Alan Wurzburger – Mi fermo a guardare la luna (Marocco Music/Aquadia, 2018)

Sbocciato musicalmente nella scena napoletana di fine anni Settanta, Alan Wurzuburger è uno di quei cantautori che, come dicono gli americani, “take it or leave it”. Nella sua cifra stilistica si intrecciano, infatti, i suoni e le ispirazioni della sua Napoli ma anche la sua vibrante urgenza espressiva nel raccontare e raccontarsi con tagliente ironia, senza filtri e senza timore di mostrare le cicatrici lasciate dalla vita. Tenendosi lontano dai grandi palchi e dal successo facile, il cantautore partenopeo, nel corso della sua carriera, ci ha regalato una serie di ottimi dischi che hanno trovato consensi anche all’estero. Il suo nuovo album “Mi fermo a guardare la luna” è, certamente, il vertice del suo percorso artistico, presentando nove brani di pregevole fattura, i cui arrangiamenti sono stati curati dal violinista Lino Cannavacciuolo (violino e mandoloncello) e nei quali spicca la partecipazione di alcuni eccellenti strumentisti napoletani come Sasà Pelosi (basso elettrico ed acustico), Paolo Del Vecchio (chitarre elettriche, acustiche e plettri) e Ivan Lacagnina (percussioni) a cui si aggiungono come ospiti le voci di Fede’n’Marlene. Gioielli come “Stati tu sulo”, il quadro familiare di “Figlia Mia” e la title-track rappresentano i punti di eccellenza di un lavoro in cui non mancano due episodi in cui spicca la pungente ironia di Wurzburger come “Tira Tira” e “superTrump”. In occasione dell’anteprima della rassegna “FoolkNight”, andata in scena al Club55 di Roma, abbiamo intervistato il cantautore partenopeo, ripercorrendo il suo cammino artistico per soffermarci sul suo nuovo album.

Come nasce Alan Wurzburger come artista?
Ho compiuto sessantatré anni quest'anno e se fai bene i conti nel 1968 avevo tredici anni.  Inizia tutto da là, precedentemente c'era mia madre che cantava e ballava a casa. Oggi mentre accordavo la chitarra mia mamma ha iniziato ha salticchiare e a cantare. Quando ero piccolo avevo già familiarità con i vari strumenti musicali. E' stata una cosa molto naturale perché di domenica a casa quando si pranzava, veniva il nonno, i fratelli e io prendevo la chitarra e l'accompagnavo mentre cantava. Gli anni Settanta sono stati, poi, molto formativi perché si ascoltava tanta musica di qualità. Oggi mi viene "un po' il freddo adesso" quando vedo che Baglioni sta ancora là che canta, mentre David Bowie è morto troppo presto. In quegli anni c'era già Claudio Baglioni con "Piccolo Grande Amore" e "Porta Portese" ma chi lo ascoltava? Io ascoltavo i Jefferson Airplane, i King Crimson, ascoltavo la musica! Questo è stato decisivo per la mia formazione. La musica oggi più di ieri rimane l'unico linguaggio universale e che arriva direttamente al cuore delle persone. Quando suoni qualcosa arriva sempre, questo è il fondamento.

Hai parlato di anni formidabili e in quei formidabili anni per fare il verso al libro di Mario Capanna è nato uno dei tuoi principali riferimenti di cui hai tradotto in napoletano anche una sua canzone...
Parli di Fabrizio De Andrè che in quegli anni era l'unico rappresentante italiano della canzone d'autore che io ascoltavo. Lui è stata una delle poche persone per le quali ho pianto quando è morto, perché ho avuto la sensazione che stava cambiando un’epoca, ed effettivamente è cambiata. Qualche anno dopo la sua morte, Dori Ghezzi invitò noi artisti napoletani a ricordare Fabrizio e ci chiese espressamente di tradurre le sue canzoni. Io sono andato un po' contro la mia natura perché in questo mestiere ti propongono qualsiasi cosa e toccare un testo di Fabrizio De André per me era un follia, ma alla fine tradussi un "Giudice". 

Andando alla scoperta del tuo percorso artistico. Hai esordito negli anni Settanta nella scena di Piazza Dante e con il tuo gruppo hai aperto addirittura un concerto della leggendaria Incredible String Band...
C'era un gruppo italiano che si chiamava gli Aktuala e suonavano tutti strumenti acustici.  Il gruppo di Piazza Dante era un gruppo spontaneo di sballatoni. Ci facevamo delle canne enormi in quegli anni che era proprio la ricerca di Dio, perché l'LSD venne pian piano qualche anno dopo. Questo gruppo nacque in modo semplice, naturale ma contava vari talenti. Oggi i ragazzi studiano, comprano gli strumenti e vanno a lavorare ma a noi non importava proprio questa cosa. Noi suonavamo e basta, ci bastava incontrarci per fare musica, avevamo un concerto molto libero della musica. Questa esperienza è durata un paio d'anni, giusto per permettermi di rimanere un po' nell'ambiente professionistico della musica. Tanto è vero che feci un lavoro con gli Osanna di Lino Vairetti ma questa cosa mi fece un brutto effetto. Scoprii una contraddizione ovvero che molti artisti sul palcoscenico sembrano dei santi, parlano di amore e sono bravissimi ma poi nella vita sono delle brutte persone, sono arroganti e scostumati. Questa cosa mi ha sempre allontanato dal punto della musica. Ovviamente ci sono delle eccezioni perché c'è gente eccezionale, ma la professione da alla testa con l'arte. 

Un tuo brano "Sapenno" fu scelto per la colonna sonora di un film diventato di culto: "FF.SS." - Cioè: "...che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?" di Renzo Arbore.
C'è un aneddoto su questo brano. Io mi sono sempre trovato fuori tempo perché quel brano si chiamava "Icognito" e Renzo Arbore lo cambiò  in "Sapenno" proprio al contrario. 

Nel tuo songwriting c'è molto blues penso per esempio ad "'A notte"...
Il blues è all'origine di tutto quando mi hanno detto che facevo blues, mi sono un po' meravigliato. 'O blues è 'O Blues, ma poi ho capito che è come dire che un brano ha o non ha swing. In questo senso ci può stare nella mia musica. 

"Io mi fermo a guardare la luna" è il tuo nuovo album e che rinnova la tua collaborazione con Lino Cannavacciuolo...
Vedere Lino Cannavacciuolo ad un proprio concerto non è una cosa da poco. E' un talento innato e c'è stata sempre una grande attrazione strumentale tra noi. E' capitato che lo chiamammo per farlo suonare nel mio primo disco, prodotto da PoloSud e da quel momento è nata una grande amicizia. Avere il suo apprezzamento per me che sono un ignorante e un autodidatta in musica è una cosa straordinaria. Ha lavorato in altri miei album ma con questo nuovo lavoro ho visto come la sua musica sia riuscita ad esaltare le mie canzoni. Ogni mia composizione nasce in modo semplice. Io non scrivo canzoni per venderle, vado completamente in contraddizione rispetto al mercato. Io scrivo canzoni perché ritengo che siano un mezzo per esprimere quello che penso, quello che sento. Scrivere una canzone è un privilegio. Non sono né un guaritore né altro. C'è un desiderio di fondo nelle mie canzoni ed è quello di mettere la pulce nell'orecchio di chi ascolta, vorrei far riflettere ed emozionare. Quando si fa spettacolo bisogna piacere alla gente e quindi l'artista deve ammiccare ma a me questo non mi interessa. Della gente non mi importa, sono certo che le mie canzoni arrivino a loro ma non mi importa il resto. Questa cosa mi ha rovinato la carriera perché un discografico che mi vede la prima cosa che fa è dirmi: vedi di toglierti da davanti e facci stare tranquilli.

Dal punto di vista degli arrangiamenti. Qual è stato il valore aggiunto che ha impresso Lino Cannavacciuolo?
Questi brani su cd hanno un arrangiamento meraviglioso. Io stesso mi sorprendendo quando ascolto il disco in macchina. Si compra tutto, anche le produzioni di un disco. Quando ci sono i soldi c'è tutto. Chi vuoi? Giorgio Gaber? Ma è morto? E le produzioni fanno rinascere anche lui. Come dire con i soldi si fa tutto. Questo disco è stato fatto per amore e per amicizia. Resto sempre meravigliato che in un mondo così squallido possa esistere questo tipo di sentimento. Parlando di musica, quando c'è questo tipo di sentimento in un disco la musica ti rimane. 

Nelle tue canzoni c'è sempre un taglio introspettivo, si canta anche di amore ma c'è anche politica mi viene in mente "Se io fossi il Capo dello Stato"... o la più recente "Tira Tira"...
Si parla da anni di lavoro nero e tutti conosciamo bene questo grande problema. Devo dire però meno male che c'è il lavoro nero perché staremmo veramente nella merda. Sarebbe bella una società perfetta dove tutto è regolare. L'Italia è l'Italia è un presepe bellissimo ma sono i pastori che fanno schifo. Gli italiani sono un popolo guasto. Io mi chiamo Wurzburger ma sono italiano e sono orgoglioso di essere napoletano. Se non riconosciamo ciò che è male e cioè che è bene siamo rovinati.

L'antidoto contro questo tirare a campare è un po' il fermarsi a guardare la luna?
Certamente si. Perché fermarsi a guardare la luna? Perché credo che il cuore sia diventato di legno in ognuno di noi. In buona parte delle case italiane che sia a pranzo o a cena sia mangia l'Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo e ci guardiamo la guerra in Siria con i bambini morti e le case distrutte, come se nulla fosse. Per tutti questa cosa sembra essere normale. Per me non lo è. Questa cosa ci ha ammalato questa cosa. Il fatto di sopportare questa cosa e guardarla addirittura con distacca ci ha rovinato l'esistenza, abbiamo perso la sensibilità, siamo diventati di legno. E' chiaro c'è l'intelligenza, la sensibilità, tutti tiriamo le nostre somme per convenienza. La realtà è che la civiltà moderna è diventata contraddittoria. Tutto questo bene non lo traduce.
Capirlo però fa bene perché credo nell'uomo. Quello che non sopporto è la stupidità, il farsi sopraffare dal nulla. Appena nati abbiamo anche un codice fiscale...

Quanto la musica ha cambiato la tua vita?
A me va stretto l'abito dell'artista a tutti i costi. Tutti abbiamo bisogno di crearci un'identità per dire: io sono questo o quello o quell'altro ancora. A me questa cosa mi è sempre pesata perché mi piace fare anche altro. Nella mia vita ho fatto tantissime altre cose. Ci sono stati momenti in cui nella mia vita ho pensato che in passato avevo suonato perché ero un ragazzo. Sono passati mesi in cui non ho toccato la chitarra. Ci sta nella crescita il momento in cui pensi che una fase è passata nella vita. Invece è bello poi ritrovare la musica perché la vita senza la musica è una vita di merda. C'è tanta musica bella che non si finisce mai di scoprirla. Ho mia madre che ha ottantacinque anni che si sveglia al mattino e accende la radio. Le ho portato a sentire il disco e stavamo in macchina al secondo pezzo è scesa e si è messa a ballare. 

Come è cambiato il tuo modo di scrivere e di raccontarti...
Nonostante l'età mi ritengo un'artista acerbo. Ho fatto cinque dischi e sono tanti ma non ho mai avuto grandi possibilità. Anche nei momenti in cui non suono o non faccio dischi, io continuo a scrivere canzoni. Ho tantissime canzoni ed è chiaro che quando si è fatta una produzione come Mi fermo a guardare la luna in questo disco menziono la luna spesso invece è stata voluta in questo modo.
Io ho una natura doppia, scrivo canzoni d'amore ma anche canzoni ironiche e pungenti come il pezzo che ho scritto contro Berlusconi.

Prima ci hai detto che nella tua vita hai fatto altre cose. Ad un certo punto hai cominciato a gestire un bar…
Ho cominciato tardi a professionalizzarmi nel mondo della musica. Per me è stata una grande vittoria già riuscire a mettere insieme le prime formazioni per arrivare al mio primo disco. Ho vissuto tutta la mia giovinezza come un uccello in gabbia, come quegli uccelli che tentano di sbattersi contro le sbarre per ammazzarsi. Ho alle spalle quindici anni trascorsi a combattere contro l'eroina, e per questo sono stato anche in carcere. La mia vita è stata molto tormentata. Ho avuto il classico e tipico mal di vivere della gioventù ma anche della mia generazione. La mia fortuna è stata che dopo i trent'anni la sorella di Alan Sorrenti mi portò ad un incontro buddhista. Da trent'anni sono buddhista e con questa religione ho allungato la mia vita di parecchio perché ho vissuto fino a trentadue, trentatré anni con un forte senso di autolesionismo. Ho tentato di ammazzarmi in tutti i modi ma non sono morto. L’uomo è imprevedibile, abbiamo un potenziale inespresso come esseri umani. Siamo in un’epoca formidabile in cui la scienza è a livelli eccezionali ma a livello spirituale siamo rimasti fermi al totem, non ci siamo mai evoluti. A me interessa fare rete con gli uomini di buona volontà a cui interessa mantenere vivo il cuore. Il cuore è un muscolo ma la mente è ingestibile e può produrre merda da far paura, ma può fare cose straordinarie, la mente può produrre valore. Il segreto della felicità sta nel creare valore per la propria vita e per quella degli altri. 

Salvatore Esposito



Alan Wurzburger – Mi fermo a guardare la luna (Marocco Music/Aquadia, 2018)
Coetaneo di Pino Daniele, Enzo Avitabile e Enzo Gragnaniello, nei primi anni 70, nel periodo aureo del prog italiano, Wurzburger, affascinato dai suoni acustici e world degli Aktuala, milita nel gruppo spontaneo dei Piazza Grande, arrivando ad aprire il concerto in città della Incredible String Band, godendo così di una momentanea popolarità. E’ un momento magico per la musica elaborata, e per il laboratorio Napoli che diventa il centro delle sperimentazioni ardite tra blues, jazz e tradizione. Potrebbe spiccare il volo Alan, ha capacità musicali e voce adatta, ma è indisciplinato, anche timido, fuori logica rispetto al concetto che piega la musica al personaggio inventato e alle logiche del mercato, ama suonare per strada, annusare gli umori della vita, respirare le vibrazioni del tempo, senza lacci né maschere, in piena libertà. Parte per Londra, vaga per l’Europa, il suo è un muoversi senza regole che lo fa anche scivolare fino a perdersi nella selva oscura della droga, fino a conoscere il carcere. La musica resta però riferimento continuo ed è, nel dramma, àncora di salvezza. E’ fortunato, ne viene fuori. Nel 1983 un suo brano, “Sapenno”, è nella colonna sonora del film di Arbore “FFSS”. Wurzburger arriva al primo album solo nel 1994, riceve apprezzamenti, vantando anche una versione francese che ha reso “La notte” hit radiofonica e il nostro uso a percorrere i boulevard di Parigi. Resta però nel cono d’ombra di chi è già volato in alto proprio con simili scelte musicali, i brani, belli, non concedono molto alle mode e ai modi dominanti. Non che ne sia minimamente infastidito, lui pensa ad altro, insegue sogni, fa il manager di locali, passa tra chi la musica la organizza. Il nuovo album non smentisce l’artista, è composto da nove meditazioni, alcune profonde e sentite come la title track “Mi fermo a guardare la luna” sulla necessità di fermare questa corsa superficiale che ha fatto perdere a troppi lucidità e cuore, altre più legate a descrizioni di caratteri e azioni, varie nei ritmi bluesy rock e a volte esotici e nell’uso disinvolto di italiano e napoletano senza soluzione di continuità, ottima la tecnica chitarristica con evidenti influenze ispaniche, gli interventi dei fiati, l’interessante graffiato della voce che si fa indignata, melanconica, ironica o sarcastica ("SuperTrump"). Un album gradevole, ben suonato, merito anche di chi è sempre rimasto al fianco del nostro, soprattutto l’amico arrangiatore Lino Cannavacciuolo, sue tre composizioni.


Alberto Marchetti
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