giovedì 29 giugno 2017

Nico Morelli - Unfolkettable Two (Cristal Records, 2016)

Nico Morelli, pianista e compositori di origini pugliesi, fonde in chiave jazz alcune composizioni originali con brani tradizionali. Raccoglie una cascata di idee e le infila in “Unfolkettable Two”, un album molto dinamico e teso dal primo all’ultimo dei dieci brani in scaletta. Come ci suggerisce il titolo, Morelli aveva già affrontato la questione con “Unfolkettable, pizzica & jazz project”, uscito nel 2006 sempre per la francese Cristal Records, label impegnata da tempo in ambito jazz. In termini generali l’album prova a concentrare alcuni elementi delle musiche popolari - scelti attraverso “classici” della tradizione, come “Lu rusciu de lu mare”, “Bella ci dormi”, ma anche brani meno noti come “All’acqua” e “Sta strada” - e una narrativa jazz estremamente aperta. In questo quadro si possono ravvisare alcune interessanti interazioni, che producono una linearità molto piacevole, insieme a un equilibrio mai forzato tra l’elemento estemporaneo e quello ravvisabile nella scrittura. Tutto procede dentro un flusso ben arginato: i richiami alla tradizione non spanciano la forma generale dell’album e ogni strumento riesce ad aderire a una dinamica coerente sul piano della timbrica, della melodia e del ritmo; i brani tradizionali si configurano in modo nuovo e si arricchiscono di elementi che li connettono al racconto dell’album. E anche quando sono più marcate, le citazioni della narrazione popolare riescono a sdoppiarsi dentro una complessità esecutiva che non si può che apprezzare. Sopratutto perché questo procedimento sembra suggerire una via agevolmente percorribile, che porta dritto alla contemporaneità. Non mi sembra una cosa da poco, perché lo spazio in cui si incontrano il jazz e il popolare è forse quello dove si riesce a riflettere meglio, sia in chiave storica che musicale. Uno dei punti di forza dell’album è proprio questo, non solo perché ci informa su una serie di possibilità che, almeno sul piano formale, ingrossano i repertori e, in generale, l’idea che di questi si ha. Ma perché ci evidenzia, come dicevo, una linearità, una coerenza, un procedimento di traslazione plausibile e interessante. È probabile (e anche scontato) che l’elemento che connette in modo più evidente è l’estemporaneità, ma l’album dimostra nel suo complesso che ciò di cui si ha bisogno - nella prospettiva di unire e sperimentare un’aderenza tra blocchi e matrici definiti, sia sul piano storico che socio-culturale - è la libertà di pensiero e l’elasticità nella comprensione. In questo senso il risultato coinvolge l’ascoltatore in modo totale e totalmente armonico. Gli esempi che si possono citare a questo proposito sono molti, anzi ognuno dei dieci brani può essere considerato come paradigmatico (e attenzione, sono tutti suonati con gli stessi strumenti: piano, chitarra, sax soprano, percussioni, contrabbasso, batteria). Ma i più “tradizionali” ci aiutano a comprendere meglio il programma di Morelli. Prendiamo “Lu rusciu de lu mare”: ritmo teso fin dall’incipit, con la melodia anticipata dal piano e sostenuta dalle percussioni. Le voci (di Davide Berardi e Barbara Eramo) si alternano senza alterarsi troppo, anche se mantengono una velocità sostenuta. Dopo le prime strofe, il brano scivola in una sospensione musicale, dentro la quale gli strumenti definiscono un’atmosfera più rarefatta e profonda, lasciando temporaneamente la linea melodica dell’incipit. Nella seconda parte del brano ritornano le voci con più forza e più spazio, con melodie più articolate, sovrapposizioni e alternanze meno nette. Si lascia, nella parte finale, uno spazio maggiore alle percussioni (tamburelli non se ne sentono: si evoca il ritmo salentino, ma niente di più), che trascinano la melodia del piano e la batteria in una serie di richiami al tema principale, per spegnersi poi all’unisono.


Daniele Cestellini

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