venerdì 23 giugno 2017

Omar Rahbany – Passport (RYP Productions, 2017)

Classe 1989, Omar Rahbany è una delle stelle più lucenti del panorama musicale internazionale. Di origini Libanesi, Rahbany è riuscito a far confluire tutte le influenze assorbite attraverso la sua famiglia, il contesto socio-culturale in cui si è formato, la sua riflessione ed esperienza maturata in ambito internazionale, in una visione composita ed estremamente articolata. Come si legge nei numerosi articoli che la stampa internazionale ha dedicato a questo lavoro profondo e tecnicamente (oltre che concettualmente) complesso, non solo i dieci brani si presentano in forma dialogica l’uno accanto all’altro, come una serie di elementi che si completano dentro la loro relazione. Ma sono il risultato di una fusione straordinaria (non voglio dire di stili, perché la visione di Omar li supera sia nella forma che nel merito) di impressioni organizzate in un racconto che abbraccia tutto: le suggestioni delle espressioni musicali tradizionali libanesi (e, più in generale, dell’Africa mediterranea: la sua famiglia di musicisti lo radica in quelle suggestioni), lo sperimentalismo e l’avanguardia europei, un classicismo descrittivo e mai ripetitivo, un’adesione meditata al jazz e all’estemporaneità, un impianto melodico e armonico solido e strutturato in ogni dettaglio, entro il quale i brani assumono forme caleidoscopiche ma riconducibili a un’idea tanto lineare quanto impressionistica. Non si può e non si deve scrivere di “Passport” in termini tradizionali, segnalandone cioè gli elementi riconoscibili allo scopo di aprirne la complessità e renderlo comprensibile. Lo si può descrivere attraverso i passaggi che lo definiscono, sia sul piano musicale che (più in generale) lessicale. Linguistico, comunicativo. Provate ad ascoltare “Overture”, il brano che apre l’album, e comprenderete subito a cosa mi riferisco: non ci dice nulla dell’album, anzi a primo acchito sembrerebbe addirittura che lo allontani, lo separi da un ascolto ordinato, da un assorbimento necessario a qualche forma di comprensione, o di condivisione. Se non vi scoraggiate e andate avanti, però, capite tutto e tutto viene ricondotto gradualmente all’immagine che Rahbany ha deciso di condividere. Proprio così, ce lo dice lui stesso: il processo di composizione e di “traduzione” dell’idea è stato lunghissimo (circa tre anni), vi ha preso parte un numero altissimo di musicisti (si dice centottanta) e, una volta raggiunta una forma narrativa condivisibile, è confluito in un album. Addirittura il processo di produzione si è compiuto attraversando vari paesi: dal Libano (“Umbrella Woman” è eseguita con alcuni membri della Lebanese Philharmonic Orchestra) all’Inghilterra (dove l’album è stato mixato ai Real World Studios da Patrick Philips), dalla California fino a Kiev (dove è stata registrata proprio “Overture” con il supporto della Kiev City Synphonic Orchestra diretta da Volodymyr Sirenko). Tutto questo si riflette, in modo coerente e circolare, in ogni brano dell’album, dentro un suono mai ridondante che si sviluppa seguendo una coerenza ravvisabile in ogni passaggio e in ogni intervento strumentale. Anche i musicisti hanno molto da dire: oltre a Rahbany – il quale, manco a dirlo, compone tutti i brani oltre a suonare piano e tastiere – dobbiamo segnalare Steve Rodby al basso (che suona con Pat Metheny dal 1981), Keith Carlock e Karim Ziad alla batteria, ma anche il trombettista vietnamita Cuong Vu e il chitarrista statunitense Wayne Krantz. Insomma tutto riconduce a un incontro complesso e meditato. E tutto è coordinato in modo sintetico e ordinato. Rahbany indica solo una prospettiva possibile, ma ci informa che siamo oltre la world music (tanto per capirci) e da quelle parti c’è parecchio da fare. 


Daniele Cestellini

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