E.P. – Vento e Pietre (Marocco Music/Aquadia, 2017)

Compagni nella vita come nella musica, la contrabbassista Eufemia Mascolo e il percussionista Pino Basile, da qualche anno, hanno intrapreso un comune percorso artistico, componendo musiche per il circo contemporaneo e la danza, nonché esibendosi in Italia come all’estero per sonorizzazioni live e concerti con video-mapping. Partendo da queste esperienze è maturata l’idea di dar vita al progetto E.P. volto ad esplorare le interazioni tra le radici musicali delle Murge e i suoni contemporanei, partendo dalla esaltazione delle potenzialità espressive di strumenti tradizionali come cupa cupa (tamburi a frizione), bubbù e colacola (flauti globulari) nell’incontro/scontro con l’elettronica. Tradizione, sperimentazione, ricerca, avanguardia, sono queste le coordinate stabilite dalla loro opera prima “Vento e Pietre”. Di questo e molto altro abbiamo parlato con il percussionista pugliese Pino Basile nella lunga intervista che ci ha rilasciato.

Partiamo da lontano. Ci puoi parlare del tuo percorso di formazione?
Alla fine degli anni Ottanta, da adolescente, ho cominciato a strimpellare percussioni, congas. Ad un certo punto, poi, sono entrato in un conservatorio ed ho assistito ad una lezione di percussioni di un insegnante un po' matto che però mi ha praticamente reclutato “per forza” nella sua classe. E’ stato lui ad insegnarmi la materia, facendomi studiare pezzi di autori di musica contemporanea, catapultandomi direttamente nei repertori di Dontatoni, Berio e Stockhausen. 
All'epoca credevo che quella fosse l'accademia e per me era tutto bello e, così, ho iniziato a studiare quel tipo di musica, leggendo gli spartiti e facendo un po' la macchina. Molto spesso, il percussionista accademico deve essere una macchina efficiente, e questo mi ha dato un background tecnico e culturale. Suonavo molto più autori contemporanei che passi di orchestra di autori passati di musica classica. 

Dal punto di vista artistico come hai mosso i tuoi primi passi?
Nei primi anni della mia carriera ho avuto una sorta di doppia vita, di giorno studiavo tanto, perché sono entrato in Conservatorio a vent'anni e avevo tanto da recuperare, mentre di notte frequentavo l'underground, suonando jazz e improvvisando. In quegl’anni ho incontrato tutto quello che è passato dalla Puglia, compresa la musica africana e ho fatto tante esperienze di gruppo che mi sono state utili quando ho lasciato il conservatorio.

Come sei entrato in contatto con le percussioni tradizionali?
Ad un certo punto ci fu un corto-circuito. Scoprii, infatti, il tamburo a cornice e mi sorprese moltissimo venire a sapere che mia madre lo suonava, ma di questa cosa non avevamo mai  parlato. Sono tornato a casa con una tecnica tradizionale con la quale suonavo una Tarantella Altamurana, imparata da una signora anziana. Mia madre mi vide e mi tolse il tamburo dalle mani e si mise a suonare la stessa cosa. Dissi: ma che cosa succede? Vado in giro a cercare gli strumenti più strani e a casa c'è mia madre che suona il tamburo a cornice? Da quel momento ho intrapreso un nuovo percorso. Ho deciso di gettare la maschera e di ripartire dagli strumenti che ho capito essere nel mio albero genealogico e nella mia cultura. 

Quanto è stato importante il tuo background accademico per dare forma alle tue esplorazioni musicali successive?
Sono nato all'estero in quanto figlio di emigranti ma ad un certo punto ho deciso di vivere sulle Murge, facendo una scelta anche faticosa. Ho incontrato però un territorio che mi ha molto ispirato, e questo legandomi anche molto alle mie origini. Quando ho cominciato a suonare il tamburo a cornice lo facevo quasi con vergogna perché i miei colleghi di conservatorio mi prendevano in giro, ma per me era qualcosa di completamente diverso dal suonare uno djembé o una conga. Era l'espressone della mia stessa cultura, e quindi l'ho iniziato a fare con uno spirito diverso. Venendo da otto anni di Conservatorio, ho cominciato a riversarvi tutta questa mia esperienza e a suonarlo in modo strano. Ho appreso tutte le tecniche tradizionali frequentando le feste private e le sagre e recuperando in qualche modo quella dimensione che con l'accademia mi era mancata. 

Come sei entrato poi in contatto con i tamburi a frizione?
Affacciandomi alla cultura tradizionale ho approfondito anche questi strumenti che conosceva da sempre. Quando c'è una tradizione vicino a te quasi non ci fai caso, anzi quando inizi a suonare e a studiare quelle cose quasi le rimuovi. Devo dire, paradossalmente, che mi sono avvicinato a questi strumenti, grazie all'attenzione di un compositore di musica contemporanea che si chiama Riccardo Nova con cui spesso collaboro. Lui mi disse che quei strumenti erano interessanti e mi invitò ad approfondirli. Dalla sua prospettiva di musicista occidentale spesso si è interessato anche ad altre musiche, cominciò ad affiancarmi a musicisti indiani nei suoi progetti, e mi chiese di suonare gli strumenti di casa mia. Da quel momento, piano piano mi sono avvicinato alla cupa cupa, fino a farlo diventare il mio strumento che utilizzo in vari contesti musicali dal jazz all’improvvisazione, dalla techno all’avanguardia. Non ho mai avuto pregiudizi verso i vari generi musicali perché ritengo che la sfida sia quella di far dialogare questo strumento con qualsiasi ambito sonoro. Così, la cupa cupa è diventata centrale nella mia vita musicale, diventando uno strumento intonato che ho sviluppato tecnicamente, e che ho cercato di decontestualizzare dall’ambito folk. Puoi immaginare che quando suoni il tamburo a cornice chi ti ascolta non riesce ad immaginare che vai oltre la pizzica o la tarantella. 
La mia visione è stata quella di andare oltre questi steccati, cercando di ampliare la ricerca espressiva di questi strumenti inserendoli in quanti più contesti musicali possibili, soprattutto quelli colti, riallacciandomi quindi anche ai miei studi.

Ci puoi parlare dell’incontro con Eufemia Mascolo?
Eufemia Mascolo è una contrabbassista di formazione classica e nelle rispettive vite musicali ci è capitato spesso sia di incontrarci sia di non vederci proprio, presi da impegni diversi. Ad un certo punto le nostre strade si sono incrociate e abbiamo deciso di intraprendere un percorso di vita insieme. Siamo diventati, così, una coppia di fatto che, negli ultimi anni, ha anche messo su famiglia. Nella dimensione domestica, ci siamo ritrovati a lavorare spesso insieme per alcune composizioni su commissione ed abbiamo messo a disposizione l’uno dell’altra le rispettive esperienze artistiche. Del resto facciamo questo di mestiere, viviamo di concerti ed attività legate alla produzione musicale. Abbiamo attive alcune collaborazioni nell'ambito del circo e della danza contemporanea, in particolare con Francesco Sgrò, direttore della FLIC Scuola del Circo di Torino. Amici acrobati e circensi ci chiedono spesso musiche per produzioni e live. Proprio lavorando su alcune  di esse sono state gettate le basi per il progetto E.P..

Hai fatto cenno alle vostre collaborazioni con il circo e la danza contemporanea. Come avete intrapreso questo cammino?
E’ l’attività che negli ultimi anni ci ha occupato più da vicino, ma non è nata all’improvviso. Ho avuto una prima esperienza una decina di anni fa con la scuola internazionale di Circo di Bruxelles e là ho scoperto un mondo. Ho conosciuto coreografi, circensi, insegnanti che pian piano hanno cominciato a coinvolgermi nelle loro attività. Ho iniziato come performer in scena, poi piano piano mi hanno chiesto di comporre delle musiche e mi sono inventato anche autore, anche se sono un percussionista, un suonatore di pelli e di pezze. Inconsapevolmente sono entrato in uno dei luoghi più importanti del circo contemporaneo e da là sono approdato alla scuola di circo di Torino, ho cominciato a fare workshop di musica in Spagna, in Catalogna dove c’erano circensi di livello internazionale. Posso dire che è stato il circo a catapultarmi dentro, perché suono strumenti come percussioni e tamburi a cornice che hanno un aspetto molto fisico dal punto di vista performativo. Suonare con un acrobata è come farlo con un musicista che si esibisce ad uno strumento che produce un suono visivo e non acustico. A volte è successo che mi sono ritrovato il circo anche nella mia musica, perché è normale farsi influenzare dalle esperienze che si fanno. Ho cominciato a pensare alla mia attività di musicista sempre più come un circense o un danzatore piuttosto che come uno strumentista in senso stretto. Tutto questo, ovviamente, ha i suoi pro e i suoi contro.

Dal circo, dicevamo, siete approdati al progetto E.P…
Nella nostra vita non abbiamo pianificato mai nulla, ma abbiamo semplicemente organizzato le cose che sono capitate, tra cui anche il nostro rapporto di coppia. Nel senso che molto spesso abbiamo fatto coincidere la nostra vita con la nostra attività musicale e le nostre passioni. Ad un certo punto, però, c’è stato un momento in cui per alcuni progetti di circo ci siamo ritrovati a suonare insieme. Lei da contrabbassista è un po’ il mio alter-ego, perché ha un approccio più melodico, avendo fatto studi classici, anche se non ha mai disdegnato esperienze nella musica popolare, nel jazz. Quando ci siamo ritrovati insieme per alcune performance per il circo, è venuto fuori qualcosa di strano ma allo stesso tempo sorprendente. In una dimensione anche live dal punto di vista del range ritmico emergono cose davvero interessanti dal dialogo tra percussioni e contrabbasso. Certo siamo sempre nei bassifondi perché non c’è il violino o il canto, per quanto il contrabbasso possa simulare quantomeno il violoncello. Lavoriamo sulla terra con toni scuri. Essendo un progetto domestico è un po’ più difficile dal punto di vista umano, perché devi portarlo avanti con una persona con cui non hai filtri e questo ne fa qualcosa di molto vivo, con punti di vista e prospettive differenti. C’è un po’ di sofferenza ma questo non ci ha mai penalizzato, perché la sfida è stata quella di riuscire ad avere quella forza in più per affrontare ogni rischio o difficoltà. Abbiamo anche una bambina di quattro anni e un bimbo di tre mesi e questo rende tutto un po’ più difficile nel portarlo all’esterno ma certamente siamo carichi di nuove energie creative.

La vostra opera prima “Vento e Pietre” nasce da esperienze musicali diversificate, negli anni…
Molti dei brani presenti nel disco hanno già avuto una loro vita, essendosi sviluppati nel corso degli ultimi anni nei vari lavori che abbiamo fatto per il circo e la danza. Ultimamente pensavo che questi brani erano nati per essere suonati con degli artisti in scena ed ora ci ritroviamo ad ascoltarli su disco. In realtà, però, il nostro approccio al fare musica resta sempre lo stesso sia quando intersechiamo il nostro percorso con altre discipline, sia quando siamo noi stessi protagonisti. Devo dire grazie, però, alla saggezza di Rocco Pasquariello il quale, dopo aver ascoltato i nostri brani, si è appassionato molto al nostro lavoro e con la sua guida siamo riusciti a metterli insieme con una prospettiva più musicale. Lontano dai territori in cui erano nati, i brani sono, così, rinati a nuova vita e così ha preso vita anche il concept del disco, una sorta di omaggio che abbiamo fatto alla nostra terra. E’ stato un primo gesto di restituzione, un gesto politico dalla prospettiva musicale. Abbiamo raccolto quei frammenti della cultura orale che sono sopravvissuti e li abbiamo rielaborati in una veste contemporanea e con l’aiuto di Rocco è nato questo “Vento e Pietre”, totalmente murgiano ma allo stesso tempo completamente astratto.

Come hai indirizzato il lavoro a livello compositivo?
Siamo fatti di quello che abbiamo ascoltato e quindi di tantissime cose diverse. Da un lato c’è la musica contemporanea che ho vissuto in prima persona e dall’altro tutta la cultura jazz che ho assorbito negli anni, suonando percussioni e vibrafono. In questo contesto c’è anche un peso determinante della tradizione musicale del Sud Italia che ho incrociato negli anni, come per esempio il testo dell’ultimo brano, e le suggestioni timbriche del Mediterraneo. La scoperta della tarantella e l’esperienza in Marocco, mi hanno consentito di riannodare un po’ i fili musicali che legano la Puglia al Nord Africa. La nostra chiave di lettura è, dunque, una tarantella astratta che riscopre radici africane e anche indiane, non dal punto di vista prettamente sonoro, ma da quello dell’approccio matematico che fa parte del mio linguaggio. Io mi baso molto su questo aspetto della musica carnatica ed utilizzo il Solkattu tanto nella didattica quanto nella composizione. A differenza di Eufemia, il mio è un concetto modale della musica così come può esserlo la musica popolare del Mediterraneo. Non abbiamo la tecnica della composizione e quindi dello sviluppo armonico occidentale e con questa consapevolezza ci poggiamo su questa concezione matematica, quindi ritmica e timbrica. Per Eufemia, invece, è melodica ed armonica anche se il suo modo di sviluppare gli armonici è molto istintivo, in quanto utilizza uno strumento come il contrabbasso nel quale il suo va ricercato dentro. Dal punto di vista formale, l’esperienza con le discipline circensi e la danza contemporanea ci ha aiutato ad imparare a dare forma ai brani. 
Un esempio ne è “Orme” che è stata composta per un trio di acrobati i quali facevano uno spettacolo nel quale c’erano mille chili di terra in scena e facevano tante cose utilizzando la terra nel vero senso della parola. Il brano era nato proprio per un combattimento che avveniva in questa terra, molto fisico tra i due acrobati e tutto lo sviluppo coreografico si può facilmente immaginare ascoltandolo.

A livello sonoro “Vento e pietre” si apre anche ad altre influenze come la Gnawa evocata nel brano omonimo…
Qualche anno fa sono stato in Marocco per un festival e questa esperienza mi ha arricchito moltissimo dal punto di vista musicale avendo collaborato con i musicisti del luogo. Ero in una zona ricchissima musicalmente e là ho ritrovato il nonno, il papà della tarantella. In quel periodo anche ad Altamura abbiamo frequentato molti musicisti nordafricani che erano arrivati in Italia e spesso ci trovavamo a suonare insieme. In quei momenti non si sentivano più differenze con la nostra cultura. Una volta scoperta quella origine diventa naturale approdare a composizioni come quella che riflettono l’esperienza di quel periodo.

Nelle interazioni con la musica contemporanea sorprendente è  “Cupaphone”…
“Cupaphone” è un omaggio al chitarrista Sergio Altamura. A distanza di anni ci siamo ritrovati dopo aver collaborato nell’Ark Ensemble negli anni Novanta e lui mi aveva dedicato un suo brano “Octopus” e questo è stato il mio modo di ricambiare.

Ci puoi raccontare del tuo incontro con Laurent Delforge e Michele Ciccimarra che hanno collaborato alla realizzazione di “Vento e Pietre” …
L’incontro con Laurent Delforge e Michele Ciccimarra, giovane batterista di Altamura, risale a qualche anno fa ed, in particolare, in occasione della composizione delle musiche per uno spettacolo di fine anno della scuola di circo di Torino. Grazie all’intuizione del regista ci ritrovammo in uno stanzino della scuola e mentre loro montavano lo spettacolo, noi componevamo le musiche. Tutto questo si traduceva in lunghe prove dalle dieci del mattino alle dieci di sera durante le quali suonavamo ininterrottamente. Lì nacque questa collaborazione, per me, molto illuminante e dall’interno ho fatto la scoperta di un approccio alla musica elettronica che anche avevo conosciuto nelle mie esperienze. Quello che mi colpì di Laurent fu il suo approccio concreto ed istintivo e la sua capacità di usare il computer come io suono il tamburo a cornice o la cupa cupa. In questo senso, nel disco, ho usato dei sample realizzati da me per le percussioni. 

Altro brano cardine del disco è  “Spaccapetr”…
Originariamente questo brano si intitolava “Spider” perché lo avevo scritto per il numero di una contorsionista della Costa Rica  nel quale veniva evocato il ragno. “Spaccapetr” è la mia personale interpretazione del concetto di pizzica pizzica e tarantella da cui ho cercato di astrarre il groove e l’energia. E’ un po’ quello che ha fatto Varese con Stravinski con le melodie eliminate e l’aspetto armonico. 
In Varese c’è più groove, più terra, energia pura. Io ho lavorato ad una decontestualizzazione del ritmo, ho tolto l’abito e lavorato sullo scheletro e Laurent, Eufemia e Michele hanno fatto il resto..

Il disco si chiude con il brano tradizionale “Mo Moure”…
Il testo è tradizionale, mentre la melodia è nota in diverse varianti. Quella che abbiamo ascoltato noi è dell’area foggiana, tuttavia Eufemia, che è di origini lucane, mi ha detto che i suoi genitori ne conoscevano una versione differente. Il brano è stato orchestrato in un contesto timbrico tipicamente indiano, mentre dal punto di vista formale è quello più rigoroso su cui abbiamo lavorato per far quadrare le cose tra un testo tradizionale con una metrica pugliese e la ritmica matematica di origine indiana. E’ stata un po’ una scommessa.

Quanto è importante l’improvvisazione nella tua musica?
Molto. Devo citare Steve Lacy con il quale ho suonato per un disco con l’orchestra Zetema di Matera, quando suonavo il vibrafono. Lui diceva che la composizione richiede tempo e ci puoi impiegare notti e giorni mentre l’improvvisazione è lo stesso procedimento in due secondi. Per me una composizione può nascere dall’improvvisazione e ci sono momenti in cui mi piace suonare senza pensare. Ho capito che in me ci sono aspetti istintivi molto più importanti di quello che possa ammettere e questo per me è un procedimento compositivo, poi ritornandoci c’è già il seme di un’idea per quello che può diventare una composizione. Per me è quasi tutto.

Concludendo, come saranno i concerti del progetto E.P…
La nostra prossima sfida è quella di capire come un disco che ha un senso dal punto di vista dell’ascolto possa evolversi in uno spettacolo dal vivo. Spesso con il progetto “Musica Visiva” ci siamo esibiti dal vivo con Gianfranco Maiullari, videoartista specializzato in videomapping ed autore del videoclip. Mi piacerebbe continuare a lavorare con lui perché quando mi ritrovo a suonare solo musica mi sento un po’ solo. Ho sempre bisogno di un altro livello. Certamente quello che non faremo è rifare i brani così come sono stati registrati, perché ci vorrebbe l’organico al completo. “Vento e Pietre” è fatto e ha una storia. Probabilmente proveremo ad orchestrare e riarrangiare i brani per ampliare il nostro discorso dal punto di vista creativo sul palco.


E.P. – Vento e Pietre (Marocco Music/Aquadia, 2017)
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Pubblicato dall’etichetta napoletana Marocco Music e prodotto da Rocco Pasquariello, “Vento e Pietre” è il primo disco del duo E.P., nato dall’incontro tra la contrabbassista Eufemia Mascolo e il percussionista Pino Basile. Condividendo il quotidiano della dimensione familiare e l’attività di autori di musiche per circo e danza contemporanea, questi due talentuosi strumentisti, hanno intrapreso un originale percorso di ricerca che dalla musica tradizionale delle Murge li ha condotti ai suoi contemporanei dell’avanguardia. Tappa dopo tappa, anno dopo anno, si è andato componendo un itinerario sonoro sorprendente che riannoda i fili del tempo tra passato e presente, proiettando le radici della cultura popolare verso il futuro. Frutto di una lunga gestazione durata dal 2008 al 2017, il disco è stato registrato presso l’E.P. House Studio di Altamura e raccoglie undici brani, in larga parte originali, realizzati con la partecipazione del chitarrista Sergio Altamura, del batterista/performer Michele Ciccimarra e di Laurent Delforge, musicista elettronico della scena nord europea.  Durante l’ascolto, ad emergere sin dalle prime note di “Murgese”, il brano che apre l’album, sono le complesse quanto affascinanti architetture sonore costruite da Pino Basile. In particolare, i suoni arcaici delle percussioni tradizionali come tamburi a cornice, bubbù, colacola e cupaphon dialogano con le melodie intessute dal contrabbasso dando vita a sorprendenti incastri sonori con l’elettronica.  Ad impreziosire il tutto è l’originale cifra stilistica che caratterizza ogni singola traccia e sfugge a qualsiasi tentativo di fredda classificazione. Brano dopo brano si tocca con mano la tensione continua del duo nel superare qualsiasi steccato sonoro, dando al concetto di confine una dimensione del tutto nuova, declinata attraverso imprevedibili intersezioni timbriche. Brillano, così, le ardite costruzioni ritmiche di “Orme” e “La fabbrica delle pietre”, gli incontri con la tradizione musicale del nordafrica di “Gnawa” e “Nijii” e la potenza evocatrice delle immagini sonore della title-track. Il vertice del disco arriva, però, verso il finale con “Cupaphon” e “Spaccapetr” che con la loro dirompete carica immaginifica avvolgono l’ascoltatore conducendolo nel vortice sonoro della trance. I suoni antichi del canto tradizionale murgiano “Mo moure” in cui si intrecciano voci e percussioni, chiudono un disco di rara bellezza che non mancherà di sorprendere quanti vi dedicheranno la giusta attenzione.




Salvatore Esposito
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