pratica di dominio dell’uomo sull’uomo e di annientamento sottese alla ricerca, nonché i propositi propagandistici nell’uso della musica popolare, le registrazioni di Quellmalz possiedono uno straordinario valore storico documentaristico, consentendo l’ascolto di musica popolare praticata in Sudtirolo negli Anni Quaranta del Novecento in quella che è stata la prima sistematica campagna di fonoregistrazione (a parte le registrazioni prodotte da Giorgio Nataletti negli anni Trenta). Il volume di Kostner e Vinati, di lettura agevole, presenta per la prima volta il materiale sonoro e fotografico, corredato dalle trascrizioni musicali e testuali; è un contributo significativo per la storia delle comunità locali e, pur non essendo rivolto unicamente alla comunità scientifica, mette al centro questioni chiave per la ricerca musicologica ed offre, al contempo, un compendio di materiali sonori che interesseranno sicuramente i musicisti. 

Ciro De Rosa
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