Maurizio Geri – Perle d’Appennino (Visage Music/Materiali Sonori, 2017)

In principio è stato il libro di poesie omonimo, nel cui sottotitolo “Aneddoti in forma poetica, gente, risorse e paesaggi della montagna pistoiese" è racchiuso lo spirito del progetto. In seguito, dieci liriche tratte dalla raccolta si sono evolute in canzoni dando vita a “Perle d’Appennino”, il nuovo album di Maurizio Geri che giunge a breve distanza dal suo ultimo e gustoso  lavoro con Djambolulù Swing Trio. Parole e musica si fondono evocando le storie di vita e di lavoro, aneddoti e ricordi raccolti dalla gente della sua terra, l’Appennino Pistoiese tra acqua, ghiaccio, carbone, castagni e stelle. Il disco, come scrive Geri nella presentazione, è animato da  «bizzarria da un lato e riflessione ‘seria’ dall'altro» ed è pervaso  dall’esigenza di preservare la memoria della sua terra «per non dimenticare», pur nascendo da versi scritti per diletto. Sono storie di «differenze che non andrebbero omologate, parlano di storia e antropologia di un territorio» da riscoprire e rivalutare, una testimonianza viva che diventa omaggio a coloro che le hanno vissute. Nell’intervista Maurizio Geri racconta le ispirazioni alla base delle dieci perle che compongono la sua nuova produzione discografica.

“Perle d’Appennino” arriva dopo alcuni dischi in cui ti sei concentrato sul tuo amore per la chitarra manouche. Come nasce questo disco?
Nasce come libro innanzitutto, ho iniziato a scriverlo a settembre 2017. Sono partito dalla struttura dei Limerick, poesie d'origine anglosassone che hanno una loro forma anche in italiano. Se tutto è iniziato un po' per scherzo, in seguito mi è venuta l'idea di inserire dei contenuti che facessero parte della storia locale dell’ Appennino pistoiese, sia come aneddoti su vari personaggi, le loro storie, le loro avventure/disavventure sia come risorse naturali, lavorative, paesaggistiche dell'Appennino dove sono nato e vivo tuttora. Per far questo ho utilizzato altre metriche come la quartina, il sonetto, l'ottava e la terzina dantesca, con un linguaggio piuttosto popolare, comprensibile, utilizzando forme dialettali che come sappiamo sono alla base della lingua italiana, insomma l'italiano che si parla qui sull'Appennino. Successivamente, ho voluto musicare dieci di queste poesie e trasformarle in canzoni, in alcuni casi ho dovuto modificare la struttura originale per riuscire a renderle "cantabili", aggiungendo per esempio dei ritornelli che nella poesia originale non c'erano.

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di scrittura dei brani?
Ho cercato di fare in modo che la musica si sposasse con i contenuti di ciascun brano, trovare questo equilibrio è difficile, su un testo aulico non ci puoi certo mettere un ritmo funky e viceversa, tanto per capirci!

Ci puoi raccontare come hai approcciato il lavoro in fase di arrangiamento?
Per scelta non ho ingolfato il disco di strumenti, piuttosto ho dato colori differenti ad ogni brano usando le sonorità che mi sembravano più adatte: chitarra, violoncello, organetto, clarinetto, fiati, chitarra battente, fisarmonica, violino, percussioni sono distribuiti con molta parsimonia all'interno dell’album: ho scelto la via del semplice ma efficace, spero d'esserci riuscito.

Quanto è stato importante il contributo dei musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco?
Quando scrivo i miei lavori ho l'abitudine di preparare prima le parti per tutti, è ovvio che c'è una interazione con i musicisti in fase di registrazione ma il novanta per cento del risultato è pensato a monte. Ho scelto con cura ogni musicista in base alle caratteristiche personali in riferimento al brano che gli ho proposto, sono tutti dei fuori classe e li ringrazio tanto di aver partecipato con entusiasmo al disco.

Ne “La via dei canti”, fa capolino la figura della cantante pastora Beatrice di Pian degli Ontani. Com’è nato questo brano?
I canti sono una delle risorse della montagna pistoiese, forse meno tangibili rispetto a quelle risorse che impegnano manualmente (carbonaie, ferriere, castagni), ma comunque importanti e particolari. Il Tommaseo veniva a cercare proprio in queste zone la "purezza incontaminata della lingua" la descrive "divina". Il suo interesse e la sua frequentazione di Beatrice testimonia la curiosità verso forme poetiche magari semplici come costruzione ma ricche di contenuti e soprattutto specchio di una comunità e di un mondo di cui Beatrice è la punta di diamante.

In “Koco” canti di un gatto: raccontaci qualcosa di più su questo brano.
Fa parte di uno dei tanti aneddoti che l'amico "Stringa" di tanto in tanto ci racconta. Ogni territorio, ogni comunità ha i suoi grandi affabulatori, li puoi ascoltare per ore, hanno il dono di saper raccontare, di farti divertire con storie forse un po' romanzate ma formidabili. Nel libro sono finite molte delle sue avventure che spero in questo modo trovino una resistenza in più al passare del tempo.
“La via del ghiaccio” è dedicata alle donne che raccoglievano il ghiaccio sugli Appennini per “conservare le carni e la verdura oppure imprigionato in bicchieri posti sui ricchi deschi”. Una storia di sfruttamento del lavoro delle donne, forse poco nota…
Non c'erano solo donne, tutti contribuivano con grande sacrificio a svolgere questa attività, la natura quassù offriva veramente poco ma attenzione, quel poco ha permesso a tanti di sopravvivere, ingegnarsi a cavare da quelle poche risorse il modo di sopravvivere è una grande lezione tutt'oggi. Perfettamente ecosostenibile. Abitiamo in una delle valli più fredde d'Italia rispetto all'altitudine (valle del Reno, circa 700 m), questa è una vera perla d'Appennino o sarebbe meglio dire un'ostrica surgelata!

Ci puoi raccontare la storia de “La cumparsita di Vinicio”?
Nel CD sono finiti in gran parte brani "seri", le storie divertenti sono più difficili per me da musicare, questa però è una di quelle. Capita se suoni musica popolare, di trovarti in situazioni per cui a un certo momento arriva la richiesta di un brano da ballo, di liscio in questo caso. La storia e il suo epilogo sono ben documentate nel libro e nel disco (quindi consiglio agli interessati di procurarseli...).L'idea che sta alla base della musica è una specie di cumparsita alla rovescia, come potrebbe suonarla appunto uno che non la conosce!

 “Limerick” è uno dei vertici del disco. Com’è nato?
Avevo tutte queste poesie brevi (cinque versi) e ho pensato di inserirle in un contesto afro-beat. C'è un brano di Fela Kuti che mi è sempre piaciuto molto, così ho preso ispirazione da lui, c'è voluto molto a registrarlo e anche a mixarlo. Nonostante tutte le influenze che l'ascoltatore noterà nella costruzione del pezzo, credo di essere riuscito a renderlo coerente e omogeneo.

Ne “La via del carbone” e “La via del ferro” si torna a parlare delle dure condizioni di lavoro del passato. Il tempo sembra non aver cambiato molto le cose. Quanto c’è di attuale nelle storie racchiuse in queste canzoni?
Noi siamo di memoria corta, il tempo ha cambiato molte cose secondo me, sicuramente in meglio come condizioni di vita e lavorative, l'Italia ormai è un paese di piccoli borghesi, i lavori faticosi li facciamo fare agli altri.

Chiude il disco “La via del castagno” è  un congedo riflessivo con una vena di rimpianto. Quali sono state le ispirazioni alla base di questo brano?
Credo che noi quassù abbiamo un debito nei confronti di questa pianta e dei suoi prodotti, i castagneti adesso sono trascurati, le nuove malattie veicolate (sembra) dalla Cina hanno messo a rischio la sopravvivenza delle piante. Non c'è più la cura del bosco e delle macchie, per fortuna non ci dobbiamo più sfamare a castagne ma da qui a mandare tutto in malora ce ne corre.

Concludendo come porterai in tour il disco?
Mi piacerebbe fare una riduzione teatrale che comprenda letture e canzoni, credo che il lavoro si presti molto a questo tipo di operazione. Abbiamo già fatto molte presentazioni in trio e la formula mi piace, alcuni brani penso di inserirli nel repertorio dello Swingtet.

Salvatore Esposito

Maurizio Geri – Perle d’Appennino (Visage/Materiali Sonori, 2017)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Prendete “La via dei canti”, la composizione d’apertura dell’album, costruita sulla struttura in quartine dell’ottava rima declamata dai cantori improvvisatori  di tradizione orale: i versi «il canto popolare poi ci dice delle genti la vera e cruda storia» riassumono magnificamente la poetica del chitarrista, cantante e compositore pistoiese, colonna di Banditaliana, che nell’occasione imbraccia la chitarra battente ed è accompagnato dalle percussioni di Gigi Biolcati, dal violoncello di Enrico Guerzoni e il contrabbasso di Nicola Vernuccio (con lui nello Swinget). “Perle d’Appennino” è un capo d’opera, perché Geri non è solo un ‘cantastorie’ che fa rivivere memorie e gesta comuni delle genti d’Appennino toscano, plasmando la parola, ma anche un musicista coi fiocchi, raffinato nell’architettare svariati ambienti sonori, nel librarsi con facilità nei mondi folklorici e popular, nell’infondere asciuttezza, leggerezza e ironia nelle dure storie locali cantate, insieme a miserie e sogni, incontri e avventure, che diventano universali, racconti di migrazioni e di lavori stagionali, di cavatori di ghiaccio e di minatori, di pastori e di mangiatori di castagne.  Per scelta estetica il pistoiese si è mosso con moderazione nello arrangiare i temi, rinunciando a congestionarli sul piano timbrico, privilegiando, piuttosto un ventaglio di sonorità, anche lontane tra di loro. Le sue note, pertanto, si tingono di atmosfere jazzate in “Koco” e di swing in “Pipa”, complici i fiati di Nico Gori (clarinetto), Nicola Cellai (tromba) e Paolo Ciampi (trombone); si colorano di tango (“La Cumparsita di Vinicio”), con gli interventi del violino di Ruben Chaviano Fabian, per narrare di due musicisti intrattenitori degli ospiti agée di un albergo rivierasco. Geri si alimenta alla canzone d’autore più nobile nella profonda “La via del castagno”, mentre l’amico Riccardo Tesi conduce il suo organetto sul filo dell’emozione in “La via del ghiaccio”. Ancora, il disco si accende improvviso di rock blueseggiante con l’entrata di una chitarra à la Knopfler (la suona Nick Becattini) in “La via del ferro”.  Il clarinetto fatato di Gabriele Mirabassi seduce in “La via delle stelle”, ispirato alla forma del sonetto “ducentesco”. Geri si diverte intonando “Limerick”, dove rispetta la versificazione della forma poetica (ricordiamo che “Perle d'Appennino” è anche l’ omonimo volumetto di poesie edito da Settegiorni), e sposando le liriche a una musica di grande effetto, che procede tra spinte funky e squarci afro-beat, grazie al magistrale sax soprano di Claudio Carboni (anche lui pard di vecchia data), che con la batteria di un altro veterano, Ellade Bandini, si unisce alla combriccola. Nella splendida “La via del carbone”, poi, le voci della famiglia Geri (fratello e sorella) incontrano l’arpa celtica di Vincenzo Zitello e il basso (sic) di Mauro Palmas. Un disco di elevato valore poetico e musicale, da gustare a fondo. Eppure, malgrado i dischi solisti e il ruolo centrale nella magnifica Banditaliana, c’è ancora chi si sorprende della sensibilità e della caratura di Maurizio Geri, davvero un artista della musica e della cultura popolare. 

Ciro De Rosa

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