Along Cames Jazz, Tivoli dal 25 al 29 luglio 2018

Il concerto di Bill Frisell ha chiuso la diciottesima edizione del festival “Along Cames Jazz” di Tivoli, ormai definitivamente delocalizzato presso lo stabilimento termale Acque Albule “Terme di Roma”, per il disinteresse più o meno colpevole delle amministrazioni tiburtine. Come capita spesso è stato il mecenatismo privato del direttore Mantovani e dei proprietari a salvare una manifestazione che si è sempre distinta per la qualità assoluta degli artisti precettati dall’esperto Enzo Pavoni direttore artistico. L’esordio del 25 è stato affidato a un progetto che avrebbe potuto incontrare difficoltà con i fruitori anche un po’ prevenuti di un festival sempre all’avanguardia. Successo pieno invece per Flo, cantautrice napoletana, che ha all’attivo almeno due album di classe superiore, “Il mese del rosario” del 2016 e “La mentirosa” di quest’anno, con un’offerta compositiva poliedrica e mirata, capace di volare dal Mediterraneo al Sudamerica senza mai perdere la cifra personale, il suo filo stilistico d’eccellenza. 
Il materiale degli album poi, messo nelle mani dei tre amici musicisti che hanno abbracciato il progetto, è diventato formidabile detonatore di un live che in pochi minuti ha coinvolto e rapito il folto pubblico, forte degli arrangiamenti complessi, della potenza di suono, dell’elettronica mirata e mai invasiva controllata dall’ottimo chitarrista arrangiatore Marcello Giannini, della tecnica sopraffina di Davide Costagnola al basso e del sorprendente Michele Maione alla batteria e percussioni incluso il tamburello. Nessun brano è filato liscio senza una variazione ritmica, una sincope, un’accelerazione a tradimento, incursioni in tutti i generi musicali dal folk partenopeo al jazz a folate di hard rock. E al centro c’è lei, Flo, con la sua splendida voce e il dominio sul palco, e tutto questo ci fa perdonare l’assenza tra i brani di quel magnifico “A ogni femmina un marito” che resta per me uno dei brani italiani più belli dei duemila. Andate a vederla dal vivo, vi sorprenderà. 
Il concerto di Flo è stato aperto, senza remore e timori, da Marat, una giovanissima promessa della canzone d’autore, fresca e spontanea, figlia di quel laboratorio straordinario che è l’Officina Pasolini. La ragazza si farà, sicuramente. Il 27, per un temporale la sera prima, è toccato a una delle migliori band italiane di jazz, i Roots Magic, capaci di coniugare il blues nero e oscuro delle origini e le evoluzioni contemporanee, recuperando brani di Roscoe Mitchell, Henry Threadgill, Sun Ra, Julius Hemphill, John Carter, riarrangiati con creatività introducendo aritmie, contrazioni, acidità metropolitane, deviazioni improvvisative, marcati accenti più hard. Un set potente che chiude in bellezza probabilmente un periodo di assimilazione e revisione stilistica. IL 28 abbiamo assistito al concerto magnetico di Steve Coleman e il suo sax contralto, accompagnato e doppiato dalla tromba di Jonathan Finlayson, dal basso martellante di Anthony Tidd e dalla goliardia poliritmica dell’instancabile batterista Sean Rickman. 
Sono, quelle presentate da Steve, composizioni circolari, ripetitive, loop sonori ipnotici sui quali innestare le mille variazioni del genio, gli scarti e le torsioni della sezione ritmica, i soli dei fiati e gli interventi canori di Kokayi con il suo hip hop evoluto e catturante. Ultima esibizione, il 29 luglio, quella del quartetto di Bill Frisell con il suo progetto “When you wish upon a star”, la rivisitazione di alcune colonne sonore fondamentali, da “Il buio oltre la siepe” a “Il padrino”, da “C’era una volta il west” a “Moon river”, con la voce di Petra Haden figlia di Charlie, e il supporto del contrabbassista Thomas Morgan e del batterista Rudy Royston. E’ stato un concerto piacevole, evocativo, che ha però lasciato un po’ di amaro in bocca, vuoi per l’esecuzione durata appena un’ora, vuoi per una scelta che ha premiato soprattutto il cantato della brava ma non eccezionale Petra. La scelta di un repertorio senza strumentali lasciava presagire un approccio più, diciamo così, di servizio di Bill, che comunque ha dispensato perle di tecnica cristallina durante l’esibizione. Una serie di strumentali intervallati ai canti avrebbe riequilibrato un concerto certo buono ma non magico. Complessivamente un’ottima edizione del festival, con eccellenze atipiche e coraggiose, con una suggestiva sistemazione sul prato interno alle terme, un angolo di pace tra palme illuminate con sapienza e a sufficiente distanza dalle strutture ricettive. 

Alberto Marchetti
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