domenica 9 luglio 2017

Bargou 08 – Targ/Ifriqiyya Électrique - Rûwâhîne (Glitterbeat, 2017)

Tunisia imperat! Bargou è un villaggio della regione montuosa del nord-ovest del paese, ai confini con l’Algeria, di cui è originario Nidhal Yahyaoui. Con l’aiuto di Sofyann Ben Youssef, tastierista e produttore di Djerba, Nidhal, dopo una fase di raccolta di materiali musicali locali di tradizione orale, ha formato i Bargou 08 (che, forse, ha anche disfatto mentre scriviamo), registrando, in una session casalinga, un formidabile album che bilancia suoni tradizionali dal portamento melodico-ritmico ipnotico e attitudine rock. Lo strumentario accoglie il liuto berbero loutar (Nidhal Yahyaoui), il flauto gasba e l’oboe popolare zokra (Lassaed Bougalmi), una sezione percussiva di tamburi a cornice (Imed Rezgui e Jihed Khmiri) e bordoni di basso creati dal synth (Sofyann Ben Youssef). “Chech el Khater”, “Mamchout”, “Wazzaa” e “Sidi el Kadhi” sono le tracce migliori, ma nel suo insieme “Targ” si impone come vigorosa esperienza sonica. Non difetta di appeal neanche il progetto Ifriqiyya Électrique, il cui “Rûwâhîne”, con i suoi potenti elementi di musica dell’altrove, richiamati dalla connotazione rituale, e (con-)fusi all’estetica industrial-noise, si presta a soddisfare le playlist dei palati occidentali world music oriented e di quelli ammaliati dalla stampa alt rock che parla di essenze ancestrali e riti tribali. Parliamo di dispositivi terapeutici adorcistici, in particolare del banga di Sidi Marzûq (conosciuto come il santo nero, un marabout vissuto nel XIII secolo, acquistato a Timbouktou come schiavo e poi affrancato per i suoi prodigi e la sua santità, il cui corpo è sepolto in un santuario a Nefta), praticati con cadenza annuale dalla comunità di ascendenza sub-sahariana (haoussa) nelle oasi del deserto di Djérid, nel sud della Tunisia. Secondo le credenze popolari Sidi Marzûq ha a disposizione un’assemblea (diwan) di spiriti (rûwâhîne) come servitori ed alleati. Le comunità nere di Tozeur, Nefta e Metlaoui lo commemorano annualmente con un rituale sacrificale, che prevede fasi di possessione e trance e si sviluppa attraverso modalità di evocazione e accoglienza degli spiriti, che culminano nell’azione di negoziazione con la stessa entità sovrannaturale che si è impossessata dell’iniziato che partecipa al rituale; da qui il titolo dell’album “Rûwâhîne”: le danze e i canti (in arabo e in lingua ajami) sono trasmessi oralmente di generazione in generazione. 
 Insomma, siamo di fronte al portato profondamente significativo di interazioni tra storie, credenze ed estetiche che mettono in relazione, attraverso il ‘mare senz’acqua”, la diaspora nero-africana e il mondo islamico del Maghreb. A costruire il progetto multimediale Ifriqiyya Électrique (Ifriqiyya è il nome arabizzato della Provincia Africa della Roma imperiale) è stato il chitarrista francese, nomade delle note e inquieto sperimentatore, François- Régis Cambuzat (The Kim Squad, Gran Teatro Amaro, L’Enfance Rouge, Putan Club, La Republique du Sauvage), che ha trascorso parecchi mesi a Djérib con i musicisti locali registrando musiche e girando sul campo oltre trecento ore di filmati sulla comunità locale, che sono diventati un docufilm sull’esperienza nel Djérid (disponibile su youtu.be/10fRuKxTQHQ). In “Rûwâhîne” il francese è affiancato da Gianna Greco (Putan Club, Kama) e da tre musicisti tunisini. Tarek Sultan è il mistico, il depositario della liturgia musicale della comunità, costruttore di tamburi a due membrane tabla e crotali metallici tchektchekas, nonché principale esecutore della performance. Invece,Yahia Chouchen e Youssef Ghazala sono le altre due anime ritmiche che nutrono il rituale. Membro aggiunto nell’album è Ali Chouchen (voce e nagharat). Il canto responsoriale e la reiterazione di sequenze percussive (tamburo e castagnette metalliche) del trio si intersecano con la chitarra elettrica, il basso e l’elettronica di Cambuzat e Greco e dal vivo sono supportate dalle immagini raccolte nei luoghi e nel corso delle pratiche rituali banga. Un programma avviluppante, disposto in un continuum di nove tracce: “Laa la illa Allah”, “Qaadrii/Salaam Alaik/ Massarh”, “Mawwel”, “Zuru el Haadi /El Maduulaa/ Maaluuma”, “Stombali / Baba ‘Alaia”, “Annabi Mohammad/ Laa la illa Allah / Deg el bendir”, “Lavo /Baba Marzug/ Sidi Saad / Allah”, “Arrah arrah abbaina/ Bahari/ Tenouiba” e “Sidriiya”. Ifriqiyya Électrique è fusione elettroacustica, scura e densa, fluttuante e corposa, magnetica e ossessiva, dalle cui spire – per fortuna – è difficile liberarsi. 


Ciro De Rosa

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