Ali Fuat Aydin/Cenk Güray – Öte (Felmay, 2018)

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Se c’è un compositore che attraverso la sua opera riassume l’humus multiculturale dello scorcio finale dell’età ottomana, questi è Tanbûrî Cemil Bey (1873- 1916), alla cui memoria è dedicato il nuovo album di Ali Fuat Aydin e Cenk Güray. Il polistrumentista Cemil Bey opera nell’ambiente cosmopolita e di considerevole diversificazione sociale che animava l’allora capitale Istanbul, in cui si faceva tesoro di scambi culturali e di prossimità con svariate culture musicali, sia locali che di “importazione”. Sicché le composizioni di Bey sono il portato dei diversi elementi che si producono in una espressività molto personale. Egli è stato solista e innovatore nella tecnica strumentale, non solo attivo nell’ambiente di corte ma molto interessato anche allo studio della musica rurale; ha composto in generi strumentali e vocali, è stato fine teorico di pagine di musicologia e maestro di talentuosi musicisti. Le sue improvvisazioni al liuto a manico lungo tanbûr, pregne di spiccato virtuosismo e di pathos, sono state fissate su registrazioni della prima metà del Novecento. Questo lavoro ispirato dal retaggio musicale di Cemil è un’indubbia delizia per i cultori della musica anatolica. In “Öte” (“Oltre”) Aydin e Güray hanno immaginato una session creata insieme a musicisti giunti da isole dell’Egeo, i cui suoni sono stati trasportati attraverso il mare sulle ali dei gabbiani. 
Ali Fuat Aydin (saz abdal, tanbûr e cura), nato nel 1973 nella Turchia occidentale, è musicista, ricercatore e programmatore radiofonico;, Cenk Güray (saz divan, tanbûr, cura e bağlama fretless), originario di Ankara, ha scritto di teoria musicale turca e di musica liturgica ed è membro di gruppi di etno jazz e del DEM Trio. Della coppia, inoltre, l’etichetta monferrina Felmay ha già pubblicato “Bir” (2011). I convitati del disco sono il magnifico Derya Türkan alla viella ad arco kemençe, Murat Salim Tokaç al tanbur, il fisarmonicista Muammar Ketencoğlu, il chitarrista Sertaç Işik e il percussionista Mustafa Göçer. Il programma spalanca una notevole finestra sull’arte compositiva di Bey; il connubio dei due musicisti è alle prese con i liuti a manico lungo sia in coppia (“Cerit Osman Zeybeği”, “Kordon Zeybeği”, “Mistirio Zeibekiko” e “Ta Ksila”), sia in trio, con le percussioni (“Eski Kordon Zeybeği” e “Izmir Zeybeği”) e con il kemençe nello splendido sirto “Plevra”. Ancora, non sfigurano i solismi in libertà di “Rast Zeybek”, “Tenedio” e “Erzincan’da Bir Kuş Var”. Talvolta l’organico si allarga al quartetto (“Aptalikos” e “ Nikriz Longa”) o al quintetto, con gli ospiti integrati a pieno nel mare sonoro che attinge ai diversi modi e stili anatolici ed egei: si ascoltino “Limni Zeybeği”, danza dell’isola egea di Lymnos, e “Çeçen Kizi”. Un invitante caleidoscopio sonoro. 



Ciro De Rosa
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