Joan Shelley – Joan Shelley (No Quarter, 2017)

Se nel disco precedente, il bellissimo “Over and Even”, era stato Willie Oldham, meglio conosciuto come Bonnie Prince Billy (concittadino e vicino di casa della Shelley), a costituire la figura del nume tutelare, per questo nuovo album omonimo, il quarto della cantautrice del Kentucky, la produzione è affidata nientemeno che a Jeff Tweedy, leader di Uncle Tupelo e Wilco e già produttore, fra gli altri, di Mavis Staples, White Stripes e Richard Thompson. Il lavoro supera in bellezza e in personalità il precedente ed è riuscito, finalmente, a far entrare la songwriter di Louisville nel circuito live europeo, grazie anche ad una copertina sull’autorevole mensile britannico “FRoots”, e alla nomination del magazine “Uncut” come uno dei dischi migliori dell’anno. Fra l’altro Joan Shelley aprirà le date americane del tour primaverile di Richard Thompson. Gli arrangiamenti sono minimali, sempre gentili, affidati alle chitarre della Shelley e del suo storico partner Nathan Salsburg. Fra le canzoni, tutte bellissime, spiccano la modale “If the Storms Never Came”, con un notevole incrocio fra le due chitarre acustiche, il country-blues di “I Didn’t Know”, con un delicatissimo lavoro di chitarra elettrica e dobro, e la pianistica “Pull Me Up One More Time”. Risaltano le due gemme acustiche “We‘d Be Home” e “Even Though”, oltre alla conclusiva “Isn’t That Enough”, forse il capolavoro dell’album, dove Joan mostra anche le sue abilità chitarristiche e con la scarna armonizzazione affidata al piano di James Elkington. Brilla anche il valzer intriso di blues di “I Got What I Wanted” con il fondamentale ma discreto apporto di Jeff Tweedy alla chitarra-slide. Un lavoro acustico, parco di suoni ma denso di emozioni, americano all’ennesima potenza, ma con alcune suggestioni che sembrano rubate alla migliore stagione del folk inglese: le chitarre di “If the Storms Never Came” ricordano Jansch e Renbourn di “Bruton Town” o “Cruel Sister”. E di quella stagione tornano alla mente anche la canzone d’autore alla Vashti Bunyan o alla Linda Perhacs, per non scomodare un fin troppo abusato paragone con la Joni Mitchell degli esordi. Una produzione sempre discreta e tesa a non snaturare il suono acustico dell’artista; insomma, un disco eccellente, con l’unica pecca della durata: appena 33 minuti.  



Gianluca Dessì
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