TootArd – Laissez Passer (Glitterbeat, 2017)

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Majdal Shams è una città a maggioranza druso-siriana ai piedi del monte Hermon, nella parte settentrionale delle Alture del Golan, di cui è considerata la capitale. Siamo in un territorio della Siria sud-occidentale, che dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 è sotto occupazione e legislazione israeliana. Gli abitanti sono senza stato, di cittadinanza “indefinita”, e per viaggiare – non senza difficoltà e restrizioni, come si può immaginare – necessitano di un lasciapassare. “Laissez Passer” è, difatti, il titolo del secondo album della band del Golan composta dai fratelli Hasan (chitarre, E-piano, voce solista) e Rami Nakhleh (batteria, basso, percussioni, voce), Amr Mdah (sassofono e voce) e Shavi Avidat (basso). “Nuri Andaburi” (2011), il primo disco, di impronta giovanilista, risentiva fortemente delle influenze dub e reggae, che animavano una ‘hard-working band’ che si esibiva molto dal vivo tra Golan, Cisgiordania e lo stesso Israele con live-act di grande impatto. È seguito un periodo di riflessione per mettere a punto il nuovo suono che riempie le canzoni di “Laissez Passer” (registrato in trio da Hasan, Rami e Amr). TootArd in arabo vuol dire “Fragole”, un nome che vuole marcare l’idea di una band che fa musica per evadere dalle difficoltà di una vita da apolidi. Messisi in luce al primo Palestinian Expo di Ramallah (2017), i TootArd sono stati scritturati dalla Glitterbeat di Chris Eckman. 
Le influenze “Tuareg desert rock” e sahariane (citano tra i loro ascolti Tinariwen, Tamikrest, Imahran, Mariema Hassan, Aziza Brahim e Bombino), l’uso dei modi classici arabi, l’aggiunta di tasti alla chitarra per avvicinarla alla timbrica dell’’ûd, il tocco psych-rock dato dall’uso di delay e riverberi, il drumming di stampo rock-dance, i non dimenticati passaggi in levare sono gli ingredienti di un lavoro discografico che si sta imponendo all’attenzione della stampa world music e rock internazionale. Nella title-track d’apertura raccontano su un riff irresistibile di matrice desert rock il loro status indeterminato: «Non esisto nella Carta d’Identità/ una corda e un pezzo di legno sono la mia polvere da sparo/ Senza nazionalità, senza confini/ Se lo chiedi ti direi /Suono l’’oud» e ancora: «Le tue radici sono sconosciute/ La tua patria è sconosciuta». La successiva “Musiqa”(su testo del giovane poeta del Golan Rifaa’ Abu Jabal) parte su movenze funk per poi assumere un profilo in levare. “Sahra” è un altro numero notevole tra l’incedere dance dabke, canto corale e innesti di sassofono con un finale in cui si impongono chitarre che virano verso il psych-rock. 
Il topos dell’uccello che si libra in volo libero viaggiando di luogo in luogo e superando i confini domina “A’sfur” («Ribellati, ribellati, oh uccello, vola alto così che non ci siano barriere nel mondo e l'alto muro sia demolito»). Invece, Rifaa ’Abu Jabal firma il testo di “Nasma Jabalyia” (“Brezza di Montagna”), una canzone d’amore dal tratto più malinconico. Si cambia registro, tuffandosi negli umori ska-reggae di “Oya Marhaba”, le cui semplici liriche esprimono un gioioso saluto a viaggiatori, artisti e amanti della musica. Il primo strumentale dell’album è la splendida “Baysati blues”, che porta un ritmo di danza e fraseggi jazzy di sax sull’omonimo modo arabo. Altra dichiarazione di intenti è “Roots Rock Jabali” (“Jabali” significa “Montagna”). Anche l’avvolgente danza arab rock di “Circles” è stata scritta da Rifaa’ Abu Jabal: una descrizione diretta della continuità ciclica della vita. Infine, il secondo strumentale “Syrian Blues”, costruito sul modo “rast” della scala araba, si muove con languida intensità tra Medio-Oriente e atmosfere post-rock con la chitarra in primo piano e il solo di sax che riempie la scena nel finale. TootArt: musica dall’alto potenziale comunicativo, oltre i confini imposti! 


Ciro De Rosa
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