Kiepo’ – Tarantella Road (Autoprodotto, 2017)

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«So' nato a lo Ciliento.... e me ne vanto», intervista ai Kiepo’ 

Il Cilento è un’area ampia a sud di Salerno, che geograficamente parte dalla foce del fiume Sele, in prossimità dell’antica Paestum, per giungere fino ai confini della Basilicata. Una sub-regione dai tanti volti, dal profilo storico-culturale e produttivo molto variegato, al di là dei ‘miti’ di unità culturale di un territorio segnato da profondi processi migratori, in crescita negli ultimi decenni per via della presenza di eccellenze naturalistiche (il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano) ed eno-gastronomiche, ma fatto anche oggetto, purtroppo, di speculazioni e interessi criminali che hanno portato all’uccisione del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. Nondimeno, nel fermento culturale cilentano c’è il rinnovato interesse verso aspetti della musica tradizionale del territorio: pensiamo alle pratiche vocali devozionali confraternali nel cuore del Cilento storico, intorno al Monte Stella, ai pellegrinaggi ‘sonori’ al Monte Gelbison, alla ripresa della costruzione della chitarra battente e delle zampogne locali, al festival degli Antichi Suoni di Novi Velia di fine agosto, allo studio delle fonti documentarie (le registrazioni degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso da parte di Annabella Rossi, Paolo Apolito e altri studiosi locali disponibili nell’Archivio Sonoro della Campania, sarebbe il caso che si studiassero  a fondo), alla frequentazione da parte di giovani generazioni degli ultimi suonatori e cantatori nati nella prima parte del Novecento. 
In un certo senso nella scia di questa rinnovata consapevolezza culturale sono ascrivibili i Kiepo’, che al loro terzo lavoro discografico mettono a frutto la loro formazione musicale, la ricerca, la passione, la schiettezza e il piacere del suonare insieme. Non trascurano venature ironiche a cominciare dalla copertina di “Tarantella Road”, con il divertente richiamo alle più celebri strisce pedonali della popular music trasportate in una stradina di montagna cilentana. Il nuovo disco arriva dopo il debutto “Kiepò”, uscito per la storica etichetta napoletana Phonotype, e l’autoprodotto “Tarantelle Paglia e Fieno”. Il nome della band deriva dall’espressione con la quale, nei primi tempi in cui facevano concerti, la gente si chiedeva:  «Chi sono questi?», che in dialetto si rende per l’appunto con: «Chi è pò?» Vengono quasi tutti dal Cilento, dalla zona del Monte Gelbison, cima meta di pellegrinaggi mariani (cfr. il docu-film di Giuseppe Novellino, Vincenzo Russo e Andrea Valentino, “I Ritmi del Gelbison”, 2011). Il quintetto dei Kiepo’ è composto da Tommaso Sollazzo (chitarra battente, mandolino barocco, liuto, colascione, chitarra rinascimentale, zampogna e voce), mandolinista al Conservatorio che studia la zampogna a chiave con gli anziani suonatori del Cilento e si avvicina più di recente  ai cordofoni della musica antica. C’è Carmine Antonio Cortazzo (ciaramella, friscarulo, voce), suonatore di tradizione orale di settima generazione, che ha appreso l’arte della ciaramella sin da piccolo grazie al padre Nicola Maria, decano degli zampognari cilentani (la famiglia Cortazzo è tra i protagonisti del documentario  di Piero Cannizzaro “Cilento. Storie di chitarre e zampogne”, 2005). 
Poi, ecco l’organettista Aniello Tancredi (tamburi a cornice, organetto, voce), pianoforte ed organo nella sua formazione, ma anche punto di riferimento per il repertorio canoro orale cilentano. Pietro Pisano (basso) è salernitano ma cresciuto a Raito di Vietri sul Mare, diplomato in pianoforte e direzione corale, arrangiatore per orchestra e piccole formazioni classiche di brani di tradizione orale (lo ricordiamo accanto a Nando Citarella nel disco “Magna Mater” e poi con i Tamburi del Vesuvio). Ultimo arrivato, Nicola Maria Cortazzo Jnr. (fisarmonica e organetto), figlio di Carmine Antonio, a continuare la schiatta dei suonatori di tradizione. «So' nato a lo Ciliento.... e me ne vanto» cantava il medico-cantore Aniello De Vita. Oggi, una nuova generazione di musicisti si appropria con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa della lezione dei cantatori tradizionali, spiriti liberi che rinunciano ad ammiccamenti e ai provincialismi di chi suona la ‘taranta’ perché si porta (quantunque il fenomeno del tarantismo fosse diffuso anche in Campania, come ci ha insegnato Annabella Rossi) o canta di briganti d’autore. Incontriamo Tommaso Sollazzo, che ci guida alla conoscenza dei motivi di questa nuova prova discografica, che porta la doverosa dedica all’indimenticato albero del canto Vincenza Cortazzo, “a danze e canti avvezza”.

Tommaso, anche per il terzo album, avete scelto ancora la strada dell’autoproduzione…
Tommaso Sollazzo: Non cercare etichette discografiche è stata una scelta implicita da parte di tutti. Ormai i veri produttori, se non si è nell’olimpo della discografia Internazionale, non esistono più. Le condizioni imposte dalle etichette per la maggior parte dei casi sono: porti tu il prodotto audio, sennò loro per risparmiare fanno vari tagli, stampano il disco con la loro etichetta e tu devi comprare ad un prezzo che è il doppio per la maggior parte dei casi. Va bene anche questo, ma se ti aspetti che vendano il prodotto, puoi dimenticarlo! Il mercato del disco è quasi morto, i nostri dischi si vendono ai concerti; l'unico canale sicuro. E poi con l’autoproduzione facciamo quello che vogliamo e con i nostri gusti. Alla fine, suoniamo la musica che ci piace fare. Forse questo è il successo del nostro gruppo. Ci affidiamo a vari venditori di dischi che fanno fiere sul territorio cilentano e calabro. Molte persone ci contattano in privato per farsi mandare il disco (su facebook,  li trovate alla pagina kiepo.musicapopolare oppure scrivete a info.kiepo@gmail.com, ndr). Il lavoro precedente "Tarantelle paglia e fieno" ha avuto questa distribuzione ed è andata molto bene. Sono state fatte quattro ristampe.

Inevitabile parlare della copertina di “Tarantella Road” che quella di Abbey Road dei Beatles.  Qui ci siete voi che attraversate delle improbabili strisce pedonali di una strada di montagna e una vecchia Fiat 500 sullo sfondo. Strisce pedonali a simboleggiare un attraversamento: da dove venite e dove state andando?
Tommaso Sollazzo: L’idea è quella di rendere il più possibile, attraverso l’immagine, ciò che esprimiamo con la nostra musica. La tradizione è dinamica, ed in quanto tale va rinnovata e modificata al fine di renderla coeva  al tempo in cui vive. Il passaggio dal vecchio al nuovo, però, è un’operazione delicata, e va fatto con prudenza. Da qui l’attraversamento sulle strisce, la regola costituita appunto.

Una consistente varietà timbrica caratterizza “Tarantella Road”: strumenti popolari, strumenti antichi, in un paio di occasioni un ensemble di legni e uno di archi… Come avete costruito musicalmente il disco?
Tommaso Sollazzo: Ognuno di noi proviene da esperienze musicali diverse. A differenza di altre realtà musicali, quella di fare musica tradizionale è stata per noi una scelta meditata, e non dettata da mode o possibilità maggiori di lavoro. Antonio Cortazzo suonava la ciaramella quando i suoi coetanei abbracciavano la chitarra elettrica e scimmiottavano le rockstar inglesi. La formazione musicale di ognuno di noi diventa un valore aggiunto quando ci troviamo per arrangiare un brano. Ciò che noi consideriamo tradizionale non è lo strumento, la sonorità, ma lo spirito con cui si concretizza l’idea di musica. Lo strumento è solo ‘un’ mezzo, e non ‘il’ mezzo per fare musica. 

In scaletta c’è “Trilli trilli”, un brano genovese…
Tommaso Sollazzo: Spesso chi si occupa di musica popolare ritiene che la musica di tradizione sia esclusivamente “made in sud”! Nei nostri viaggi per l’Italia abbiamo avuto la possibilità di venire a contatto con culture musicali geograficamente lontane dalla nostra ma vicine, per non dire simili, nello spirito e nell’intenzione. L’idea era quella di smontare l’assioma “tradizione-sud” e far capire che quando una cosa è bella, e soprattutto funziona, non deve subire discriminazioni. Il dialetto, se è un valore (cosa che noi pensiamo), lo è a prescindere dalla zona di provenienza. Ecco perché abbiamo inserito nel nostro ultimo lavoro un canto d’autore genovese come “Trilli trilli”, esattamente come è d’autore la celebre “Briganti se more”.   

Quali le fonti da cui avete attinto i brani tradizionali?
Tommaso Sollazzo: La fonte principale, ovviamente, è quella orale. Un contributo significativo è stato apportato dalla sig.ra Vincenza Cortazzo, madre di Carmine Antonio, considerata la memoria storica della tradizione musicale cilentana. La maggior parte dei testi e dei motivi ci sono stati tramandati da lei.

Due brani provengono dal repertorio di un poeta contadino cilentano, Antonio Di Matteo… 
Tommaso Sollazzo: La poesia popolare, a differenza di quella d’autore, deve essere comprensibile a tutti. Chiunque deve essere in grado di coglierne il senso. Abbiamo voluto così inserire dei testi di Di Matteo, che è originario di Valle Cilento, proprio perché affrontano tematiche leggere con modi e termini altrettanto leggeri, riuscendo così ad arrivare a tutti.

Ci sono molti ‘collaboratori’ cilentani: Gianfranco Marra, le voci femminili di Paola Salurso e Piera Lombardi, la dinastia Citera… e altri ancora. 
Tommaso Sollazzo: Più che collaboratori tra virgolette – come dici – in realtà, sono direi amici. La musica è condivisione, e la realizzazione di un disco è l’occasione migliore per condividere con gli amici/colleghi più cari l’arte dei suoni. 

La musica da ballo continua ad occupare uno spazio di rilievo nel vostro suono…
Tommaso Sollazzo: La musica tradizionale nasce per la danza. Non avrebbe alcun senso suonarla altrimenti. Non potrà mai essere musica da ascolto, o meglio, non potrà mai essere bella da ascoltare come la tanta altra musica si è composta nei secoli.

Parliamo del medley “Ai caduti della Grande Guerra”? Accostate un canto di protesta a una canzone che è parte del repertorio ‘trionfale’ di quell’orribile guerra.
Tommaso Sollazzo: L’idea è nata nel 2015 quando ricorrevano i cento anni dall’inizio della grande guerra. Pensammo allora di voler ricordare, con la musica, la prima grande tragedia del Novecento. Abbiamo così voluto realizzare la profezia dell’ultima strofa del canto “Addio Padre e Madre”, che dice: «… hanno lasciato l’Italia nel lutto, che per cent’anni dolor sentirà». È nato così questo medley composto dai due canti più rappresentativi di quel periodo. Sembra addirittura che “La leggenda del Piave” fosse il canto più conosciuto nelle trincee italiane e che abbia animato i soldati durante gli scontri. A ciò si aggiunga un po’ di sano campanilismo, se si pensa che questo canto è stato composto da un musicista tutto salernitano…E. A. Mario, l’autore, era originario di Pellezzano in provincia di Salerno. 

Chiudete con un omaggio all’amico Peppino… Come mai?
Tommaso Sollazzo: L’idea è quella di rendere giustizia agli strumenti popolari che per anni sono stati etichettati come “di serie B”. 
Nel lavoro precedente, “Tarantelle paglia e fieno”, facemmo un omaggio a Rossini e Charpentier, questa volta invece al più popolare dei compositori italiani. Tra l’altro bisogna considerare che i brani di Verdi sono tra i più popolari da quasi due secoli. L’esperimento, a nostro avviso, è ben riuscito, tanto che ci fa piacere immaginare che Verdi, se avesse conosciuto ciaramellisti del calibro di Antonio Cortazzo, avrebbe sicuramente inserito la ciaramella nelle sue opere!

Quanto è difficile fare musica in Cilento?
Tommaso Sollazzo: Non è difficile fare musica in Cilento, ma è difficile relazionarsi con le istituzioni. Purtroppo dobbiamo ammettere che, salvo dovute eccezioni, la quasi totalità delle amministrazioni cilentane se ne fregano altamente delle tradizioni. Viviamo ancora in un territorio dove si preferisce somministrare ai bambini merendine industriali piuttosto che i prodotti genuini della nostra terra (come i tanto apprezzati fichi secchi del Cilento etc.). Lo stesso avviene nella musica. Si preferisce riempire di soldi il gruppo di pizziche di turno piuttosto che invitare un anziano suonatore locale (tra l’altro, a costo zero!). 

… e uscire dal Cilento?  
Tommaso Sollazzo Dipende… per noi è stato abbastanza semplice. È bastato suonare la nostra musica (cilentana intendo) senza dover ricorrere ai ‘cavalli di battaglia’, come pizziche, tammurriate e, ovviamente, l’immancabile “Briganti se more”: basta credere in quello che si fa.

Qual è la dimensione più adatta a Kiepo’? La piazza o i luoghi più raccolti?
Tommaso Sollazzo: La tavola!



Kiepo’ – Tarantella Road (autoprodotto, 2017)
Il quintetto cilentano mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, simboleggiato dal brano d’apertura, quel “Brindisi dell’Amicizia”, strumentale per corde e flauto di canna, il friscarulo,  composto durante una cena da Carmine A. Cortazzo e Gianfranco Marra, un musicista che da sempre ha creduto nella forza della musica cilentana, documentandola con registrazioni sul campo in un disco pubblicato ad inizio del nuovo secolo (“Suoni del Cilento Antico”). A sorpresa il quintetto si ‘appropria’ della canzone genovese “Trilli Trilli”, ben in linea con lo spirito conviviale che anima sia il disco sia la cifra dell’agire musicale live dei Kiepo’, anzi di The Kiepo’, come è scritto nella copertina di “Tarantella Road” che con l’immagine dell’attraversamento pedonale evoca ironicamente le più celebri strisce pedonali della popular music. “Vulimo Vève” è un tradizionale del basso Cilento: nella parte iniziale si impone l’impasto vocale del gruppo, mentre nel prosieguo è la ciaramella a prendere le redini su un ritmo di impronta folk-rock. Con “Alla Stiese” restiamo nella stessa area, a Stio, con un bel canto a distesa, caratteristico del Cilento, arrangiato per chitarra battente e strumenti barocchi. I timbri e i ritmi cilentani si proiettano in quelli calabresi (dell’area riggitana) nella “Tarantella Regentana”, featuring le notevoli voci locali di Paola Salurso e Piera Lombardi.  Ci allontaniamo dalla danza, e da questa area del salernitano più prossima al mondo lucano e calabrese, per spostarci in area pomiglianese. Il gruppo intona il canto tradizionale “A cammera ‘è consiglio”, che assume un sapore rinascimentale, avvalendosi anche della voce di Dario Mogavero e delle launeddas di Mimmo Morello. Con gli stornelli “Aucieddo ca te pizzuli sta fico” si ritorna in Cilento, accompagnati dalla voce dello straripante  organettista Zi’ Ntoniu Lettieri. Le due canzoni che seguono: “Chisto è lo Ciliento” e “Tutti li miezzi juorni” appartengono al repertorio schietto del poeta contadino Antonio  Di Matteo. Invece, il classico tradizionale del Sud “La Cara Ninella” è incentrato ancora sull’uso del flauto di canna. Segue un medley sulla memoria che riprende canti sulla Prima Guerra Mondiale: qui entra un quartetto di legni (flauto, oboe, clarinetto e fagotto). Si passa a “Guardia Dispetto”, una serenata calabrese che viene tradizionalmente eseguita con la chitarra battente ma riproposta con gusto siciliano. Infine,  il tributo a Verdi de “Omaggio all’amico Peppino”: non nuovi a queste commistioni i Kiepo’, che nel precedente album avevano ripreso Rossini e Charpentier,  riprendono l’aria di “Va’ Pensiero” con la ciaramella solista di Carmine Antonio Cortazzo e la complicità del quartetto d’archi Ondenuove String Quartet. 



Ciro De Rosa
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