Czech Music Crossroads, Ostrava, Repubblica Ceca, 17-18 Luglio 2017

La sezione concertistica è iniziata la domenica sera con un’anteprima: il concerto inaugurale dei Ponk: Michal Krystýnek (voce e violino), Eduard Tomaštík (cimbalom) e Jakub Nožička (contrabbasso), il cui “Post Folklor” (2015) è una dichiarazione d’intenti del trio di Brno, che si inscrive tra le band più interessanti del panorama musicale ceco. I due palchi allestiti per la due giorni di “Czech Music Crossroads”, una sala da concerto al chiuso e un palco all’aperto, si sono riempiti per gli showcase della durata di mezz’ora, che hanno portato all’attenzione del pubblico degli addetti ai lavori una variegata e fertile selezione musicale. Le quattordici band (“Dal Baltico al Danubio”) hanno coperto una gamma stilistica che scorre dal folk acustico al jazz, dalla world all’improvvisazione. Il trio Jitka Šuranská (voce, violino), Martin Krajíček (voce e mandolino), Marian Fredl (contrabbasso e piccolo cimbalom) ha aperto con la personale integrazione di folk moravo ed elementi compositivi magiari, classici e jazz (ascoltate il loro disco d’esordio “Divé husy”, Indies Scope, 2016): una band senz’altro da seguire per la combinazione strumentale, la bella voce della violinista leader, con la speranza che spingano di più sul fronte della spregiudicatezza. 
Gli ungheresi Enikő Szabó & Orchestra giocano su un terreno di canzoni folk-jazz-pop acustiche, che riempiono il loro album di debutto del 2014 (“Szoknyák a porban”, Tom-Tom Records). Più significativa per verve live, combinazione di strumenti e repertorio la performance dei connazionali Csángálló (“Fel az úton”, Fono, 2015), formatisi nel 2009, la cui compatta impronta musicale di Gymes e della Moldavia si apre verso i suoni balcanici nel senso più ampio, le espressioni musicali romanes e l’improvvisazione. Il quintetto mette insieme Zoltán Gárgyán Tamás (clarinetto), Bagi Bálint (tárogató, flauto), Sára Csobán (sassofono e kaval), Johannes Olsson (fisarmonica), Bősze  Tamás (voce, percussioni): il loro è stato uno dei migliori set visti sul palco della rassegna di Ostrava. La pattuglia ungherese a “Crossroads” annoverava anche il sestetto guidato dalla cantante Ágnes Enyedi (con flauti, fisarmonica, percussioni, cimbalom, violino, viola e contrabbasso) di scuola Muszikás – nella band suona il violista Márton Éri, figlio di Peter, membro proprio della prestigiosa band magiara – ed epigoni del movimento Táncház, che ha proposto materiale tradizionale della Transilvania. Enyedi Ágnes Band – ricordiamoci che gli ungheresi scrivono prima il cognome – è un nome da appuntarsi per il futuro. 
La Slovacchia non ha sfigurato con i suoi artisti: tutt’altro! Katarina Máliková & Ansámbel si è guadagnata il Premio della critica con un show in cui convergono canto folk, art-pop, elementi classici e world con una strumentazione composita (tastiere ed elettronica, flauti, fujara, due violini, fisarmonica, contrabbasso, batteria e percussioni. Katarina proviene da Polomka, nella regione montana di Horehronie, dove è cresciuta tra natura e canzoni tradizionali. “Pustvopol” (Sinko, 2016) si è affermato subito nel suo Paese. Il talento di Katarina offre dal vivo ricchezza di colore e d’espressione, con uno spettacolo che ci piacerebbe vedere dalle nostre parti, nel frattempo un appuntamento per vederla all’opera è quello con il Festival World Music di Bratislava del 21-24 settembre (worldmusicfestival.sk). Meno incisiva l’esibizione del progetto L’udové Mladistvá (anche per problemi di natura fonica) in cui il poco più che ventenne Martin Štefánik combina elementi folklorici, jazz, classici ed improvvisativi. Ad Ostrava il gruppo si è presentato con un coro di belle voci in costume tradizionale, però l’amalgama sonoro necessità di maggiore sedimentazione. 
Infine, ecco il Balkansambel (“Slamastika”, 2016), guidato da Marek Pastirik: dieci musicisti dotati di voce, sax, tromba, tromba basso, tuba, clarinetto, flauti, bawu, gajdy, mandolino, fisarmonica e batteria. Incorporano ritmi dispari bulgari, temi traci, melodie slovacche che si aprono a ritmi greci e a passaggi bachiani, inflessioni funky, umori mediorientali, citazioni di standard jazz e hard rock, condensati in un mix sonoro adrenalinico ed ironico, che si è imposto alla grande. Passando alle band polacche selezionate per la rassegna, se il gruppo Chwila Nieuwagi si orienta verso ballate di matrice folk-pop-jazz, gli Skład Niearchaiczny muovono dalla musica tradizionale dei Beschidi (la catena montuosa che attraversa da ovest a est la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Polonia e l’Ucraina), reinterpretandola con un appeal contemporaneo (voce, violino, viola, contrabbasso, flauto e cornamusa); hanno autoprodotto un EP contenente quattro brani. Dal nome italiano che evoca una lirica di Giovanni Pascoli (tacciamo, tuttavia, sulle circostanze in cui il leader Franciszek Szipilman – al secolo Justinas Važnevičius –, visionario compositore e bassista lituano di origine ma residente a Varsavia, si è imbattuto nella pagine pascoliane), i dieci elementi della Banda nella Nebbia (trombe, sassofono, clarinetti, trombone basso, tuba, 
‘ūd, mandolino, basso, viola, batteria) si sono imposti come una delle proposte più genuine e di sostanza delle due giornate di “Crossroads”, con il loro sound di ispirazione zorniana, che cuce avant-jazz, rock e influenze tradizionali (lituane, polacche e klezmer) proponendo continui e sorprendenti cambi di atmosfera e di incroci strumentali: Banda nella Nebbia ha prodotto l’album eponimo per l’etichetta Unzipped Fly Records ed in patria sono stati tra i premiati all’edizione 2017 di Nowa Tradycja, il festival indetto dalla radio nazionale polacca. Detto in apertura del gruppo più tradizionalista, le proposte ceche hanno portato in scena il jazz levigato del trio del chitarrista e compositore praghese David Dorůžka, di scuola methenyana, esponente di punta del movimento jazzistico ceco, esponendo il filo sotterraneo di legame con la musica mediorientale e balcanica. Meno soddisfacente HLASkontraBAS, vale a dire il duo composto da Ridina Ahmedová (voce, loop) e Petr Tichý (contrabbasso). Tuttavia, la vocalist non sembra all’altezza delle idee musicali e della padronanza di mezzi tecnici del basista. Passano tra Medio Oriente, tradizione araba, improvvisazione e folk svedese, invece, le coordinate sonore del giovane quintetto multinazionale 13th Dimension (flauto, clarinetto basso, basso elettrico, mandola, fisarmonica e percussioni), i cui componenti vengono da Repubblica Ceca, Finlandia e Svezia. Ancora, il progetto Invisible World ha raccolto consensi di critica e pubblico. Parliamo della band di Tomáš Liška (che in passato ha collaborato con il bandoneonista nostrano Daniele di Bonaventura), che si profonde con attitudine cameristica nel conciliare stilemi jazz ed espressioni del Mediterraneo sud-orientale. Accanto al contrabbassista ceco, troviamo il turco Efe Turumtay (violino) , il notevole fisarmonicista serbo Nikola Zarić e il batterista e percussionista ceco Kamil Slezák (“Invisible faces”, cui partecipa anche il chitarrista David Dorůžka, è il recente album relaizato per Animal Music, 2017). In definitiva, “Czech Music Crossroads” si è rivelata una manifestazione di grande caratura internazionale, invidiabile per collocazione e per organizzazione tecnica: non possiamo che attendere la prossima edizione, che farà navigare ancora nei suoni dal Baltico al Danubio. 


Ciro De Rosa

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