Officina Zoè – Live in India (Kurumuny, 2017)

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Era la primavera del 1993 quando Cinzia Marzo (voce, flauti, tamburello e castagnette), Donatello Pisanello (organetto, chitarra, mandola, armonica a bocca), Lamberto Probo (tamburello, tammorra, percussioni, cupa cupa, lavaturu e violino a sonagli) diedero vita a Officina Zoè. Accanto al nucleo storico si sono avvicendati, negli anni, diversi musicisti tra cui l’indimenticato Pino Zimba, le voci di Rachele Andrioli e Raffaella Aprile e gli attuali Giorgio Doveri (violino, mandola), Luigi Panico (chitarra, mandola, armonica a bocca) e Silvia Gallone (tamburello, tammorra e voce), ma intatta è rimasta la loro capacità di essere una delle principali forze motrici della rinascita della tradizione popolare in Salento. A contraddistinguere il loro lavoro è stata la ricerca costante attraverso i suoni e il repertorio della cultura orale che gli ha consentito di riportare alla luce gli elementi mistici e quasi arcani nascosti nei ritmi delle pizziche e dei canti del Salento, per diventare loro stessi parte della tradizione attraverso la composizione di brani originali. 
La loro produzione artistica che annovera dischi epocali come “Terra” e la colonna sonora del film “Sangue Vivo” di Edoardo Winspeare, è stata impreziosita lo scorso anno dello splendido “Mamma Sirena”, album affascinante e complesso allo stesso tempo, al quale è seguito un tour di presentazione che li ha condotti ad esibirsi in Italia ed all’estero. A documentarlo è “Live In India”, disco dal vivo registrato tra Bangalore, Bombay, Delhi, Jaipur e Udaipur e che rappresenta il modo migliore per celebrare i venticinque anni di carriera del gruppo salentino. Abbiamo intervistato Donatello Pisanello per farci raccontare questo nuovo progetto discografico e soffermarci sul rapporto di Officina Zoè con i live. 

Come è nato il progetto di realizzare “Live in India”?
Come accadde già con “Live in Japan”, non avevamo un progetto a monte. Abbiamo ascoltato le registrazioni dei concerti fatte dal nostro fonico Carlo Gentiletti e successivamente abbiamo deciso di farne un disco.

Quali sono le differenze con “Live In Japan” del 2004?
Sostanzialmente non credo ci siano molte differenze, diciamo che li accomuna molto la spontaneità delle esecuzioni. Noi siamo sempre gli stessi, solo il pubblico potrebbe essere diverso, ma in effetti non lo è se consideriamo che i riscontri che abbiamo ai nostri concerti sono sempre uguali che si svolgano in uno sperduto paesino della Francia o in una metropoli Medio-Orientale, in una piazza argentina o in un teatro giapponese. Voglio dire: entusiasmo e partecipazione non sono mai da meno.

Come si è evoluto l’approccio dal vivo degli Zoè negli ultimi anni?
È difficile riflettere su questo perché per noi avviene tutto così fluidamente e spontaneamente, sappiamo solo che il pubblico non ci abbandona mai e questo significa che stiamo procedendo bene.

Ci puoi parlare del vostro approccio ai live?
Rispettiamo sempre un certo equilibrio tra canto, sezione ritmica e sezione strumentale, ma soprattutto c’è il fatto che siamo schivi da ogni protagonismo personale.
Ognuno ha delle responsabilità generali dovute al suo ruolo nel rispetto di quello degli altri e questa è una cosa molto importante perché tutti riusciamo comunque ad esprimerci individualmente pur essendo in un gruppo. È una constatazione dal palco, perché non guardo mai i nostri concerti. 

Ci puoi raccontare il tour in India da cui ha preso vita il progetto del disco? Com’è stato il contatto e l’incontro con questa terra, la sua storia, la sua mistica e i suoi suoni?
Personalmente sono partito con una visione molto prevedibile dell'India perché, oltretutto, non sono stato mai attratto dal mito dell'India "mistica" che tanti fricchettoni degli anni Settanta descrivevano. Ripensando a certe prime impressioni non credo all'analisi che lo vede un paese pieno di contraddizioni. Per esempio il divario ricchi tra e poveri non è una contraddizione nel momento in cui queste condizioni sono accettate da entrambe le parti.  Ora non voglio entrare in merito allo "spirito" perché non ne sono in grado, tuttavia la mia, nostra cultura è molto lontana. Rispetto la loro visione del mondo fino a quando non viene imposta agli altri, in poche parole sono per la non interferenza reciproca e cerco di mettere sempre da parte quella presunzione tipica occidentale che ci vuole "misura di tutte le cose".
Credo che, in un epoca di crisi del mondo occidentale, siano più interessanti paesi come il Giappone e la Cina o l'Iran come riferimento "culturale", sicuramente più avanzati rispetto all'India , per quanto riguarda un cammino generale dell'umanità.

Com’è stata l’accoglienza in India della musica degli Zoè?
Direi con tanto di entusiasmo, emozione e partecipazione. Gli orientali sono molto più attenti verso di noi, molto più di quanto lo siamo noi verso di loro.

Come avete selezionato i brani da inserire nel disco?
Innanzitutto abbiamo tenuto conto del fatto che bisognava cercare di evitare brani già "consumati" nel “Live in Japan” e poi la qualità delle registrazioni. Ovviamente alcuni classici rimangono comunque importanti e trainanti.

Cuore del disco sono i brani tratti dal vostro ultimo disco in studio “Mamma Sirena”. Come si sono evoluti questi brani dal vivo?
Non è che ci sia una particolare evoluzione perché noi cerchiamo sempre di essere quanto più fedeli al cd anche per non deludere le aspettative del pubblico.

Tra i brani più intensi di tutto il disco c’è la ormai storica “Don Pizzica”, brano firmato da te ma che è uno dei tanti esempi di come si possa “scrivere la tradizione”. Ci puoi raccontare la genesi di questo brano e le peculiarità che lo hanno reso un caposaldo della vostra discografia?
“Don Pizzica” è un brano nato sul l'organetto e faceva parte, come altri brani della nostra storia, del repertorio che eseguivamo io e Lamberto quando uscivamo in duo. È nato spontaneamente in pieno spirito tradizionale perché non composto appositamente, e si è evoluto allo stesso modo, eseguendolo man mano. Generalmente le mie composizioni non sono mai intenzionali perché mi affido molto all'istinto come da buona scuola di tradizione orale, praticamente compongo improvvisando. Fu poi l'esigenza di scrivere le musiche per il film “Sangue Vivo” di Edoardo Winspeare che Cinzia lo arricchì con un meraviglioso testo e Ambrogio ne stese un ipnotico tappeto con la sua chitarra. Per ritornare alla domanda, la tradizione non si scrive, si suona! Scrivere la tradizione significa confezionarla, inscatolarla, per non dire ammazzarla!
Diciamo che il principale parametro che contraddistingue la tradizione è la trasmissione orale, condizione che gli permette di conservare una certa vitalità e di evolversi, non solo, permette che ogni approccio sia personale per cui molto importante è l'improvvisazione, elemento, quest'ultimo, che viene a mancare sempre di più nell'esecuzione. Ma il discorso è assai lungo che mi propongo di approfondire in un saggio su cui sto lavorando, considerala quindi una breve anticipazione.

Ci puoi parlare dei tre brani inediti che avete inserito nel disco? Come li avete scelti?
È stata Cinzia a sceglierli dettata dall'esigenza di rinfrescare il repertorio dal vivo. Sono brani tradizionali attinti dal nostro repertorio e offerti con semplicità e spontaneità nel pieno stile di Officina Zoè.

Concludendo. Quali sono i prossimi progetti degli Zoè?
I progetti sono tanti e ci stiamo pensando. Ci sono progetti dal vivo e progetti in studio. Per quanto mi riguarda sento molto l'esigenza di un ritorno alla tradizione pura, ai suoni naturali degli strumenti.
Temo che certi approcci troppo “tecnologici” allontanino troppo dalla vitalità della musica tradizionale per incanalarci verso un conformismo sempre più banale e scontato che, fortunatamente facciamo molta attenzione ad evitare. Per farti un esempio: quando siamo stati al Womad ci siamo accorti come, nonostante una rosa di artisti molto diversi, alla fine sembravano tutti uguali e, da un'attenta analisi, questo era dovuto proprio nell'aver troppo impostato il suono sull'elettrico a discapito del naturale suono degli strumenti etnici quali potevano essere le percussioni o i cordofoni o altri. Mi chiedo: “Ma ... tolta la corrente elettrica, cosa rimane?” Non so se mi spiego!


Officina Zoè – Live in India (Kurumuny, 2017)
Potremmo contarli sulle dita di una mano i dischi dal vivo di musica tradizionale italiana veramente convincenti, perché in linea generale in fondo non sono mai stati il nostro forte. Qualcuno ha detto che non abbiamo la cultura dei live album che hanno gli inglesi e gli americani, e probabilmente non sbagliava, perché anche nell’ambito della canzone d’autore o del mainstream i lavori da ricordare sono pochi. L’eccezione a questa regola non scritta è rappresenta però da dischi veramente pregevoli, come nel caso del recente “Live In India” di Officina Zoè che arriva ad un anno di distanza dalla pubblicazione di quel gioiello che è “Mamma Sirena”, concept-album nato un meticoloso percorso di ricerca di Cinzia Marzo sui canti di tradizione orale legati al mare. Composto da nove brani registrati dal vivo nel corso del tour che, a febbraio di quest’anno, li ha portati ad esibirsi a Bangalore, Bombay, Delhi, Jaipur e Udaipur, l’album cristallizza in modo eccellente tutta l’intensità e il fascino dei concerti di Officina Zoè, lasciandone intatta la potenza evocativa. Rispetto a “Live in Japan” di qualche anno fa a risaltare è non solo la qualità eccellente delle registrazioni, ma anche e soprattutto la costruzione degli arrangiamenti, ora meno manieristi e maggiormente indirizzati verso l’essenzialità. Accolti dal calore del pubblico indiano, gli Zoè hanno dato vita ad una performance che alterna il ritmo incalzante delle pizziche pizziche alla poesia dei brani più poetici. Tutto questo fa di “Live in India” uno dei dischi dal vivo più belli ed intensi degli ultimi anni, e per comprenderlo basta ascoltare le prime note del canto sul tamburo “La Grazia”, l’invocazione a Santu Paulu con la voce di Cinzia Marzo che tocca vertici interpretativi straordinari. La chitarra di Luigi Panico e l’organetto di Donatello Pisanello ci introducono a “Don Pizzica” in una versione dal fascinoso crescendo che sfocia nella strofa finale cantata. Da “Mamma Sirena” arrivano poi la poetica “Mare d’Otrantu mia”, cantata a piena voce da Cinzia Marzo ed impreziosita dalle tessiture melodiche della chitarra, e i quattordici minuti della title-track con il canto ipnotico di Cinzia Marzo che si scioglie in una pizzica travolgente guidata dal violino di Giorgio Doveri e dall’organetto di Donatello Pisanello. Se “Pizzica Tarantata” è un omaggio al repertorio di Luigi Stifani con il ritmo incessante dei tamburi a cornice a sostenere il violino, la successiva “Aremu Rendineddha”, cantata dalla Marzo a due voci con Silvia Gallone, brilla per il dialogo denso di lirismo tra le corde e l’organetto. La pizzica pizzica “Santu Paulu” ci conduce verso il finale in cui spiccano gli stornelli “Tre Cose” e “Cu Li Suspiri” tratta da “Maledetti Guai” e diventata ormai un classico del repertorio dei Officina Zoè. Insomma “Live in India” è un disco di pura bellezza da ascoltare con attenzione per scoprire le tante sfumature che impreziosiscono dei loro arrangiamenti.



Salvatore Esposito
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