Il mondo di musiche della Transglobal World Music Chart di Settembre

La linea di tendenza della TGWMC del mese di settembre è quella delle connessioni artistiche e sonore. A cominciare dal vertice della classica, redatta da oltre cinquanta giornalisti, DJ e presentatori radiofonici. Che da anni le melopee maliane siano fonte di ammirazione e di ispirazione per musicisti occidentali è cosa assodata, a tal punto che la sovraesposizione del paese africano fa storcere il naso a qualche critico snob. Eppure, difficile restare distaccati dall’incrocio di strumenti e voci – con la benedizione del produttore Nick Gold – di Trio Da Kali e Kronos Quartet (“Ladilikan”, World Circuit). David Harrington leader del quartetto d’archi americano che passa con agio dalla musica classica al minimalismo, dal jazz al rock, dal folk alla world, paragona – nientemeno – la voce di Hawa Diabate a quella dell’immensa regina del gospel Mahalia Jackson. Dunque, “Ladilikan” si attesta in prima posizione, scalzando il folk del wild west malgascio proposto dal trio Toko Telo (“Toy Raha Toy”, Anio Records). 
Ancora confluenze e libertà creativa che vanno a braccetto nell’esordio dei Bokanté (“scambio”, nel creolo della Guadalupa di cui è originaria Malika Tirolien, quebecchese di residenza), l’esperimento messo su dal leader degli Snarky Puppy, il chitarrista Michael League, che assomma otto musicisti provenienti da quattro continenti. Il loro “Strange Circles” (GroundUP Music) è un vibrante mix di blues, rock, funk, suoni africani e caraibici. Subito dopo, troviamo il “Mogoya” (Nø Førmat!) della star maliana del canto Oumou Sangaré (imperdibili i suoi concerti prossimamente in Italia, a San Giorgio a Cremano per Ethnos Festival, il 30 settembre, e a Catania, il 1 ottobre, per il Marranzano Word Festival). Cresce anche il consenso intorno al cantador afro colombiano Magín Díaz e alla parata di star latino-americane che riempiono il suo “El Orisha de la Rosa” (Noname). Da non perdere neanche i Sabîl di “Zabad, l’Écume des Nuits / Zabad, Twilight Tide” (Harmonia Mundi), ossia il dialogo tra i modi classici del maqām e l’improvvisazione di matrice jazzistica propposto dai palestinesi Ahmad Al Khatib (‘ūd) e Youssef Hbeisch (percussioni) in sodalizio con Elie Khoury (bouzuq) e Hubert Dupont (contrabbasso). Sempre all’insegna dei flirt sonori globali: definiscono la loro musica ‘reggetika’ i Trio Tekke, formati dal cipriota Antonis Antoniou (voce, elettronica, e tzouras), già con gli ottimi Mounsier Doumani, dal suo connazionale 
Lefteris Moumtzis (voce e chitarre), dall’anglo-cileno Colin Somervell (contrabbasso, basso elettrico e chitarra baritono). In occasione di “Zivo” (autoproduzione) il trio è diventato un quartetto per la collaborazione del batterista Dave De Rose. Si mantiene tra i primi dieci il disco cameristico “Letters from Iraq” (Smithsonian Folkways) dell’oudista iracheno Rahim AlHaj, che fonde gli umori del liuto arabo con le corde del quartetto d’archi. Di derivazione più trad/folk sono i ‘pelimanni’ finnici Frigg (“Frost on Fiddles”, autoproduzione), settetto che ritorna alla carica con violini e plettri ad alto potenziale sonoro. Chiude la prima decina di dischi in classifica Dimitris Mystakidis, che in “Amerika” (Fishbowl), con sola voce e chitarra, paga tributo alla popular music dei musicisti immigrati greci negli Stati Uniti, che adattarono le accordature aperte e lo stile fingerpicking del blues alle canzoni tradizionali greche e a nuove composizioni. Fierezza del canto per Lila Downs, il cui “Salón, Lágrimas y Deseo” (Sony Music), segna un altro tassello rilevante nella sua carriera artistica. Guadagna punti il trio transculturale Meïkhâneh che, in “La Silencieuse” (Buda Musique”), viaggia dall’Andalusia alle steppe mongole passando per l’Iran, mentre ancora non decolla del tutto verso l’alto uno dei migliori album africani dell’anno, quello dei maliani dall’anima rock Songhoy Blues (“Résistance”, Transgressive Records / Fat Possum Records). 
Fa sentire la sua voce poetica il compositore de La Réunion Danyèl Waro (“Monmon”, Cobalt / Buda Musique), mentre è da non mancare la celebrazione della tradizione ebraica di area austro-ungarica (“Astro-Hungarian Jewish Music”, Piranha Records). Riflettori su Ghalia Benali & Mâäk (“MwSoul”, W.E.R.F. Records), cantante e songstress tunisina di nascita, residente a Bruxelles, che entra subito tra i primi venti album. Ritroviamo “Curao” (Tru Thoughts), connubio tra il produttore Quantic, al secolo Will Holland, e la cantante afro-colombiana Nidia Góngora. Scendiamo più a sud per ascoltare il bandolim (mandolino a dieci corde) di Hamilton de Holanda (“Casa de Bituca: The Music of Milton Nascimento”, Biscoito Fino), che in quintetto esplora il mondo del gigante della musica popolare brasiliana. A sorpresa tra i primi venti, ecco una chicca etnomusicologica dal subcontinente indiano, in formato CD e DVD: si tratta di “Krishna in Spring” (ARC Music), per la curatela di Simon Broughton, con musica devozionale in onore del dio Krishna e lo storico documentario “Krishna in Spring”, dello studioso bengalese Deben Bhattacharya. Per ora occupa il ventesimo posto, ma ha i numeri per scalare la chart “Daba” (Buda Musique), album dal sound innovativo del cantante e virtuoso del ngoni (ha aggiunto tre corde alle quattro d’ordinanza, rendendo più versatile il liuto dell’Africa occidentale subsahariana) Makan Badjé Tounkara, nipote del griot Baba Sissoko. Per conoscere il resto della classica world, non c’è che accedere al sito www.transglobalwmc.com 



Ciro De Rosa
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