Möbius Strip – Möbius Strip (Musea Records, 2017)

Nome altisonante e sufficientemente incomprensibile, quello dei Möbius Strip incornicia alla perfezione lo stile musicale ricercato, raffinato e adeguatamente coinvolgente di un quartetto di musicisti della provincia laziale. Siamo a metà strada tra tante influenze (d’altronde la band è giovane e si guarda intorno, guarda dietro alla storia, anche se scrive i propri pezzi) che richiamano un grosso spettro di musicisti: Mingus, Pastorius, Metheny, Gentle Giant, Porcupine Tree, Soft Machine, ma anche qualcuno che ha più direttamente a che fare con il mainstream (lasciamo che ognuno faccia le sue considerazioni). Certo, se è vero che la prospettiva è quella giusta – perché i quattro sono strutturati, hanno ritmo e tocco, sono attenti alle sfumature (First impressions”) – è altrettanto vero che hanno riferimenti di alto livello. E questo potrebbe forse inibire la scrittura e lo stesso processo di produzione dei brani, anche se non sembra al momento riguardare quelli confluiti nell’album in oggetto. Al contrario sembrerebbe che il riferimento a un ambito musicale multiforme (direi anche sempre più di nicchia), studiato con meticolosità e riprodotto con equilibrio, faccia più che bene in una fase come quella in cui si trova la band: questo è il primo disco, esce come una sintesi alquanto matura di un periodo di formazione mediamente lungo, porta lo stesso nome del quartetto e quindi ne rappresenta stato, prospettive e capacità (“Bloo”). E non a caso l’album è pubblicato dalla francese Musea Records, che lancia il gruppo in una dimensione internazionale, probabilmente più congeniale alle sue prospettive e aspettative (“Andalusia”). Gli strumenti che imperniano le sei lunghe tracce in scaletta (si va mediamente dai sette ai nove minuti) aderiscono con coerenza all’orizzonte delineato attraverso quei nomi citati poco fa e si rimbalzano l’un l’altro un andamento molto sicuro che guarda a un jazz fermo e pieno, strutturato e ritmato, e all’idea di un rock ricercato e non estemporaneo, delicato negli assemblaggi ancorché saldato a una base quasi tradizionale (“Déjà vu”). Una base nella quale basso e batteria fanno il loro dovere e arpionano gli altri due strumenti, tastiere e sassofono, più fluidi e “ambigui” (nel senso degli stili, o meglio – e non a caso – dei diversi stili, che generalmente sono chiamati a definire) nel flusso complesso di andamenti ricchi e stratificati, ma mai autocelebrativi e tantomeno ridondanti. Questo è importante, perché credo si possa dire che l’album, a uno sguardo d’insieme ma anche attento ai passaggi fondamentali (che scandiscono le tante parti dei brani lì dove sembra sempre necessario), risulti generalmente ordinato, equilibrato e spesso trascinante. Mi riferisco a quell’ordine – tanto per intenderci – che si trova non nei talenti puri, né tantomeno nei masters che producono capolavori con una dose spesso crescente di prevedibilità e una sempre minore di perfettibilità. L’ordine che si percepisce in Möbius Strip è invece imprevedibilmente impuro. E questo è un elemento fondamentale che, al di là di ciò che si può pensare a un primo ascolto, fa quadrare tutto il resto. Da un lato perché soccombe (come dicevo pocanzi) a una mancanza (o a una presenza troppo di secondo piano) di estemporaneità. Di quell’estemporaneità (anche ideale, immaginata) appunto un po’ sporca, che spinge la contaminazione verso un rock più profondo. Dall’altro lato perché rappresenta e lascia emergere senza filtri la bellezza del primo vero lavoro, della prima riflessione compiuta sulle proprie attitudini e, ancor di più, sul linguaggio che si è organizzato fino a qui. 


Daniele Cestellini
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