Sergio Arturo Calonego & Enrico Negro, Folk Club, Torino, 13 aprile 2017

Ci siamo già occupati di Calonego e Negro in occasione dell’uscita dei loro ultimi lavori “Dadigadì” e “Le memorie dell’acqua”. Il Folk Club di Torino ci ha offerto ora l'occasione per vederli condividere il palco per la prima volta. La comune passione per il chitarrista Pierre Bensusan li ha fatti incontrare nel febbraio dello scorso anno proprio tra i sedili di questo locale, ed è così che nasce questa prima collaborazione tra i due. L’occasione è certamente interessante per via delle personalità profondamente diverse dei due artisti. Enrico Negro ha alle spalle una ormai lunga carriera come chitarrista classico, soprattutto con il Vivaldi Guitar Trio, attività che da sempre affianca alle collaborazioni con ensemble di musica di estrazione popolare. Più tortuoso invece il percorso di Sergio Calonego che ha seguito un suo personalissimo iter artistico: partito dal blues si propone in seguito anche come autore e cantautore, e solo da ultimo si dedica alla chitarra acustica, dopo un percorso molto intimo e un lungo apprendistato svolto al chiuso “nel bagno di casa”, come ha ironicamente ricordato egli stesso nell’occasione. Il concerto si è svolto con due set separati per i due artisti, che si sono riuniti alla fine per un solo brano. 
Ha aperto la serata Enrico Negro con il brano che dà il titolo al suo ultimo disco, e diciamo da subito che “Le memorie dell’acqua” è forse in assoluto il brano che ci è piaciuto di più, una interpretazione molto convincente con uno stile ed un suono che a tratti ci ha piacevolmente ricordato il primo Alex De Grassi. La scaletta si è poi sviluppata con incursioni nel repertorio classico inframezzate da brani più vecchi del proprio repertorio come “Autunno Pedemontano” e “Cuoricino”. Certamente per i palati più fini la “Gnossienne n.1” di Erik Satie (da un adattamento per chitarra di Roland Dyens), mentre il Claudio Monteverdi di “Chi vol che m’innamori” ci ha riportato immediatamente allo spirito del John Renbourn più barocco, stavolta però al servizio della tradizione italiana e del grande compositore cremonese. Ma, a nostro avviso, è il folk il vero territorio dell’artista, ed è qui che Negro ci pare esprimersi al meglio, nella rivisitazione e nell’adattamento del reportorio musicale popolare. È il caso della reinterpretazione di due brani dei La Ciapa Rusa, storico gruppo piemontese di musica tradizionale attivo a cavallo degli anni ’70-’80, brani in cui Negro, insieme al brano di apertura, raggiunge la maggiore intensità interpretativa della serata. Chiude l’interpretazione strumentale di “A’ cumba” di Fabrizio De André e Ivano Fossati, un brano che nasce già per chitarra e con una forte ispirazione folk che ma che Negro reinterpreta stavolta, sorprendendoci, variando sensibilmente l’armonia e linea melodica con un approccio quasi jazzistico, confermando ancora una volta la non banalità delle proprie scelte e il proprio eclettismo. Enrico Negro si conferma artista maturo, capace di passare con scioltezza da uno stile all’altro. Ma riesce a dare il meglio nelle composizioni che coniugano l’ispirazione della musica popolare con la tecnica chitarristica classica. Ci piace sicuramente la sua capacità di accostare musica colta e tradizione popolare senza banalizzare la prima (Giovanni Allevi docet!)
 e nobilitando invece la seconda, senza restare imbrigliato nel formalismo della impostazione classica dello strumento, ma adattandosi invece anche alle piccole imprecisioni come un ostinato o un bordone, volutamente non sempre esatti, che rendono credibile i brani di ispirazione più folk. Sergio Arturo Calonego ha aperto il secondo set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica (per chi volesse saperne di più rimandiamo a questa intervista su Fingerpicking.net), inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”, quest’ultimo in inglese, lingua che sembra meglio esaltarne il grave timbro vocale e che ben si sposa con i cenni blueseggianti che l’artista spesso lascia trasparire nei brani. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. 
Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a … “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio. L’intreccio è sicuramente divertente ed efficace sul palco, l’artista mostra voglia di comunicare e di ricercare l’empatia con il pubblico. Senza mai eccedere, l’approccio è sincero e non serve a “mascherare” la musica” dietro le parole. In un caso la presentazione di un brano si fa più seria, e coincide con l’interpretazione che sicuramente ci ha colpito di più, lo strumentale “Dolcezza”; è il brano è sicuramente il più sentito ed ispirato, inoltre ha un sapore vagamente mediterraneo che lo fa distinguere dagli altri. La serata si conclude con l’unico brano suonato insieme dai due musicisti, “All along the watchtower” opportunamente “dylaniata” dalla cavernosa voce di Calonego. Serata piacevole, equilibrata dalla diversa personalità musicale dei protagonisti che ha donato varietà al programma. Una proposta di qualità, come da solida tradizione per il Folk Club, e due artisti interessanti e diversi, che vi consigliamo decisamente di andare a vedere se ve ne capita l’occasione. 


Pier Luigi Auddino
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