Rahim AlHaj – Letters from Iraq (Smithsonian Folkways, 2017)

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Rahim AlHaj ha incontrato l’‘ūd all’età di nove anni quando frequentava la scuola primaria. A tredici è stato ammesso al Conservatorio di Baghdad dove si è diplomato; è stato discepolo dell’immenso maestro Munir Bachir e di Salim Abdul Kareem. Sappiamo dai dati di cronaca che, tuttavia, la sua carriera di prestigioso strumentista alla quale era avviato è stata ostacolata dal suo rifiuto di sostenere il Ba’ath, il partito all’epoca al potere in Iraq. Dopo aver subito carcere e tortura, dopo la Prima Guerra del Golfo, nel 1991, AlHaj lascia il paese, stabilendosi prima in Giordania, poi in Siria. Nel 2000 riesce a emigrare negli Stati Uniti, nel New Mexico, dove inizia – non a cuor leggero, considerato il suo status di virtuoso dello strumento principe della musica araba – ad esibirsi nei ristoranti per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, una volta riconosciuto il suo talento dagli addetti ai lavori, la strada gli si apre a concerti, dischi, collaborazioni prestigiose (Kronos Quartet, Bill Frisell, Guy Klucevsek, REM e il suonatore di sarod indiano Amjad Ali Khan). In seguito, arrivano anche nomination ai Grammy e il sostegno finanziario di istituzioni USA, fino all’acquisizione della cittadinanza americana nel 2008. AlHaj compone per ‘ūd come strumento solista concertante, per orchestre d’archi e sinfoniche, combinando le architetture modali della musica araba (il maqām) e i canoni della scuola oudista irachena dello strumento con stili e influenze occidentali. 
Gli esiti sono notevoli anche nel suo nuovo lavoro “Letters from Iraq”, che in otto ‘storie’ strumentali racconta la vita quotidiana delle persone comuni in Iraq in tempi di persecuzione e guerra, richiamando le memorie dello stesso autore. Come sempre per le produzioni Smithsonian la confezione del CD contiene accurate note introduttive (oltre quaranta pagine). Per di più, il packaging di “Letters from Iraq” è valorizzato anche dalle riproduzioni dei dipinti dell’artista visuale iracheno Riyadh Neama. Le composizioni di AlHaj sono ben calibrate ed eleganti in questo lavoro di taglio cameristico, in cui la finalità non è racchiusa nel virtuosismo della pennata, ma nel fondere con raffinatezza gli umori del liuto arabo alle corde del quartetto d’archi (primo violino David Felberg, secondo violino Ruxandra Marquardt, , viola Shanti Randall, violoncello James Holland, violino basso Jean-Luc Matton) e alle percussioni (il palestinese-americano Issa Malluf), con gli arrangiamenti curati da Zack Kear. L’album è aperto dalla tragica storia d’amore di “Eastern Love”, evocata dal ritmo sama’i in 10/8. Il tema dell’amore diviso dalla violenza settaria (tra sciti e sunniti) prosegue in “Forbidden Attraction-Tiama”, qui l’ūd e il violino riproducono il dialogo tra un uomo e una donna. 
“Running Boy-Fuad” tocca le memorie familiari di AlHaj, con la vicenda di suo nipote che sfugge alle bombe mentre è dal barbiere, nonostante la sua disabilità articolare dovuta a nascita prematura (la voce profonda del cajón sottolinea i momenti di maggiore tensione nella rocambolesca fuga del giovane). Ancora due teen-ager sono protagonisti della splendida “The Last Time We Will Fly Birds-Riyadh”, dove di nuovo liuto e violino ricostruiscono la drammaticità del vissuto della coppia. Il tremolo del violino in “Going Home” e il tono introspettivo che caratterizza tutto il brano riproducono le sensazioni provate da Rahim nel suo ritorno a Baghdad nel 2004. Segue “Unspoken Word-Laila”, che inizia con il lirismo di una ninna-nanna irachena, interrotta dall’esplosione che colpisce a morte la mamma strappandola al suo bambino, il quale la cerca disperatamente: la tragicità del momento è rappresentata dai solo di violino e dal crescendo di tensione prodotto dal confronto tra violino, violoncello e contrabasso e l’ostinato delle percussioni. Nel dialogo tra ‘ūd e violino, invece, “Fly Home-Fatima” restituisce il respiro della gioia provata nei giorni senza terrore con le strade riempite di famiglie che provano a riprendersi le piccole cose della vita. L’album si conclude con il passo gioioso di “Voices to Remember- Zainab”, invito alla speranza per il futuro pacificato dell’Iraq. 


Ciro De Rosa
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