Seun Kuti & Egypt 80 – Black Times (Strut, 2018)

Oluseun Anikulapo Kuti (voce principale, sax alto e tastiere), meglio conosciuto come Seun, si ripropone nel suo quarto album, sempre alla guida della band messa su da papà Fela, che negli anni è rimasta pressoché invariata (per raggiunti limiti d’età è uscito di scena il bandleader sassofonista e tastierista Lekan Animashaun), e mette di nuovo accanto a sé, al timone produttivo Robert Glasper (alle tastiere in “Last Revolutionary”). «“Black Times” è come uno stato emotivo della mente ... [...] quel momento in cui comprendi la tua storia dalla nostra prospettiva, sapendo chi sei come una persona della madrepatria nel mondo di oggi», spiega Seun in un’intervista a “okayafrica.com”. La cifra politica, insomma, è quella paterna, i rimandi sociali e l’invito alla lotta contro la corruzione politica e l’oppressione economica delle classi dominanti e delle multinazionali (da Flint, USA, a Lagos, Nigeria, e fino a Johannesburg, Sud Africa) sono parte ineludibile dell’Afrobeat consapevole del nuovo millennio, alimentato da una possente, incessante miscela di soul, funk e jazz. Il disco si accende subito con l’iniziale, “Last Revolutionary”, vera e propria dichiarazione di intenti, quando Seun canta: «I be Marcus Garvey/I be Kwame Ture/I be Shaka Zulu/ I be Fela Kuti»: più chiaro di così! Ascoltate il soffio vincente del trombettista Oladimeji Akinyele e l’invocazione dei nomi di leader africani scomparsi, che devono essere conosciuti dai più giovani (tra cui Kwame Nkrumah, Thomas Sankara e Patrice Lumumba). La title-track vede l’incrocio delle chitarre di Oluwagbemiga Alade e del super ospite Carlos Santana, sostenuto dal drumming implacabile di Shinan Abiodun e la struttura responsoriale del canto (Joy Opara e Iyabo Adeniran alle backing vocals) che invita ad apprendere la lezione della storia per raggiungere la libertà, fisica e spirituale. L’iniezione funky in “Corporate Public Control Department (C.P.C.D.)” è fulminante, sostenuta dal basso di Kunle Justice, dalla chitarra ritmica di Oluwabremiga, da tocchi d’organo e propulsione infuocata dei fiati: Adeowale Ossunibu (sax baritono), Ojo Samuel (sax tenore) e Oladimeji Akinyele (tromba). « Prometti di darmi pace e mi dai guerra / Mi prometti giustizia e poi imprigioni i poveri / prometti lavori e chiudi la fabbrica / Ma c’è sempre lavoro nel penitenziario», canta Seun, rivolgendosi al governo nigeriano di Muhammadu Bahari. Non perde incisività la successiva “Kuku Kee Me”, composta a quattro mani con il sassofonista Abedimeji ‘Showboy’ Fagbemi. Invece, “Bad Man Lighter”, apologia del diritto di fumare “the good weed”, si sviluppa tra incandescenze funky ed effetti dub. “Africa Dreams” delinea contorni jazzati più morbidi, mentre il robusto groove di “Struggle Sounds” è davvero irresistibile sui versi incendiari («Musica di lotta come voce del popolo / Suono di lotta come arma del futuro»). Per concludere c’è un altro numero potente: è “Theory Of Goat And Yam” che mette in ridicolo l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan. Che ritorno in pista per il trentacinquenne, giovane rampollo della dinastia Kuti! 


Ciro De Rosa
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