Vinicio Capossela ne “I cerini di Santo Nicola”, Officina Grandi Riparazini, Torino, 22 Dicembre 2017

Venerdì scorso è andata in scena nelle ristrutturate ex Officine Grandi Riparazioni di Torino la prima ed unica rappresentazione de “I cerini di Santo Nicola”, il racconto scritto da Vinicio Capossela per l’omonimo radiodramma eseguito la notte di Natale del 2002. Per questa occasione, l’autore ha voluto circondarsi di alcuni dei suoi migliori amici, che poco alla volta entreranno in scena e faranno parte del racconto, e da una versione ridotta della sua band, comprendente Vincenzo Vasi a theremin, vibrafono e percussioni, Glauco Zuppiroli al contrabbasso, e Alessandro “Asso” Stefana a chitarre e armonium. L’ambientazione è quella dell’atrio di una stazione, dove due barboni dormono protetti da coperte, mentre dagli altoparlanti arriva la voce degli annunci dei treni. Al centro della scena brucia il fuoco acceso dentro un bidone per scaldarsi, mentre entra il terzo barbone, Paolo Rossi, che introduce il racconto a modo suo, tra battute, recitazione e improvvisazione, lasciando poi la scena all’ingresso di Capossela che con il suo organetto a manovella esegue il brano Sante Nicola, un testo che riletto oggi, in questa ambientazione, colpisce ancora di più per profondità, significato e bellezza. 
Gli scambi di battute tra Paolo e Vinicio lasciano intuire che non tutto è ben oliato, o forse è volutamente lasciato all’improvvisazione, ma la comunicativa tra i due è notevole. Sono d’altra parte dialoghi tra amici, così come quelli dei brani che seguono, Tornando a casa, con Capossela al piano, e Resto qua, in cui si ricordano i tempi del Teatro Smeraldo di Milano (ora sede di una nota catena di alimentari di qualità), e degli incontri che vi si facevano. Si entra così lentamente in questo spettacolo, a metà tra fiaba e racconto musicato, con Capossela che legge “Luis prima nella neve” e canta con voce rauca una versione swing di Voglio essere come te, tema tratto dal film “Il libro della giungla”, con un grandissimo Alessandro Asso Stefana alla chitarra. Ora l’atrio della stazione inizia a vivacizzarsi: prima da un divano si alza un barbone poeta, Vincenzo Costantino Cinaski, le cui poesie introducono il brano In clandestinità, poi da una sedia si scopre il terzo barbone, un vecchio dj rock, Renato Striglia (dj e giornalista rock torinese, ma soprattutto uno dei grandi amici di Vinicio), al cui racconto di vita non può che seguire il Tanco del Murazzo, il racconto epico di una Torino che Vinicio ha amato e che ora non c’è più. 
Striglia prosegue con il racconto “Festeggiamento negli abissi”, introducendo così una versione più intima del solito di Pryntyll, con Asso al mandolino e Vasi al theremin. Adesso siamo nel vivo del racconto, letture e canzoni si susseguono incastrandosi le une nelle altre. Al Cinaski che legge “Il cimitero delle lavatrici” segue Vinicio con il brano Le creature della cupa, che sfuma nel racconto “Il Pumminale”, a cui fa seguire senza sosta prima La notte è bella (brano tratto dal repertorio di Matteo Salvatore e Otello Profazio), unico brano della serata in cui Capossela imbraccia la chitarra, e poi, tornando al piano, Il pumminale. Ci si avvia al finale, e l’atmosfera si fa sempre più natalizia. Rossi legge uno dei racconti più belli di questo radiodramma, Lubecca a natale (uno dei pochi che Capossela ha sovente ripreso nei suoi concerti), introduzione ad una bellissima versione di I pianoforti di Lubecca, che mette in luce un Vasi davvero magico (il loro incontro avvenne quindici anni fa proprio in occasione della sonorizzazione de I cerini di Santo Nicola). Non possono quindi mancare una Jingle bells che in dialetto diventa Campanelle, ed una divertentissima Santa Clous is Comin to Town in italiano in cui babbo natale si suicida dalla disperazione. 
Un breve siparietto dedicato a Il Gigante e il Mago (personaggi di un secondo radiodramma natalizio di Capossela) prelude al Finale, recitato da Cinaski e Rossi, mentre Capossela chiude al piano con Non c’è disaccordo nel cielo. Paolo Rossi infine legge gli ultimi passi del racconto, che introducono all’arrivo di Sante Nicola, per la sua particolare omelia sulla paura e gli imprenditori della paura, su questi tempi in cui il White Christmas diventa Black Friday, tra Santi che non fanno più miracoli, e politici che i miracoli li promettono, e infine invita i suoi barboni a scendere tra il pubblico per fare la questua. Una questua però non di soldi ma di parole, quelle che non usiamo più tra noi di persona ma sui social, pensando di parlare con altri, essendo in realtà sempre più soli. E Capossela / Santo Nicola sostiene non sia vero che soli è meglio che male accompagnati. L’ingresso dell’organetto a manovella chiude questa particolarissima cerimonia natalizia con la benedizione laica di Ovunque Proteggi, che Vinicio conclude tornando al pianoforte. Qui lo spettacolo sarebbe finito, gli amici – barboni lasciano il palco, ma Vinicio non sembra abbia ancora voglia di tornare a casa. 
Resta seduto al piano, e parte un lungo medley improvvisato (lo si nota dagli sguardi di intesa dei musicisti che cercano di seguire le intenzioni del capo) che inizia con una bella versione super swing di All'Una e Trentacinque Circa, sfuma in un accenno di Astro del Ciel, diventa il Tom Waits della versione in italiano di Christmas Card From a Hooker in Minneapolis, torna alla tradizione con Jingle Bells e infine si chiude con Christmas Song. Adesso la cerimonia è davvero conclusa, e l’esperimento, per quanto azzardato e forse un po’ improvvisato, può dirsi riuscito. Un esperimento che non avrà seguito in questa forma, che resterà infatti l’unica realizzazione live de I cerini di Santo Nicola, ma che conferma l’intento di Capossela nel proseguire e portare a compimento un percorso iniziato anni fa, sempre più vicino ad una forma personale di teatro canzone. 


Giorgio Zito
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