Primizie della Transglobal World Music Chart di gennaio

3MA: Ballaké Sissoko, Driss El Maloumi e Rajery – Anarouz (Six Degrees, 2017)/Efrén López, Stelios Petrakis e Bijan Chemirani – Taos (Buda Musique, 2017)/Kapela Maliszów – Wiejski Dżez (Unzipped Fly, 2017)/WoWaKin – Kraj za Miastem (Autoprodotto, 2017)/Anouar Brahem – Blue Maqams (ECM/Ducale, 2017)/Maya Youssef – Syrian Dreams (Harmonia Mundi/Latitudes, 2017)/Júlio Pereira – Praça do Comércio (Tradisom, 2017) 

La panoramica mensile sulla Transglobal World Music Chart dà modo e agio di testare non tanto la tenuta di dischi ascrivibili a quel termine ombrello che è “world music”, quanto di porsi come antenna della tanta musica che si produce in giro per il mondo, filtrata dalle orecchie di una congrega di oltre cinquanta giornalisti e programmisti radiofonici. Di seguito, mettiamo a fuoco alcune produzioni che consideriamo imprescindibili all’interno della chart planetaria. Di altri dischi in classifica abbiamo già parlato su “Blogfoolk”, lo facciamo in questo numero (i TootArd) o ancora li approfondiremo nei numeri a venire. Arrivando in fondo a queste note, ad ogni modo, troverete le quaranta posizioni della chart di gennaio, ma, soprattutto, scoprirete musiche e artisti e da lì – chissà – potrete partire per nuove rivelazioni sonore da indagare nel mare magnum di musiche del pianeta. Uno scampolo della nostra Penisola in odore di world music lo troviamo con il Canzoniere Grecanico Salentino, che, tuttavia, slitta di qualche posizione, occupando l’ottavo posto. Il loro “Canzoniere” è un lavoro importante, eppure sembra non aver accontentato fino in fondo tutti i palati dei “Transglobalians”, forse proprio in ragione di uno dei suoi grandi meriti: l’efficace dialogo tra espressioni sonore locali e suoni mainstream. Ciò detto, è indubbio che rispetto al mese precedente si sono avvertirti dei sommovimenti nella classifica a iniziare proprio dal vertice, dove si attesta il trio 3MA con “Anarouz” (Six Degrees), scalzando Boubacar Traoré, il maestro di chitarra maliano in trasferta in Louisiana (“Dounia Tabolo”, pubblicato da Lusafrica, lo abbiamo recensito su queste pagine nel # 341). 
Qui parliamo del bel ritrovarsi in una conversazione in note di un terzetto, che annovera il maestro maliano della kora mandingo contemporanea Ballaké Sissoko, il marocchino-berbero Driss El Maloumi, suonatore di ‘ûd, e il malgascio Rajery, virtuoso della valiha, l’arpa tubolare di bambù. Il titolo dell’album significa “Speranza” in tamazight, la lingua berbera: un’aspettativa che si concretizza soprattutto nel notevole interplay tra i cordofoni. In tre brani il trio ci mette anche le voci, mentre il percussionista pakistano Khalid Kouhen interviene con le sue tabla in due tracce. Un altro terzetto di grandissima levatura è quello composto dal polistrumentista di Valencia Efrén López (rabab, ‘ûd, chitarra, kopuz, ghironda), viaggiatore tra le forme sonore di Mediterraneo, Medio e Vicino Oriente, il cretese Stelios Petrakis (lira cretese e laouto) e il percussionista iraniano/francese, figlio d’arte, Bijan Chemirani. “Taos” (Buda Musique) è il secondo capitolo prodotto dai tre strumentisti, che costruiscono un album strumentale, nel quale confluiscono idiomi sonori popolari greci e mediorientali, nonché musica antica di estrazione europea in un trionfo di creatività e di virtuosismo non autoreferenziale. Sempre in zona calda della chart, parla il linguaggio della tradizione orale il trio polacco Kapela Maliszów (“Wiejski Dżez”, è pubblicato da Unzipped Fly) provenienti da un paesino ai piedi dei Monti Beschidi, dalle parti del confine slovacco. In realtà, si tratta di un gruppo familiare, i Malisz, costituito da papà Jan, che è un liutaio e suona violoncello, ghironda e fisarmonica, e dai suoi giovanissimi rampolli, Kacper (violino e nyckelharpa) e Zuzanna (baraban e canto). 
Partono dalla musica tradizionale locale da danza, ma ci infilano svariate influenze e lasciano grande spazio all’improvvisazione. Il loro “Jazz di Paese” – questa è la traduzione del titolo dell’album – è infuocato come pochi dischi degli ultimi mesi. Se la cava altrettanto bene un altro trio folk polacco, i WoWaKin, dalle iniziali dei cognomi dei componenti Paula Kinaszewska (violino e voce), Mateusz Wachowiak (fisarmonica) e Bartlomiej Wozniak (batteria e sound design). Provengono dalla regione della Mazovia, posta a nordest. Debuttano con “Kraj za miastem” (album autoprodotto) e si impongono anche loro per propensione a suonare brani popolari con padronanza e una sensibilità contemporanea. Da un trio di esordienti a un maestro conclamato: non possiamo far passare inosservato il magistero tecnico e compositivo di Anouar Brahem, che in “Blue Maqams” (ECM) mette il suo ‘ûd al fianco di due grossi calibri del jazz come il contrabbassista Dave Holland, il cui timbro caldo si combina alla perfezione con il liuto arabo, e il batterista Jack DeJohnette, altro strumentista versatile di immensa esperienza. Django Bates è il quarto componente di questo espressivo nuovo progetto del tunisino, in cui i timbri si sposano a meraviglia. Gli spartiti di Brahem si sviluppano intorno al piccolo ensemble con efficacia e la musica vola in equilibrio tra māqam arabo, jazz europeo e musica da camera. In tema di confluenze e di ponti sonori gettati, segnatevi il nome della siriana ma residente londinese, Maya Youssef, suonatrice della cetra qānun con studi al Conservatorio di Damasco. “Syrian Dreams” (Harmonia Mundi/Latitudes). 
Accompagnata da violoncello, ‘ûd e percussioni, Youssef sforna un emozionante disco strumentale che guarda alla sua terra martoriata, attingendo ai modi della music classica araba arabo e combinandoli con stilemi jazz, flamenco e ambientazioni barocche. Infine, salutiamo l’ingresso tra i primi quindici album Júlio Pereira, virtuoso portoghese del cavaquinho. Il suo nuovo capitolo si intitola “Praça do Comércio” (Tradisom), come la piazza centrale della capitale lusitana. Il disco è un oggetto d’arte: un CD-book di 111 pagine, ricco di immagini, note tecniche e spartiti. Pereira suona anche la braguinha, un’altra piccola chitarra originaria di Madeira in quello che si configura come un viaggio (dieci temi originali e “Índios da Meia-Praia” di José Afonso) pieno di influenze e di suggestioni, tra jazz, rock e umori brasiliani e africani, con la collaborazione di António Zambujo, Pedro Jóia, Luanda Cozetti, Olga Cerpa, Luís Peixoto, José Manuel Neto, Cheny Wa Gunne e James Hill. Bem-vindo de volta! Maggiori informazioni sulla classifica su www.transglobalwmc.com 


Ciro De Rosa
Posta un commento