Serendou – Zinder (Hirustica, 2016)

Serendou è il trio nato sulla strada che collega la Bretagna e il Niger, grazie alla collaborazione tra Jean-Luc Thomas e Yacouba Momouni, maestri flautisti rispettivamente delle tradizioni bretoni e dell’Africa occidentale. Ai due si è aggiunto il percussionista Boubacar Souleyman, conoscitore dei ritmi saheliani, Songhai e Touareg, cantante e fondatore della band nigerina Afropop Mamar Kassey in cui anche Momouni si esibisce. ”Zinder” è la loro seconda uscita discografica, portatrice di una visione sonora originale e suggestiva. L’idea di un connubio tra musica africana e musica cosiddetta celtica può generare qualche perplessità, a partire dalla potenziale artificiosità di un’operazione che accosta narrazioni così apparentemente lontane e prive di punti di contatto – pur esistendo precedenti di notevole rilevanza –, ma proprio per questo motivo porsi senza pregiudizi è imprescindibile per apprezzare il frutto succoso di una ricerca senza frontiere e di un’esplorativa improvvisazione musicale. Al flauto traverso in ebano ed al trattamento elettronico dei suoni di Thomas – che è anche fondatore della casa discografica Hirustica – si affiancano due strumenti suonati da Momouni: il flauto serendou e il cordofono kamele’ngoni. Souleyman aggiunge tocchi discreti ma significativi e potenti di calebasse (percussione ricavata da una zucca essiccata e svuotata), ostinati di kountigui (liuto a una corda) e di godjé (sorta di violoncello). Le voci evocative dei due nigerini riscaldano il sound. Completano i suoni gli ospiti brasiliani Carlos Malta (al pifano, piccolo flauto di legno dai suoni acuti, e al japurutu, flauto ottenuto dal legno amazzonico) e Bernardo Aguiar (al pandeiro, percussione con sonagli di metallo) nonché gli interventi del francese Michel Godard alla tuba, che introduce un tocco tra jazz e melodie bretoni. Perdersi ascoltando le parti strumentali non è difficile, seguendo i mille rivoli dell’improvvisazione, le sorprendenti virate verso il jazz e la musica brasiliana e l’emergere improvviso di una melodia celtica. Anche la voce si inserisce in questo flusso musicale con canti che si rifanno alle tradizioni africane. Tredici tracce piuttosto eterogenee si snodano in “Zinder”. Tra esse, in “Aikin yara” si ascoltano gli arpeggi del kamele’ngoni in cui si insinuano inserti liquidi elettronici, lo stacco di una voce calda ed evocativa , infine l’intervento della tuba che chiude in jazz. La title-track “Zinder” (dal nome della seconda città del Niger, lo Stato dell’Africa occidentale per due terzi desertico e tra i più poveri dell’Africa) contiene, invece, forti riferimenti alla musica cosiddetta celtica con un innesto di flauto alla Ian Anderson. In “Samaro bankilare”, l’intro è modulata da fiati soffusi, sussurri, suoni che evocano versi di animali selvatici, l’entrata dei flauti e il canto ritmato aprono la strada a una melodia bretone che infine si chiude con un basso ostinato e suono di fischietti. Il brano “Hardouyounoussou”, della durata di quasi dieci minuti, entra guidato dalla dolcezza del flauto, richiamando ambientazioni new age, avanza mutandosi in ritmo di danza e canto rituale, fino a evocare la trance. Ancora, si apprezza la circolarità di “Plinn de laabu”, mentre di “Wilwildou” colpiscono l’apertura gioiosa e la ritmica del kountigui. “Dibigabana” contiene un altro solo di Godard alla tuba, poi nella rielaborazione proposta a fine disco accosta mondi sonori ancora diversi con il suono incalzante del didjeridoo. Raffinato, intenso, mentale, “Zinder” sperimenta sonorità di viaggio senza essere freddo perché vibrante, rutilante, profondamente vitale. Attraverso l’allargamento dello spazio musicale, propone l’annullamento del confine tra generi e luoghi, attraverso la sovranità dei flauti – ora delicati ora energici –, vede due mondi geograficamente lontani che si uniscono in un’immensa libertà d’espressione. 


Carla Visca
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