Aksak Project – Trebisonda (AemmeRecords, 2017)

Nato nel 1996 da un’idea del compositore e polistrumentista Achille Meazzi, l’Aksak Project sin dai suoi primi passi si è configurato come un laboratorio artistico a geometrie variabili, nel quale musicisti dal diverso background musicale hanno dato vita ad un percorso di esplorazioni, ricerche e sperimentazioni sonore attraverso le musiche e le culture del Mediterraneo. In questo senso, per nulla casuale fu all’epoca la scelta del nome che rimanda al termine turco con il quale si definisce un ritmo di tempo dispari, o “bulgaro” nell’accezione formulata da Bèla Bartòk, e che successivamente ha incarnato e sintetizzato perfettamente la linea progettuale che questo ensemble ha portato avanti. Dal disco di debutto “Namar”, edito da Ethnoworld nel 2001, al successivo “Buonvento” pubblicato a distanza di undici anni, passando per il live “Sonos Mundi” del 2015, la formazione lombarda è andata alla scoperta di suoni, storie e culture differenti, attraversando idealmente le acque del Mare Nostrum che divide ed allo stesso tempo unisce tre continenti. Da Oriente ad Occidente, da Nord a Sud, hanno disvelato quegli incroci ed attraversamenti sonori che hanno fatto incontrare strumenti e lingue diverse e dato vita ad un processo osmotico necessario e sorprendente al tempo stesso. Intorno a tutto questo hanno innestato il loro lavoro di ricerca tanto sul ritmo quanto sulla melodia, il tutto senza dimenticare l’utilizzo di strumenti legati alle identità sonore del mediterraneo. Laddove i tempi asimmetrici sono stati ricontestualizzati nella contemporaneità minimalista, il lavoro sulle strutture musicali si è sviluppato partendo dalla melodia dai maqam mediorientali per approdare al jazz ed alla world music. Il loro nuovo album “Trebisonda” raccoglie dodici brani, in larga parte firmati da Achille Meazzi (chitarra, laouto, violoncello, oud, santur, ronco, charango, cuatro, aza, harmonium), ed incisi con la partecipazione di vecchi compagni di viaggio come Nico Catacchio (contrabbasso), Alberto Venturini (clarinetto, clarinetto basso, batteria, darbouka, djembè, daf, hang, udu, programmino) e Nicola Mantovani (sax soprano), a cui si aggiungono i nuovi innesti di Eloisa Manera (violino), Gianni Satta (tromba e filicorno), Alessandro Cassanni (basso elettrico), Valerio Baggio (piano), Camilla Barbarito (voce e recitazione) e Marco Turati (voce). In questo nuovo lavoro la formazione lombarda allarga il raggio delle proprie esplorazioni sonore e, quasi avessero varcato le Colonne d’Ercole, aprirsi a nuove rotte come scrivono nelle note di copertina: ““Trebisonda” racconta un viaggio che, diversamente dai precedenti, non si snoda più lungo un itinerario di approdi successivi secondo una scansione temporale, stavolta si tratta di un viaggio che parte, va e si muove simultaneamente in più direzioni verso latitudini differenti a incontrare nuove musiche, altri saperi e rinnovati orizzonti emozionale. Europa, Asia, Africa e America Latina popolano e animano le tracce di questo disco sino a fondersi (e confondersi) per dare corpo e struttura al progetto che crediamo assolutamente sincero e originale”. L’ascolto rivela un lavoro dalla elegante architettura sonora nel quale ogni composizione rappresenta una visione, uno spaccato poetico, un racconto in musica, componendo una sorta di diario di viaggio immaginifico. Ad aprire il disco è il crescendo denso di lirismo di “Bosphorus” nella quale le corde danno vita ad un trascinante interplay con il violino e le percussioni. Se in “Kalp” si sviluppa attraverso il dialogo tra gli archi e il pianoforte di Roberto Cipelli in cui si inserisce il solo di clarinetto, la successiva “Alba Silenciosa” ci regala l’intensa prova vocale di Marco Turati. Si prosegue con le eteree atmosfere jazzy di “Marecalmo” dove le corde di Meazzi incontrano la tromba di Ginni Satta che nella successiva “Sahel” è protagonista di una scorribanda sonora con le percussioni e il basso elettrico di Alessandro Cassanni. La poetica “Aphorisme” intessuta sui versi di Alexander Pope e l’intrigante costruzione sonora di “Contraluz” ci conducono, poi, a “Kalosorisma” nella quale le increspature ritmiche e sonore fanno da cornice ad una originale trama melodica. Il vertice del disco arriva con “Agouamala”, già ascoltata nel corso dell’ultima edizione del Premio Andrea Parodi e della quale ci colpì non solo il testo in sabir ma anche la particolare cura riservata all’arrangiamento. Le sonorità latin di “Les Ombres” ci conducono verso il finale dove la swingante “Jazebao” e la suadente “Nubes”, cantantata in portoghese, completano un lavoro pregevole che non mancherà di affascinare gli ascoltatori più attenti. 


Salvatore Esposito
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