Madya Diebate – Griot (Autoprodotto, 2018)

Percorrendo la strada che dal Pantheon conduce nella splendida Piazza della Minerva, capita spesso di ascoltare la melodia fascinosa ed evocativa di una kora che si staglia nel vociare dei turisti che affolla il centro di Roma. E’ il vituoso korafolà Madya Diebate, originario della Casamance, regione a sud del Senegal, ma da lungo tempo residente a Roma e discendente di una famiglia mandinka di griot, imparentata con Toumani Diabate e Ballake Sissoko. La sua kora l’abbiamo già ascoltata in quella perla che è “Babalingò (Tra Le Onde)” in “We Are Not Going Back. Musiche Migranti di Resistenza, Orgoglio E Memoria”, curato da Alessandro Portelli, con la Med Free Orkestra, e nelle colonne sonore del docu-film “Va’ Pensiero. Storie Ambulanti” di Dagmawi Yimer e nel recente “Una Gita a Roma” di Karin Proia, ma ciò che lo ha reso uno dei attenti e sensibili interpreti della cultura mandé è la sua capacità di esplorare le connessioni possibili tra jazz e la musica di tradizione orale Ouest-Africaine. Dotato di un timbro vocale intenso e tenorile, il musicista senegalese, si è segnalato al grande pubblico con il pregevole “Casamas-Roma”, inciso con Franco Di Luca nel quale i pads e le testiere di quest’ultimo incontravano la sua kora dando vita a connessioni e collisioni sonore perfette nell’avvolgere le storie e leggende griot cantante in lingua mandè. “Griot” il nuovo album di Madya Diebate raccoglie otto brani che, nel loro insieme, compongono un viaggio sonoro attraverso melodie e storie della tradizione mandinka che raccontano dello stupore dinanzi alla creazione divina, e toccano temi come l’amicizia, il valore della saggezza e l’importanza di aiutarsi gli uni con gli altri. Si tratta di melodie dalla trama ancestrale che toccano l’ascoltatore nel profondo, sin dalle primissime note. Ogni brano è basato su strutture musicali semplici ed allo stesso tempo evocative nei quali si inseriscono melodie circolari ora ipnotiche ora meditative ora ancora introspettive. Fondamentale in questo senso è l’utilizzo più ritmico e percussivo che si fa in Casamance della kora, rispetto a quanto avviene in Mali e in Gambia e tutto ciò imprime ad ogni brano una potenza espressiva che sembra unire il cielo con la terra. Durante l’ascolto si spazia dalla melodia brillante di “Paiu Cunco” in cui voce e kora si incontrano su una trama melodica di bellezza cristallina, al crescendo ritmico dello strumentale “Domorle” e della meditativa “Kila Nimmah” che rappresenta uno dei vertici di tutto il disco. Se “Dio di” spicca per gli arabeschi sonori della kora in cui si inseriscono i melismi vocali di Diebate, la successiva “Mineaba” è un brano narrativo tutto giocato sul dialogo tra voce e corde. L’evocativa “Nasina” ci conduce verso il finale con “Gimbaseon” e “Kairo” che suggellano un lavoro di grande spessore artistico che svela tutto il talento e l’ispirazione di Madya Diabate. 

Salvatore Esposito
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