Ginevra Di Marco – La Rubia canta la Negra (Funambulo/Luce Appare, 2017)

In “La Rubia canta la Negra” Ginevra Di Marco rilegge il repertorio dell’immensa cantora argentina.  Il disco ha appena conquistato la Targa Tenco nella categoria interpreti. 

Mercedes Sosa, la Negra, voce profonda e dolce, dura e sottile, rotonda come la  ‘luna tucumana’ di Athaulpa Yupanqui: un tesoro dell’umanità che ti apre l’anima. Nata nel 1935 a San Miguel de Tucumán, è scomparsa a Buenos Aires nel 2009. Fiera e indomita, con quel senso di tristezza e allegria, tratto caratteristico di un Sud America che nel canto fonde piacere e dolore. Censurata, arrestata, abbandonò l’Argentina per l’esilio: Mercedes Sosa è una figura che ancora oggi insegna a non piegare mai la testa, che sapeva da che parte stare. A sei anni da “Canti, richiami d’amore”, la fiorentina  Ginevra Di Marco, la ‘Bionda’, una delle voci femminili più belle del nuovo folk italiano, rilegge il repertorio de ‘La Negra’, suonando con i suoi collaboratori e produttori di sempre, Francesco Magnelli (pianoforte e magnellophoni, dx7 fisa, violini, ottoni) e Andrea Salvadori (chitarre, mandolini, guitalele, tzouras, mandoloncello, armonica a bicchieri), e uno stretto gruppo di musicisti che comprende il trio Forró Miór: Alberto Becucci (fisarmonica), Nicolas Farruggia (chitarra classica),Timoteo Grignani  (percussioni), e ancora Marzio Del Testa (batteria, percussioni), Gabriele Pozzolini (percussioni) e Luca Ragazzo (batteria); alle traduzioni e alle note ai testi ha collaborato Alessio Lega. 
Commissionato dal Festival fiorentino Musica dei Popoli, per un concerto tributo, è diventato un disco (che contiene anche tre inediti di Di Marco), meditato in trio, realizzato in veste musicale più minimale e originale per l’utilizzo non convenzionale degli strumenti acustici. Raggiunta al telefono, Ginevra, fresca di targa Tenco nella categoria interpreti, racconta come ha visto la luce il disco dedicato alla ‘cantora popular’ latinoamericana.  Ginevra, per la terza volta vinci Targa Tenco, una prima volta è stato per il tuo disco l’esordio da solista ( “Trama tenue” del 1999), che vinse anche  il Premio Ciampi, e due volte nella sezione interpreti, la prima con “Donna Ginevra” (2009) e ora con “La Rubia canta la Negra”… Ginevra Di Marco: La notizia mi riempie ancora una volta di gioia e di orgoglio. “La Rubia canta la Negra” è un disco che racconta la coerenza delle proprie scelte, il coraggio di portarle avanti, la sofferenza e speranza di cambiamento. Mi auguro che questo riconoscimento possa aiutarci a far vivere queste canzoni meravigliose anche qui. 

Come hai conosciuto il canto  di Mercedes Sosa? 
L’ho ascoltata in tempi lontani, intorno al 1997, ero ancora all’interno dei CSI, frequentavo altra musica, tutti altri ascolti. Un amico, una mattina, venne giù a colazione con uno stereo portatile e mi piazzò “Gracias a la Vida”: mi sciolsi in una commozione enorme; sentì questa voce che mi colpì molto profondamente. Sai quei pensieri che ti vengono in una frazione di secondo, in cui capisci che c’è tanto altro ancora che non conosci. Mi detti questo appuntamento, dicendomi che, prima o poi, questa roba doveva andare a nutrire tutta la parte di me che c’è nel riverbero e nell’ascolto di queste musiche. Finita l’esperienza con CSI, infatti, sono andata a nutrire quel territorio di interesse verso altre attitudini musicali,  altre lingue, verso le musiche del mondo: ho trovato una duttilità della mia voce che mi ha permesso di poterlo fare. 
Negli anni, ho interpretato qualche canzone di Mercedes Sosa, ma il lavoro vero e proprio è arrivato su commissione dal festival di Musica dei Popoli di Firenze nel 2015, per il quale mi è stato chiesto di fare un lavoro su di lei. Sull’onda di questo concerto, abbiamo deciso di farlo diventare un disco, perché era una tappa possibile del mio percorso. 

Non sarà stato facile avvicinarsi al repertorio e al mondo sonoro di un monumento come Mercedes Sosa...
Ho letto biografie, ho  affondato nel suo repertorio, andando a celebrare una donna meravigliosa, che è stata molto di più di una grande cantante, che ha scelto il suo canto per essere un ponte, un mezzo per denunciare le sofferenze di un popolo, fare atti sociali e politici: una donna con D maiuscola che ha pagato le proprie scelte sulla propria pelle. Un personaggio da ricordare sono felice quando penso di fare della musica che possa avere un valenza culturale nel nostro paese. Mi piace dare anche un piccolo contributo affinché certi autori, certe bellezze possano continuare il viaggio nell’aridità di questi tempi, del nostro paese. Certe cose valga ancora la pena cantarle, per dare una possibilità, un’alternativa. Quando mi hanno chiesto di fare il concerto ero atterrita perché è impegnativo, andare a toccare delle cose più grandi di te, intoccabili per bellezza e perfezione. Poi, con il procedere del lavoro, arrangiando e cantando tutto ha preso form. Mi dico sempre che se le cose le amo, riesco a restituirle in maniera personale. Abbandono l’idea del confronto perché non vuole essere quello: ma figuriamoci! Penso, invece, che innamorandomi di quello che canto - che per me è una condizione imprescindibile sennò non interpreto – possa sostituirlo con la mia cifra, rispettando e capendo quello che sto cantando, andando a fotografare l’anima di quel mondo per restituirlo con la mia sensibilità. Non arriviamo dal folk, ma ammiriamo molto questa ricchezza e bellezza che la musica popolare ci ha regalato: sono stati anni molto formativi. L’intento è sempre quello di rispettare ciò che si canta però di farlo proprio: è il gioco interessante: non provenire da quel mondo ma avvicinarsi con grande sentimento, restituendolo con caratteristiche non filologiche.

Oltre a Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, come hai scelto i compagni di viaggio?
Il lavoro nella stesura del concerto è stato fatto lavorando con musicisti italo-argentini che si chiamano Forró Miór (ascoltate il loro “Trotamundos” pubblicato nel 2016, ndr) , un ensemble molto variopinto che ora vive a Lisbona.  Con loro ci siamo tuffati nella musica sud-americana in modo da conoscere la strumentazione, per arrangiare le cose approfondendole. Siamo ritornati nuovamente in trio per riportare tutto a noi tre, che saremmo rimasti. Nel disco c’è un’attitudine di concetto piuttosto minimale, ma c’è un nucleo centrale più ampio che vede la fisarmonica, il bombo, la zabumba, strumenti universalmente riconducibili a quel mondo. Quindi dopo una prima stesura più ampia, c’è stato un secondo arrangiamento  per scarificare ancora un po’ di più.

Come hai impostato il tuo cantare rispetto ai repertori popolari che hai attraversato in questi ultimi anni nei tuoi dischi, nel “Bella Ciao”?  
Ho un approccio molto spontaneo, diretto e immediato: non voglio essere presuntuosa, ma, grazie a dio, non faccio molta fatica a calarmi, non è codificabile, non fa parte di un grande studio. Sono molto istintiva nel mio modo di cantare. Ho una voce piuttosto lineare, diretta, pulita non sono amante dei fronzoli, ho imparato a colorare  la mia voce negli anni. Anche questo viaggio non è stato particolarmente faticoso. Ho facilità con le lingue, non che parli lo spagnolo fluentemente, ma è l’istinto. 
Alla fine anche la lingua è  musica: come muovere la bocca, come pronunciare una cosa: sin da piccola sono sempre stata affascinata. Più che pensare a come si fa, io mi butto e lo faccio. Però, sto attenta più a capire quello che sto cantando, lo considero un lavoro importante da fare: comprendere più possibile cosa c’è dietro una canzone, perché hai l’immaginario di un mondo che cerchi di restituire. 

La scelta delle canzoni? 
Da un repertorio gigantesco, abbiamo cercato di costruire una rosa di canzoni che fossero un equilibrio di significati, di testi, che fossero rappresentativi di questa figura, che poi ha vissuto tra grande coraggio e fierezza e uno struggimento enorme al contempo, sono due anime che in  lei hanno convissuto. Cercare testi che potessero raccontare tutto ciò. Stare attenti alla bellezza di una canzone, alle melodie, alle armonie sudamericane come  anche una varietà di arrangiamenti possibili, affinché si crei un disco che sia fruibile, dall’inizio alla fine. Non siamo quelli della playlist, ma che amano che un disco lo si apra. Per questo abbiamo fatto anche un vinile, un disco che te lo godi dall’inizio alla fine, come si faceva una volta. Abbiamo cercato un equilibrio drammaturgico e musicale. Ci sono alcuni tra i cavalli di battaglia come “Luna tucumana”, inno alla nostalgia e all’esilio,  “Razon de vivir”, che è diventato un altro grande standard, “Alfonsina y el mar”, dedicata alla poetessa Alfonsina Storni morta suicida in mare, 
“Todo Cambia”, commovente inno al cambiamento e alla filosofica accettazione del tempo che passa, “Te recuerdo Amanda”, la canzone d’amore scritta dal martire della dittatura cilena Victor Jara, la milonga “El violín de Becho”, il canto di lavoro dei raccoglitori di cotone “El cosechero”, “Juancito caminador”, un brano sospeso tra tango e Kurt Weill, “Volver a los diecisiete” di Violeta Parra, altra gigantesca figura di artista. Infine, la ballata “Solo le pido a dios”, potentissima, suonata in studio in presa diretta da tutti i musicisti. 

Ci sono anche tre tuoi inediti…
I tre inediti sono nati sull’onda di questo lavoro. Tre canzoni musicalmente vicine o ispirate a questo mondo. Il testo di “Fuoco a mare” è stato scritto dallo scrittore fiorentino Marco Vichi. Gli altri due da un nostro stretto amico, con il quale ci siamo scambiati sogni negli ultimi anni; lui ha lavorato su adattamenti di canzoni sudamericane e ha scritto “Sulla corda” e “Saintes Maries de la Mer”. La prima è ispirata a noi artisti, che siano come dei funamboli, delle mosche  bianche, è la sensazione che abbiamo nel fare ciò che facciamo: siamo stimolati, ma viviamo la paura, i dubbi che vengono su cosa stiamo facendo oggi, perché ci sentiamo fuori dal coro, fuori da un mercato universalmente riconosciuto. 
Allora, ci sentiamo dei funamboli come se avessimo una spinta in avanti e allo stesso tempo la paura di cadere. L’altra canzone è il nostro grande sogno zigano di partecipare alla grande festa di Santa Sara di fine maggio. Un testo immaginario di un  colloquio con una zingara, che ci spinge a essere se stessi senza paura, anzi a provare ad essere qualcosa altro da noi stessi,  per capire la bellezza di incontrare altro nella vita e di di immedesimarsi in qualcosa altro che non siamo noi.  Di questo pezzo, girato un video e sarà – diciamo così – il nostro singolo.

Avete proceduto con il crowdfunding: com’è andata?
Molto molto bene, è stata una grandissima sorpresa. Sapevano di avere molti dalla nostra, ma abbiamo raccolto una cifra importante ancor prima di entrare in studio ed è stato bello lavorare con questo tipo di protezione, è stato come aver sentito una cortina di affetto che ti accompagna nel lavoro, il coronamento di un’attitudine indipendente che abbiamo da anni e questo metodo ci ha permesso di portarla fino in fondo. Noi siamo musicisti che hanno improntato tuto sul live, sul rapporto con le persone: è la nostra risorsa, la nostra forza. La gente ci ha fatto rendere conto che c’è uno bello zoccolo duro che stima il nostro lavoro  e quello che facciamo.

Che insegnamenti dà oggi di una donna indomita come Mercedes Sosa?
Innanzitutto, la coscienza e la dignità intellettuale, insegna il coraggio, insegna un forte tentativo di coerenza, il sopportare il dolore, l’andare avanti. Una donna carica di grandissimi valori umani – mamma mia, veramente! – anche con tutte le sue contraddizioni come il dolore patito per l’esilio, i rapporti affettivi prematuramente finiti, gli affetti che le sono scomparsi. Intanto che calcava i palchi più grandi del mondo e veniva adorata come una dea, con una pioggia di garofani lanciati sul palco, lei dentro moriva, ma lo faceva ancora, la sua voce voleva essere ancora quella bandiera alzata per resistere, per difendere. Se uno si legge qualcosa su di lei, scopre un personaggio di grandissimo valore, e credo che al giorno d’oggi, ai voglia a non avene bisogno!



Ginevra Di Marco – La Rubia canta La Negra (Funambulo/Luce Appare, 2017)
La scelta di campo di interpretare il canzoniere della ‘cantora popular’ Mercedes Sosa  ha spinto Ginevra Di Marco, affiancata dai sapienti Francesco Magnelli e Andrea Salvadori e da altri amici musicisti, a una lettura fatta con il cuore, libera e mai artificiosa, con un’inflessione sonora minimale e l’uso non convenzionale e, talvolta, sorprendente degli strumenti acustici. Se la malinconica apertura di “Fuoco a mare”, chitarra e voce su testo dello scrittore fiorentino Marco Vichi, tratteggia lo spirito artistico di Ginevra, con “Luna Tucumana” si entra nel mondo della cantora, privilegiando la sospensione tra ritmo e atmosfere oniriche. “Razon De Vivir” è insieme pathos  e distensione ritmica: qui pianoforte e chitarra giocano un ruolo centrale mentre la voce calda di Ginevra regala momenti di alta intensità. La canzone a ballo “El Cosechero” porta l’allargamento del gruppo agli ottimi Forrò Mior (chitarra, fisarmonica, zabumba e bombo), imponendo un’ambientazione festosa e stradaiola. Segue uno dei brani più celebri e amati di Mercedes, “Alfonsina y El Mar”, per voce, chitarra classica (Andrea Salvadori) e fisarmonica (Andrea Becucci): puro incanto nella sua essenzialità. Si fa strada inattesa “El Violin De Becho”, con le sue collisioni tra ricerca e canoni tradizionali di milonga (groove di batteria, basso synth, piano elettrico con tremolo, chitarra classica distorta e fisarmonica). È tempo di altri due inediti: il primo è il tango “Sulla Corda”, il cui portamento è dato da due fisarmoniche (una vera e una sintetica, suonata con una tastiera stile Eighties), mentre mandoloncello ritmico e tzouras (con delay e e-bow) contrappuntano i temi; il viaggio di sempre nella Camargue gitana è evocato nel secondo inedito, “Saintes Maries De La Mer”, definita da Ginevra e Francesco come  «canzone mantrica e catartica», che però non risparmia il movimento e la danza. Superato il giro di boa, ci si apre alla commozione con “Te Recuerdo Amanda”, il canto d’amore di Victor Jara. Anche qui pianoforte e chitarra classica esaltano le doti canore di Ginevra; un arrangiamento minimale per la poesia immortale del cantautore cileno. Altra mossa a sorpresa, ed eccoci nell’aria esuberante, paesana di “Juancito Caminador”, con la sezione bandistica di ottoni in contrasto con le procedure di umore brechtiano-weilliane del canto. Invece, “Volver A Los 17” riporta tutti i musicisti del disco alle prese con una canzone sudata e danzata (violini e mandolini, chitarra, zabumba, tamburello e altro ancora). Ancora brividi con “Todo Cambia” (che diventa “Tutto Cambia”), classico molto amato, che Ginevra ha già in repertorio da anni: è cantata in versione italiana sull’adattamento di Teresa De Sio e nel finale il coro si fonde con quello del pubblico live. Chiude il disco “Solo Le Pido A Dios”, altra ballata simbolo,  numero folk americano, suonato in studio ma in presa diretta senza sovra-incisioni. Nella versione in vinile del lavoro c’è anche l’evocativa “Balderrama” «dal sound cinematografico e immaginifico, arrangiato con l’intento di aprire una finestra visiva sugli scenari geografici che racconta», dicono gli autori. Ginevra Di Marco e i suoi compari regalano grandi emozioni con storie eterne, canzoni di vita universale dell’indomabile timbro puro della cantora tucumana, Nell’incantarci con le canzoni de La Negra, la Rubia Ginevra si conferma una delle voci più versatili e splendenti del panorama musicale. 



Ciro De Rosa
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