Nanni Svampa, una vita dedicata ai canti popolari milanesi e lombardi

In oltre cinquant’anni di attività, Nanni Svampa ha contribuito alla diffusione della canzone popolare e la sua ricerca riveste indubbio interesse etnomusicologico. Estroverso di carattere, negli anni, ha operato come attore teatrale e cinematografico, interprete, conduttore di lezioni-concerto, regista di spettacoli musicali, autore di canzoni e di testi per cabaret, teatro, radio e tv, si è inoltre distinto come libero traduttore e interprete in milanese delle canzoni di Georges Brassens.  Importante è stata anche la sua attività didattica e di promotore culturale. Da esperto professionista, Svampa riusciva a creare un’atmosfera festosa, immortalata in numerose pubblicazioni discografiche, supportate da un’adeguata produzione e diffusione commerciale. È nostro desiderio ricordarlo con apprezzamento, pur nel ritmo incalzante di una Milano sempre più globalizzata che, tuttavia, non vuole rinunciare alle proprie solide radici culturali.   

Una voce del popolo in lingua vulgare 
All’ascolto, i canti in dialetto di Svampa sono “contagiosi”, trascinanti per “semplicità” melodica e vivacità espressiva. In prima battuta, per avvicinarsi alle sue canzoni, riteniamo sia necessario saper mettere da parte la riflessione teorica e ideologica, lasciandosi trasportare dalla forza evocativa e sonora della parlata milanese. In seconda battuta, bisognerebbe riconoscere a Svampa gli onori del ricercatore etnomusicale in quanto, con determinazione, operò sul campo per raccogliere e diffondere in modo onesto e rispettoso la cultura ereditata dai propri maestri, che non erano professori di conservatorio o universitari, ma principalmente gente comune, con la quale aveva socializzato durante l’infanzia o in locali e osterie della Milano post bellica.  
In terza battuta, bisognerebbe dare merito a Svampa per la fermezza e la coerenza, con le quali riuscì a inseguire il sogno di vivere di sola musica, nonostante l’elevato sacrificio compiuto per laurearsi in Economia e Commercio alla “Bocconi”. Laurea che gli avrebbe verosimilmente permesso di condurre una vita agiata da “cumenda”, come dicono a Milano. La chiave del suo lavoro culturale e artistico, pensiamo sia ben sintetizzata in un libro titolato “La mia morosa cara, Canti popolari milanesi e lombardi” (1977), nel quale scrisse: «Come molti della mia generazione, ho compiuto un cammino a ritroso, dopo vent’anni di scuola regolare, alla riscoperta di quei valori che la scuola appunto da un lato e l’educazione familiare dall’altro avevano soffocato in noi con pratica tipicamente borghese. Questo riappropriarsi di una lingua e di una cultura dialettale ha rappresentato per me una forma di arricchimento culturale che ha marciato di pari passo con l’interesse per il teatro, per la satira, per la canzone d’autore». Facendolo studiare con sacrificio, il padre aveva previsto per Nanni una differente carriera professionale. Vedendolo impegnato ogni sera in spettacoli di cabaret, incurante di mettere a frutto le potenzialità del titolo universitario acquisito, pare che un giorno sbottò: «Ti ho fatto studiare vent’anni per andare tutte le sere a puttane». Nei primi anni Sessanta, nel pieno della “ricostruzione” post bellica e del “boom economico”, lavorare nel cabaret e, in generale, nel mondo della musica leggera, non era da tutti ben visto. Lo storico detto latino trovava (e spesso trova tuttora) attualità: “musica non dant panem”. Tuttavia, “al cœr se cumanda no” (al cuore non si comanda) ed evidentemente quello di Nanni era ben orientato a spendere l’intera esistenza a favore della propria gente, valorizzando l’idioma locale. Vi è da dire che, negli anni Sessanta, i dischi si vendevano copiosi e gli spettacoli teatrali erano seguiti da un nutrito pubblico. 
Già dalla seconda metà degli anni Cinquanta, a Milano e in Lombardia, erano state avviate ricerche sul canto popolare, in primis da Roberto Leydi e dai suoi collaboratori gravitanti attorno all’eterogeneo gruppo di ricerca successivamente denominato “Nuovo Canzoniere Italiano”. Dei primi anni Sessanta, sono alcuni spettacoli di successo come “Milanin Milanon”, curato da Leydi nel quale, insieme con Enzo Jannacci, figurava come attrice-cantante sua moglie, Sandra Mantovani, “madre” del folk revival italiano.  In quel periodo vi era fermento intorno alla musica e alla cultura popolare, dalle quali diversi cantanti e attori presero spunto per affermarsi come professionisti nei rispettivi campi di azione. 

Cantare Brassens in milanese
Svampa riuscì ben presto a caratterizzarsi come interprete di spicco del repertorio milanese e lombardo. Aveva ammirazione per il cantautore francese Georges Brassens al quale, negli anni, dedicò dischi e numerose tournée, in teatri e in tanti altri locali sparsi nel territorio lombardo e nazionale. Sin dai tempi del servizio militare, Svampa ebbe l’intuizione di tradurre e di adattare al dialetto milanese le canzoni del cantante francese, ove necessario proponendo delle trasposizioni narrative più vicine alla cultura meneghina. Dichiarò in un’intervista: «I tentativi di tradurre Brassens in italiano sono falliti per le caratteristiche della nostra lingua troppo ingessata. Il milanese mi permetteva di trasporre temi, personaggi, atmosfere da Parigi a Milano, dando nuova linfa ai testi originali, permettendomi pure alcune libertà a vantaggio delle diverse situazioni. Tradurre significava ricercare. Nel rifare Brassens ho dato il meglio di me stesso».
I toni surrealisti misti a comicità furono ingredienti di successo che si ritrovano, ad esempio, in “La Rita de l’Ortiga”, canzone nella quale un’ingenua pastorella allatta un gattino in pubblico. In breve la notizia si sparge e tutti gli uomini dell’Ortica (quartiere periferico) vanno a godersi la scena. Purtroppo il gattino farà una brutta fine e la pastorella, dopo un mese, si sposerà per consolazione. In “El gorilla” sono presenti allusioni di diverso tipo e un finale a sorpresa viene riservato al “giudes” (giudice), il quale si trovò davanti all’animale scappato dalla gabbia. In “La vocazion” (La vocazione), per ricercare redenzione eterna, il protagonista della canzone accetta il consiglio ricevuto da un vicino di casa, “… un certo Blaise Pascal” (!). Veste la tonaca. Presto arrivano dieci vecchiette che gli chiedono di cantare una di quelle canzoni “che il buon Dio vi ha dato ispirazione”. Colto alla sprovvista, cantò “ Gorilla” e “Pelanda Ti” (non propriamente religiosi). Lasciamo immaginare lo scompiglio e la rovinosa fine che rischiò di fare, se non fosse intervenuta una “dama di carità”. Un must dei concerti di “Svampa canta Brassens” era anche “La Cesira”, caratterizzata da una strofetta in rima contenente “considerazioni” sessuali. In concerto, spesso, tale strofetta veniva cantata imitando improbabili esecutori, prima di richiedere il coinvolgimento del pubblico per ironiche esecuzioni corali.  Come ebbe modo di riferire in un’intervista, Svampa sentiva una vicinanza culturale con il cantautore francese, anticlericale, pacifista, con “humor” solidale verso i meno abbienti e i reietti della società. Brassens fu autore stimato da diversi cantautori italiani (come, ad esempio, De Andrè), meno dal grosso pubblico italiano ma, certamente, possedeva la capacità di raccontare storie poetiche di varia umanità, a un tempo in grado di far sorridere e riflettere con sottile ironia. 

Basta la voce e una chitarra
Svampa conosceva i propri limiti come musicista e non li nascondeva. Talvolta iniziava i concerti facendo presente al pubblico di essere «… il chitarrista più incapace di tutta la Val Padana» e, pertanto, si faceva accompagnare. Due sono stati i chitarristi con i quali lavorò maggiormente: Lino Patruno e Antonio Mastino. Il primo è stato uno dei fondatori de “I Gufi”, gruppo attivo dal 1965 al 1969. Mastino era un apprezzato chitarrista classico, deceduto prematuramente nel 2015, sostituito dal giovane Luca Maciacchini il quale,  in un’intervista, ha evidenziato il rigore di Svampa nello svolgere l’attività professionale. Un rigore che accomuna un po’ tutti i lavori di ricerca musicale degli anni Sessanta, come quello etnomusicologico e interdisciplinare curato o direttamente condotto da Roberto Leydi nel territorio lombardo, dal quale Svampa attinse informazioni, come attestato in prefazione all’opera in precedenza citata, facendo esplicitamente riferimento agli Archivi dell’Istituto Ernesto De Martino, «…indispensabili per chi si occupi di canzoni popolari. Per quanto riguarda il repertorio d’osteria, i miei maestri sono stati soprattutto il Berto con i amis del “Trainn de Precott” e il Pinza con la compagnia de la “Briosca” sul Naviglio».  Con dodici dischi (o volumi), ai quali collaborò Michele Straniero, Svampa completò la “Raccolta” dedicata alla canzone milanese e lombarda. I dischi terzo (“Osteria e la mala”) e sesto (“W l’osteria”) furono riferiti ai canti delle bettole.  Scrivendo in merito a tali canti, toccò il tema della volgarità: «Il problema dei testi sboccati e “osceni” sì, ce lo siamo posto… un po’ di autocensura l’abbiamo praticata … ma non più di tanto; non, cioè, fino a snaturare i pezzi che avevamo scelto per far da panorama a un mondo che non vuol morire (…) proprio quella maggiore libertà di linguaggio, quel tanto di “eccessivo” e provocatorio che il luogo e  l’occasione ci consentono, costituisce il tipico, lo specifico dell’osteria (…). 
Ci siamo detti, se l’osteria ha da essere, che osteria sia, una volta per tutte». In un’altra occasione, Svampa precisò la propria idea rispetto alla volgarità (o presunta tale) di alcune canzoni, barzellette o dei testi d’autore: «Credo sia necessario distinguere fra volgarità e trivialità. Per me ciò che è volgare ha sempre un valore positivo, deriva da “vulgus”, dal popolo. La trivialità è tutta un’altra cosa, è l’uso ripetuto e fuori luogo di parolacce gratuite, usate spesso dai comici d’oggi per far ridere, quando manca l’intelligenza per raccontare situazioni divertenti». Nel disco sesto sopra citato sono presenti solo canzoni popolari, tranne “la Famiglia Brambilla”, con testo di Nino Restelli e musica di Mario Casiroli.  In “el minestron” (il minestrone, chiamato anche “el risott”, il risotto), in successione, sono vivacemente “cucite” insieme strofe di differente argomento, ma tutte di tono scherzoso e burlesco. Stretto è il filo che univa cantori di osteria e cabarettisti, artisti del mondo teatrale e della canzone dialettale lombarda. Nel Settimo volume della citata “Raccolta”, denominato “La Nuova Canzone Milanese”, Svampa canta in apertura il noto “Ma mi”, con testo di Giorgio Strehler (fondatore con Paolo Grassi del “Piccolo Teatro”), il quale scrisse delle canzoni per Ornella Vanoni, coinvolgendo il compositore Fiorenzo Carpi. Lo stesso compositore collaborò con Dario Fo, per le canzoni titolate “Sentij come la vosa la sirena” e “Hanno ammazzato il Mario”. Una canzone del disco - “La forza dell’amore” - porta la firma di Enzo Jannacci e di Fo. Di Jannacci autore e compositore vengono eseguite “El portava i scarp de tennis” e “Andava a Rogoredo”,  nella quale lo sfortunato protagonista vorrebbe riavere “i danee” (i soldi) che la ragazza aveva preso con la scusa di un krafen, dopo di che è sparita e lui “l’ha vista pu” (non l’ha più vista). 
Alla fine degli anni Sessanta, Svampa fu autore e interprete al “Piccolo Teatro” di due acclamati spettacoli, “Nanni Svampa canta Brassens” (1968, con Lino Patruno) e “La mia morosa cara” (1969, con Lino Patruno e Franca Mazzola). Seppur fugace, qualche accenno è utile riferirlo alla costituzione del quartetto de I Gufi, che ebbe solo cinque anni di attività, salvo una sporadica riunificazione negli anni Ottanta. Il quartetto, oltre a Svampa,  comprendeva Gianni Magni, Lino Patruno e Roberto Brivio, provenienti da differenti esperienze artistiche. Il loro successo nazionale fu decretato grazie a spettacoli televisivi, caroselli pubblicitari e recite teatrali. Visivamente, “I Gufi” si caratterizzarono per un abbigliamento popolare (in stile osteria o alla moda dei cantanti esistenzialisti francesi, con tuta nera e bombetta) e promossero un repertorio tradizionale mischiato a umorismo e a satira sociale. Della loro discografia, ricordiamo “Il Teatrino dei Gufi”, “Due secoli di Resistenza”, “Il Gabaret dei  Gufi”, “Milano canta” (1 e 2). Prendiamo, ad esempio, la pubblicazione discografica “I Gufi: Milano canta n. 2”, nella quale vengono proposti brani storici come La bella Gigogin (canto già diffuso nel Risorgimento, su ritmo ballabile), nella trascrizione musicale di Lino Patruno, i cui arrangiamenti normalmente strizzavano l’occhio alle ritmiche jazz.  Altre canzoni popolari del disco sono state trascritte da Giorgio Gaslini, apprezzato compositore milanese. Disciolto il Gruppo, ogni componente intraprese una propria attività. Svampa, in particolare, riscosse successo nazionale principalmente con i recital di Brassens. Saltando ad anni più recenti, ricordiamo il libro “Bisogna saperle raccontare” (2013), in cui riportò consigli su come scrivere e raccontare barzellette e testi con espressività. 
Tale libro permette di evidenziare l’abilità di Svampa nel condurre l’azione teatrale durante le esecuzioni dal vivo, che gli permettevano (pur nella semplicità scenografica) di tenere sempre alto il livello di attenzione del pubblico, con il quale ricercava dialogo continuo, supportato da una padronanza assoluta dell’idioma locale che dal suo labbro sgorgava come lingua materna. 

Cenni biografico-professionali
Giovanni Svampa era nato a Milano nel 1938 (in Via Ponchielli) ma, dai due ai nove anni, passò una felice infanzia nel paese materno di Sangiano (VA). Tornò poi a vivere nel capoluogo lombardo. Seguì studi regolari e, dopo il liceo scientifico, s’iscrisse alla “Bocconi”. Nel 1959,  debuttò in una rivista goliardica universitaria. In quel periodo, a Milano, esistevano diversi locali per cabaret, come  “Cab ’64”, “Intra’s Club”, “Nebbia Club”, e diverse osterie nelle quali Svampa ebbe modo di acquisire sul campo un ricco repertorio popolare in milanese.  Nel 1962, si sposò con la signora Dina, alla quale resterà per sempre legato. Dopo l’esperienza con I Gufi e i successivi spettacoli-concerto con canzoni di Brassens, nei primi anni Settanta, fu intenso il sodalizio con Lino Patruno (amico di una vita) e Franca Mazzola (pianista e attrice), entrambi ancora in attività. Del 1974  è  “XI non abrogare”, cabaret satirico a favore del divorzio. Dal 1980, operò anche come manager della “Ganivell”, specializzata nella realizzazione di progetti per la promozione turistica e culturale.  Nei primi anni Ottanta, divenne direttore artistico del nuovo cabaret “Ca’ Bianca” e, negli stessi anni, per un limitato periodo, ritornò a far parte de I Gufi, scritturati per circa quaranta puntate da un’importante televisione privata lombarda.  Tra il 1985 e il 1989,  si esibì in “Concerto per Milano e Archi”, spettacolo di canzoni milanesi accompagnate da un quartetto d’Archi e da un Trio, diretti da Ettore Cenci. 
Dagli anni Novanta, Svampa fu attivo anche didatticamente, organizzando numerose lezioni-concerto, sempre valorizzando anche l’opera di Brassens. Alla fine degli anni Novanta, si trasferì a Portovaltravaglia sul lago Maggiore, alla ricerca di tranquillità e di un più stretto contatto con la natura. Tuttavia il filo con la città natale non si spezzò mai. Ricevette, tra l’altro, anche onorificenze pubbliche (da Comune e Provincia) e incarichi per organizzare eventi, come ad esempio, lezioni-concerto sulla cultura milanese e lombarda, secondo un organico percorso di ricerca etnomusicale, sul tipo di quello condensato nel testo “La mia morosa cara” (del 1977, ripubblicato nel 1980 per la Mondadori e riaggiornato nel 2001), il quale riveste specifico interesse etnomusicologico. Nel repertorio sono compresi canti di guerra, di lavoro, di osteria, di malavita, oltre a canzoni d’amore e ballate varie. Una nutrita sezione del libro è dedicata al repertorio infantile (conte, giochi, filastrocche e canzoncine), un’altra ai canti rituali e alle orazioni. Tra le pubblicazioni testuali di Svampa, richiamiamo alla memoria anche “Canzoni e risate” (1979), “Brassens” (1991), “W Brassens” (2001), “Scherzi della memoria” (2002).  Infine, ricordiamo la sua variegata attività cinematografica e televisiva, grazie alla quale collaborò con diversi registi, tra cui Sandro Bolchi, Edmo Fenoglio, Pasquale Festa Campanile, Marco Vicario, Gabriele Salvatores, Renato Castellani, Ugo Gregoretti, Franco Rossi,  Luigi Perelli, Vittorio Sindoni.

Per mantenere viva la memoria
Il 26 agosto 2017, Nanni Svampa è deceduto e il suo nome è stato iscritto al “Famedio”, “Pantheon” milanese. Alla città aveva dato tanto in termini di memoria e identità. In una città interculturale sempre più globalizzata, c’è ancora spazio per la Milano cantata con acume e ironia da Svampa? Noi rispondiamo affermativamente e siamo propensi a credere che, negli anni, il capoluogo lombardo andrà progressivamente riscoprendo le proprie radici culturali e la propria storia, ben studiata da autorevoli ricercatori anche in ambito musicale. Tra questi ricercatori, a Svampa deve essere riservato un posto di rilievo, poiché la sua fu una ricerca tesa a testimoniare - come ebbe a scrivere (con una certa ironia) - «… quanto la Lombardia sia ricca di canti popolari … anche se in molti non se ne sono accorti».  Se veramente interessati alla salvaguardia del patrimonio etnomusicale, facendo sapiente uso delle nuove tecnologie, bisognerà studiare il modo più idoneo per rendere vivi e attuali tali canti e, in merito, c’è da auspicare che le Amministrazioni pubbliche (o gli Enti privati) riescano a portare avanti politiche culturali organiche, consorziandosi, ideando progetti interregionali ad ampio respiro, perseguendo obiettivi di medio e lungo periodo, piuttosto che concentrare l’attenzione solo su effimeri e passeggeri eventi i quali, nella maggior parte dei casi, si consumano in un solo giorno. Nanni Svampa operò seguendo il nobile intento di non tradire le proprie radici linguistiche, tanto valorizzate da autori anonimi e letterati come Carlo Porta, Emilio De Marchi, Giuseppe Rovani, Carlo Bertolazzi, Delio Tessa,  da cantanti come Giovanni d’Anzi, Walter Valdi, Giorgio Gaber, Sandra Mantovani, Enzo Jannacci nonché da attori come Edoardo Ferravilla, Roberto Brivio, Piero Mazzarella. 
Duratura memoria a Nanni Svampa - cantore della milanesità, colto amico del popolo, maestro di stile,  divulgatore di un vasto patrimonio di conoscenza e di visioni -, al quale auspichiamo che Milano dedichi iniziative per ricordarlo degnamente, dando rilievo a un vero interprete della cultura popolare che, con la sua opera, si distinse, ricoprendo un ruolo importante nella vita musicale del Paese. Una concreta azione potrebbe essere la realizzazione di un artistico “sito” audio-video interattivo (“remotabile” da casa) in sua memoria, collocato in una piazza del centro cittadino, ove potersi ritrovare e cantare coralmente canzoni della tradizione. La musica popolare e lo spirito delle vecchie osterie ri-vivrebbero nella piazza la quale, grazie alla tecnologia, diventerebbe potenzialmente universale. Inoltre, sarebbe simbolicamente significativo dedicare a Svampa una Scuola pubblica, dedita interdisciplinarmente alla promozione della cultura milanese e lombarda.  Per il futuro, al fine di un’adeguata diffusione delle sue canzoni e del repertorio popolare, riteniamo sarà comunque indispensabile usare con criterio la forza divulgativa dei “social media”, ricercando intelligenti sinergie con radio e televisioni (nazionali e locali), investendo soprattutto sulla formazione musicale delle giovani generazioni sin dalla scuola della prima infanzia, periodo che segnò indelebilmente l’imprinting sonoro e linguistico del piccolo Nanni. I dialetti (evidenziano i linguisti) non sono linguaggi rozzi e inferiori, non sono fossili, ma lingue con lessico, strutture grammaticali e storia propri. Nella loro trasformazione naturale, richiedono di essere parlati, di essere valorizzati come lingue del cuore e della quotidianità. Forse, è proprio questo il segno più evidente del lascito di Nanni Svampa: aver saputo dare coerente valore alle parlate locali nel corso di tutta la sua esistenza, all’insegna del canto e della socialità condivisa. 



Paolo Mercurio
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