Musaica – Musaica (RadiciMusic Records/Goodfellas, 2018)

Nato nel 2014 all’interno del laboratorio EtnoMuSa, la prima orchestra universitaria in Italia di musica popolare, legata all’Università di Roma “La Sapienza”, Musaica è un large ensemble composto Davide Ambrogio (voce, lira calabrese, lira cretese, zampogna, launeddas, fiati), Ludovico Radaelli (chitarra), Luca De Luca (bouzouki, tzouras), Francesco Berrafato (organetto), Roberto Licchetta (tamburi a cornice, tombak, udu drum), Giulio De Paolis (percussioni, davul, colori), Francesco Micelli (voce, tamburello, daf, tamburi a cornice), Giorgia Santalucia (voce, darbuka), Mara Petrocelli (voce) e Valeria Taccone (voce), dieci giovani musicisti provenienti da Calabria, Puglia, Basilicata e Lazio, i quali hanno incrociato i rispettivi background musicali per dare vita ad un comune percorso di ricerca, volto ad esplorare le tradizioni musicali dell’Italia Meridionale. Riletture di brani legati alla cultura orale si mescolano a composizioni originali, ispirate dai repertori popolari, dando vita ad un “mosaico” sonoro nel quale tradizione ed innovazione si muovono di pari passo. Dopo un intenso rodaggio dal vivo, sui palchi dei principali festival italiani, il gruppo alla fine del 2016 è entrato in studio per registrare il suo disco di debutto omonimo, pubblicato di recente da RadiciMusic e nel quale sono raccolti dieci brani tra riletture e composizioni inedite. Abbiamo intervistato Davide Ambrogio e Francesco Berrafato per farci raccontare questo interessante progetto artistico e per approfondire insieme a loro la genesi della loro opera prima.

Come nasce il progetto Musaica?
Francesco Berrafato – Il progetto Musaica ha preso vita da quella splendida esperienza che è stata il laboratorio di EtnoMuSa dell’Università “La Sapienza”, curato da Letizia Aprile e che attualmente vede coinvolti venticinque studenti tra italiani e stranieri, provenienti dal progetto Erasmus, i quali formano l’organico della prima orchestra universitaria di musica popolare in Italia ed in Europa. Inizialmente abbiamo cominciato in cinque o sei, poi pian piano si è andata componendo una formazione sempre più ampia che ci ha consentito di confrontarci con musiche e culture differenti. Noi che eravamo un po’ il nucleo iniziale, abbiamo sentito l’esigenza di intraprendere un percorso autonomo e, così, è nato il progetto Musaica. Nel nome c’è un po’ della nostra storia perché rimanda a EtnoMuSa e nel contempo richiama il termine mosaico in quanto siamo dieci musicisti, provenienti da regioni ed esperienze musicali differenti. E’ stata una evoluzione naturale e spontanea del nostro percorso nel quale grande peso ha avuto sia l’amicizia che ci accomuna, sia il desiderio di continuare a suonare in modo professionale. Ci siamo conosciuti grazie alla musica, e nessuno avrebbe mai pensato che avremmo potuto continuare ma la passione che condividiamo ha reso possibile tutto questo.

Provenite da regioni differenti. Come siete riusciti a dare vita ad un percorso di ricerca comune?
Davide Ambrogio – L’idea alla base del progetto è stata quella di cominciare a condividere le nostre esperienze musicali e la nostra storia. Ognuno di noi ha portato un pizzico le proprio passato, dei propri luoghi di origine e delle tradizioni in cui si riconosce. La cosa bella è stata che ognuno è riuscito a dare il proprio contributo. Per esempio, Francesco ci ha fatto conoscere le musiche popolari legate all’organetto e gli insegnamenti del suo maestro Alessandro Parente, mentre io, venendo da Cataforio in Calabria, ho fatto conoscere agli altri come, nella mia terra, sia ancora viva la tradizione musicale legata al canto, alla zampogna e, in un certo senso, anche alla lira calabrese che, però, arriva dall’area ionica. Ci sono, poi, le ragazze che vengono da Viggiano in Basilicata, e altri quattro che arrivano dalla Puglia, ed in particolare da San Marzano da cui arriva una pizzica che abbiamo inserito nel disco, ed ancora uno dal Basso Lazio. Abbiamo mescolato tutto questo, cercando di trovare un linguaggio musicale unico, e il disco che abbiamo da poco pubblicato è un po’ la fotografia di questo cammino che abbiamo fatto insieme.

Un linguaggio musicale che è focalizzato in particolare sul Sud Italia…
Francesco Berrafato – Sulla carta si, cioè i brani che abbiamo inciso nel nostro primo disco sono legati alle tradizioni popolare dell’Italia Meridionale, a cui appartengono i vari componenti del gruppo. Non ci siamo spinti oltre, a parte il caso di “Sale’ntu” che è un brano di Andrea Parodi. Sin dall’inizio, abbiamo cercato di muoverci in punta di piedi nell’approcciare i suoni e le strutture musicali. 
Io sono di Roma, Davide arriva da Cataforio, e solo l’anno scorso sono andato a vedere il suo paese, ma i suoni che lui ci ha fatto conoscere sono diventati una pelle che abbiamo vestito tutti. In questo contesto, però, l’unico approccio è quello di muoversi con attenzione e rispetto. Da un punto di vista musicale, invece, essendo in dieci ci siamo mossi con maggiore libertà e questo anche perché non abbiamo un leader.
Davide Ambrogio – I brani presenti nel disco sono anche molto diversi tra loro. C’è un brano dei Fratelli Mancuso, “Salentu” di Andrea Parodi e un brano nato da una poesia di Umberto Saba.

Proprio la “Capra” su testo di Umberto Saba mi ha colpito molto. Come mai avete deciso di musicarlo?
Francesco Berrafato – Quando, al liceo, ho studiato questa poesia mi accorsi della sua intrinseca musicalità. Era così palese che Umberto Saba si fosse scordato di mettere la musica che qualcuno doveva farlo e così è nato questo brano. Devo dire che, per noi, non è semplice già scrivere le musiche, figuriamoci i testi. Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire e da dire bene. Si può anche avere una bella idea ma se non si  riesce ad esprimerla in modo adeguato diventa tutto inutile. Per evitare di scrivere un testo che trattasse i soliti temi, infarcito di luoghi comuni, abbiamo affidato le parole a chi sapeva scrivere. “La capra” racchiude un sentimento molto forte e sicuramente lo esprime meglio di come avremmo potuto fare noi. 
La capra è, poi, un animale che è molto legato alla tradizione a partire dalla pelle con cui si costruiscono i tamburi.

Nel disco è presente anche un testo musicato di Ignazio Buttitta…
Davide Ambrogio – In questo senso si muove anche il testo di Ignazio Buttitta ne “La Ninna” che non è connesso ad una ninna nanna in quanto tale, ma per noi questa forma musicale aveva un senso di collante maggiore nello stare insieme. Ne è nata una riflessione su questa cosa.
Francesco Berrafato – Infatti il testo di Buttitta lancia un messaggio chiaro sull’importanza dello stare tutti insieme, perché da soli non si va da nessuna parte. Insieme si fa numero e si va lontano. Non a caso abbiamo voluto chiudere il disco con questo brano e in concerto la eseguiamo sempre. 

Quali sono state le difficoltà nel realizzare un disco con un organico così ampio?
Davide Ambrogio – Ci sono tante difficoltà nel suonare in una formazione grande e con tanti strumenti perché ti apre moltissime possibilità. Nel corso dei tre anni di attività, la cosa che abbiamo notato tutti è che ognuno ha capito di essere al servizio del gruppo. All’inizio questi brani che abbiamo inciso erano suonati il triplo. C’erano le percussioni che iniziavano e non finivano mai, la lira e le corde che erano presenti in tutto il brano. Abbiamo via via asciugato gli arrangiamenti e piano piano siamo maturati. Abbiamo capito che le note hanno un senso se suonate nel rispetto degli altri. 
Francesco Berrafato – In realtà questa non è stata una difficoltà, anzi è stato tutto molto semplice e naturale, perché noi non abbiamo nessuno che ci dice fai cosi o non fare così. Quando suoniamo abbiamo il coraggio di dirci che una cosa che stiamo suonando magari è brutta e va cambiata. Anche se ci sono pareri discordanti alla fine ci confrontiamo sempre ed ogni scelta viene presa dal gruppo. Le scelte possono nascere da ognuno di noi ma ovviamente vengono sposate dal resto della formazione. Se aggiungo una mia idea non è più mia perché diventa di tutti, nessuno escluso. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani?
Francesco Berrafato – In effetti la ricetta è stata la stessa. Durante le prove ci confrontiamo e poi troviamo una strada comune da percorrere. 
Davide Ambrogio – Ci sono dei brani, ad esempio, in cui il contributo di Francesco all’organetto è stato più incisivo e questo anche a livello di scrittura, ma la cosa importante è che tutto abbia un senso. Cerchiamo di partire da questo più che dalle melodie o dalle strutture musicali, e questo ci consente di lavorare in modo più efficace sugli arrangiamenti come nel caso di “Ruzaju” di Andrea Parodi che abbiamo proposto nell’ultima edizione del premio a lui dedicato. Siamo partiti dall’analisi del testo, senza utilizzare strumenti. Abbiamo tenuto conto del fatto che le liriche evocavano la tempesta, il mare e la sofferenza.
Francesco Berrafato – Rispetto alla versione originale abbiamo praticamente stravolto il brano. Abbiamo cominciato con l’aria, poi abbiamo immaginato che la lira di Davide potesse rimandare ai gabbiani, mentre subito dopo con le dita abbiamo riprodotto la pioggia che cadeva. Abbiamo cercato di trasmettere un racconto attraverso i suoni.

Tutto questo lo si ritrova anche in “Inferno V”...
Francesco Berrafato – Luca De Luca che nel gruppo suona il bouzuki è un archeologo e leggendo una tesi di laurea ha scoperto che esisteva questa traduzione della “Divina Commedia” in dialetto calabrese realizzata nell’Ottocento da Salvatore Scervini. Si tratta di una traduzione bellissima perché molto libera e quando nel V Canto recita “Amor che nullo amato amar perdona”, Scervini lo traduce come “m’ha purtato alla tunnara” perché in un paesino calabrese, l’idea della tonnara rimanda in modo più forte al senso della morte. 
Davide Ambrogio – Per altro, questo testo è stato scelto anche per l’importanza che ha avuto il portare la cultura all’interno del mondo contadino che, a quel tempo, non conosceva l’italiano. Scervini ha permesso a tanti calabrese di leggere e comprendere la “Divina commedia”.
Francesco Berrafato – Ho avuto modo di sfogliare una copia che è alla Biblioteca Nazionale e devo dire che ha ancor più fascino rispetto all’originale di Dante, nel senso che è un linguaggio che appartiene a tutti. Per evocare l’inferno, il brano si apre con gli strumenti dissonanti, gli armonici con l’organetto e le voci, e poi ancora i due narratori che sono Dante e Virgilio. La nostra esigenza è quella di partire dal testo del brano per costruire arrangiamenti ad esso coerenti. 

Come avete selezionato i brani che avete riletto? 
Davide Ambrogio – Il brano dei Fratelli Mancuso lo abbiamo scelto per fare un omaggio a Letizia Aprile che è la coordinatrice di EtnoMuSa e la produttrice del disco. Lei è una persona straordinaria, ci ha dato tantissimo non solo a livello musicale ma anche da quello economico. Ci ha sempre sostenuto ed aiutato nel nostro percorso. 
Francesco Berrafato  Una volta, a Civitella Alfedena, suonò con i Fratelli Mancuso questo brano il cui video è anche su YouTube. Tanti anni fa, ad un concerto di EtnoMuSa, dovevamo attaccare una pizzica finale e, senza dirle nulla, suonammo “Signora Letizia” che avevamo suonato di nascosto durante le prove. Da quel momento in poi è entrata in pianta stabile nel nostro repertorio. Francesco Salvatore degli Unavantaluna che avevamo chiamato per fargli recitare la poesia di Buttitta, dopo averla ascoltata durante le sessions ha voluto cantarla con noi sul disco perché gli piaceva molto il nostro arrangiamento.
Davide Ambrogio – “Sale’ntu” l’abbiamo scelta per il nostro grande amore verso i suoni della Sardegna. C’è infatti l’organetto e la mia passione per il canto a tenore. Il nostro chitarrista va ogni due mesi da Marino De Rosa perché sta studiando con lui.
Francesco Berrafato – In “Sale’ntu” c’è un vero e proprio mosaico con vari suoni dalla Puglia alla Sardegna. Questi brani, come abbiamo scritto nel booklet, sono piccole grandi scintille che tracciano una via, nella quale abbiamo provato a metterci in cammino.

Avere un organico così grande rappresenta un limite per la vostra attività dal vivo?
Francesco Berrafato – Abbiamo sempre cercato di suonare al completo e quando qualcuno manca in formazione non è mai la stessa cosa. Cerchiamo di girare sempre in dieci anche se questo può essere un limite. Al Premio Andrea Parodi qualcuno ci disse che noi siamo un utopia perché suonare con la nostra formazione è difficile, ma questa cosa ha cominciato a piacere. Musaica probabilmente non darà da vivere a chi vuole fare della musica la propria professione, ma certamente è il gruppo nel quale si riconosce chi crede in questo progetto artistico. 
Davide Ambrogio – Suoniamo anche in duo o in altre formazioni ma non può mai essere come la musica che facciamo insieme. In questo senso va detto che i brani sono arrangiati per dieci strumentisti e quando manca anche un tamburo a cornice o un piatto, è  molto brutto. 



Musaica – Musaica (RadiciMusic Records/Goodfellas, 2018)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Scoperta tra la le più interessanti dell’edizione 2017 del Premio Andrea Parodi, i Musaica sono un large ensemble da seguire con attenzione, non solo perché le loro radici formative affondano in quella straordinaria esperienza che è laboratorio EtnoMuSa dell’Università “La Sapienza” di Roma, ma anche per il talento e l’originalità della loro proposta musicale. Accomunati dal desiderio di esplorare i tortuosi quanto affascinanti sentieri della musica popolare del Sud Italia, questi dieci giovani di belle sperenza hanno inteso fare di più, spostando ancora più avanti i confini delle loro ricerche andando a ricercarne gli addentellati con i suoni del Mediterraneo. Il loro primo album omonimo mette in fila dieci brani di pregevole fattura, caratterizzati da arrangiamenti mai scontati o ridondanti in cui la particolare cura per le ritmiche e le timbriche va di pari passo con alla grande attenzione per le voci e l’utilizzo di strumenti tradizionali. Aperto dal crescendo strumentale de “La purtai”, tradizionale dell’area grecanica della Calabria, nel quale spicca l’intro di zampogna, suonata da quel talento che è Davide Ambrogio, che si segnala anche per l’ottima prova vocale. Si prosegue con i versi di Umberto Saba messi in musica ne “La Capra” e con il tradizionale lucano “Fronni d’Alia” che ci introducono al vertice del disco “Inferno V”, brano nel quale i Musaica costruiscono una perfetta cornice musicale per la traduzione di Salvatore Scervini del V Canto dell’”Inferno” di Dante Alighieri. La bella versione di “Signora Letizia” dal repertorio del Fratelli Mancuso ed in cui spicca la partecipazione di Francesco Salvatore di Unavantaluna ci schiude la poeta a “Fino a te”, composizione originale in cui spicca la capacità dei Musaica di interpretare in modo impeccabile il concetto di tradizione in movimento. Il viaggio dell’ensemble prosegue nel Lazio con “Regina Solianu” di Alessandro Parente con l’organetto di Francesco Berrafato a guidare la linea melodica in cui si inseriscono via via le corde e poi le voci e con quel gioiellino che è “Io Me Moro” di Roberta Bartoletti, e poi tocca la Sardegna di Andrea Parodi con “Sale’ntu” che sfocia nella pizzica pizzica salentina “Santu Paulu”. Chiude il disco la tenue “La Ninna” su testo di Ignazio Buttitta qui trasformata in una sorta di anthem e manifesto del gruppo, nel quale peso determinate ha rivestito e riveste l’amicizia e l’importanza di stare insieme. Opera prima dalla caratura di piccolo grande classico, questo album è un susseguirsi di belle sorprese, ma soprattutto è l’occasione per scoprire un ensemble in cui vanno di pari passo passione e conoscenza profonda delle tradizioni musicali italiane e non solo.


Salvatore Esposito
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