mercoledì 3 maggio 2017

Maurizio Agamennone (a cura di), Cantar ottave. Per una storia culturale dell’intonazione cantata in ottava rima, LIM 2017, pp. 184, Euro 30,00

Il volume, a cura di Maurizio Agamennone, è frutto di una complessa e articolata ricerca sulle procedure dell’improvvisazione poetica in ottava rima compiuta dal 2013 al 2016 presso l’Università di Firenze, e sostenuta da un Programma di ricerca di interesse nazionale (PRIN). Nello stesso programma è stato pure istituito un archivio/portale pienamente attivo (www.aporie.it). Il libro propone otto saggi che descrivono e analizzano le pratiche dell’intonazione cantata in ottava rima nel corso della storia culturale italiana, attraverso una prospettiva cronologica progressiva che va dal Quattrocento al Novecento. L’interesse della ricognizione proposta risiede proprio nella rilevanza con cui la stanza di ottava rima è stata utilizzata in ambiti socio-culturali diversissimi tra loro, nei luoghi, negli ambienti, nei contesti e nel tempo. I saggi che compongono il volume indagano un passato lontano a dimostrazione del fatto che, come afferma Maurizio Agamennone nella sua “Introduzione”, il particolare schema metrico dell’ottava rima si riscontra «nelle forme della narrazione e della poesia testimoniate dagli usi linguistici del Belpaese, a partire dai volgari medioevali fino alle espressioni vive di oggi». Ciascun saggio prende in esame esperienze e pratiche identificabili e circoscritte a un particolare contesto socio-culturale in cui sono rilevabili modi performativi, processi di scrittura musicale e procedure di esecuzione specifiche; per questo i contributi possono essere letti separatamente essendo autonomi e indipendenti l’uno dall’altro. Tuttavia, se si segue la successione in cui sono posti, la lettura consente di comprendere le trasformazioni occorse nella gestione e nella fruizione dell’ottava rima cantata e, allo stesso modo, individuare gli aspetti rimasti inalterati nella struttura e nell’esecuzione. La narrazione prende origine dai ‘cantari’ tardo-medioevali italiani, intonati nelle piazze e nelle corti dai cantastorie tra il XIV e il XV secolo. Di questo tema tratta il saggio dell’italianista Luca Degl’Innocenti: nel suo “I cantari in ottava rima tra Medio Evo e primo Rinascimento: i cantimpanca e la piazza” passa in rassegna l’arte dei cantastorie che durante i loro spettacoli usavano la poesia come mezzo di informazione e intrattenimento collettivo, specificando come la forma in ottava rima fosse la più tipica e amata dal pubblico dell’epoca. Nel medesimo contesto storico si sviluppa il contributo del musicologo Francesco Saggio “Improvvisazione e scrittura nel tardo-quattrocento cortese: lo strambotto al tempo di Leonardo Giustinian e Serafino Aquilano”: viene proposta un’analisi dello ‘strambotto musicale’ costituito da una stanza di ottava rima cantata accompagnata da uno strumento, generalmente da un liuto. In ambiente cortese questo tipo di improvvisazione si lega alla fama di Leonardo Giustinian e Serafino ‘Aquilano’; nonostante dei loro strambotti musicali si conoscano solo i testi poetici e non sia pervenuta nemmeno una nota, il saggio propone di focalizzare una descrizione delle procedure d’invenzione poetica e della natura di tale pratica. Dell’incontro tra l’ottava e il mondo aulico del madrigale scrive la musicologa Cecilia Luzzi in “L’ottava rima nella tradizione del madrigale rinascimentale e agli esordi del teatro musicale”. Spostandosi tra il Cinquecento e il Seicento l’autrice illustra come l’ottava rima sia stata uno dei generi più fortunati e ricercati dai musicisti dell’epoca. Il saggio si sofferma sui momenti più significativi che hanno come modello le stanze dell’Ariosto e del Tasso e arriva alle prime esperienze del teatro musicale di corte, in cui l’ottava compare in momenti sporadici e dal quale venne poi estromessa, sostituita da pratiche più congeniali alla scena. Il saggio “Stanze di ottava rima nella monodia accompagnata fiorentina”, della giovane musicologa Maddalena Bonechi, indaga nel vasto repertorio della musica vocale da camera con basso continuo del primo Seicento. Proprio nel capoluogo del granducato toscano l’intonazione di testi in ottava rima a voce sola e basso continuo trova la sua fortuna sia nei componimenti profani di matrice teatrale sia in quelli di argomento religioso e spirituale, contribuendo alla ricca varietà poetica e innovativa dell’epoca. La musicologa e cantante Santina Tomasello nel suo “Arie da cantar ottave ceciliane” propone un’indagine sull’ottava siciliana, costituita da endecasillabi in rima alternata, detta anche ‘canzuna’ e in voga in diversi centri italiani durante il secondo Cinquecento. Il saggio segue le trasformazioni di tale pratica durante il secolo successivo: dall’intonazione polifonica, nelle prassi d’epoca, si passa a un nuovo assetto di aria monodica accompagnata dalla chitarra ‘alla spagnola’; di queste esperienze si enucleano le caratteristiche e le diversità di repertorio. La riflessione dell’italianista Alessandra Di Ricco ci conduce verso l’uso dell’ottava rima nell’improvvisazione aulica, che nel Settecento raggiunge la massima ascesa. Nel suo saggio “Poeti improvvisatori aulici in età moderna” si osservano i contesti cerimoniali dell’Arcadia romana nei quali il canto in ottava rima connotava le celebrazioni più solenni. La narrazione proposta si compie attraverso la descrizione delle azioni realizzate da alcune personalità importanti dell’epoca come Bernardino Perfetti e Maria Maddalena Morelli, la più famosa tra le improvvisatrici auliche dell’epoca, nota come ‘Corilla Olimpica’. Il contributo del musicologo Paolo Fabbri, “L’ottava letteraria nella musica italiana di primo Ottocento”, ci trasporta nel XIX secolo: con l’affermazione del romanzo in prosa si registra una rapida decadenza della stanza in ottava rima per la narrazione di storie, pur se restano ancora timide tracce della forma in alcune liriche da camera di cui si propone una convincente valutazione analitica. L’autore registra altri episodi di resistenza soprattutto nella letteratura scritta ed evidenzia anche alcune presenze nel melodramma: in questi casi vengono ripresi alcuni temi narrativi dai poemi epico-cavallereschi, che confermano un intento di “deliberato citazionismo”, nei libretti d’opera e nella drammaturgia. Conclude il volume “Intonazioni di ottava rima nell’opera della “Giovane Scuola” del musicologo Marco Targa che continua l’analisi della metrica utilizzata nel melodramma a cavallo tra Ottocento e Novecento: nella librettistica dell’epoca è interessante il recupero del verso endecasillabo e dell’ottava rima toscana e siciliana utilizzata per una più precisa ambientazione storica dell’opera. L’omaggio a Tasso, Ariosto e ai poeti minori costituisce inoltre un tentativo di conferire un carattere ‘epico’ alla narrazione, e rappresenta un chiaro tentativo di approssimazione alle atmosfere wagneriane molto in voga in quegli anni. Gli autori dei saggi, alcuni giovani e ingegnosi, altri già da tempo noti nei propri campi d’indagine, provengono dalle ricerche di italianistica e musicologia: perciò, nel volume “Cantar ottave”, l’improvvisazione cantata dell’ottava rima viene analizzata da diverse angolature al fine di favorire una comprensione panoramica di una pratica che, pur interessando settori ricerca molto distanti, necessita di una consapevole valutazione etnomusicologica. In questa prospettiva analitica, l’intonazione in ottava rima è considerata soprattutto un’azione cantata, un ‘fatto musicale’, e ciò è riscontrabile nel passato più remoto come nelle occasioni performative del ‘canto a braccio’ contemporaneo.

Layla Dari

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