mercoledì 15 marzo 2017

Stefano Zenni, Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore, EDT 2016, pp. 181, Euro 11,50

Da alcuni mesi è in libreria "Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore" di Stefano Zenni, un testo che analizza la storia di alcuni repertori musicali e soprattutto della loro ricezione confutandone i presupposti scientifici di razza e gruppo etnico. Abbiamo deciso di scambiare con l’autore qualche battuta a margine di una vicenda editoriale positiva che speriamo possa favorire una riflessione multidisciplinare più ragionata sul mondo delle musiche anche qui in Italia.

Qual è l’urgenza di fondo che sottende questo libro e quale obiettivo volevi raggiungere?
Partendo da una conferenza su jazz e razzismo, ho compreso che approfondendo e ampliando l’argomento avrei potuto colmare un vuoto nella pubblicistica italiana. E mano a mano che andavo avanti con il lavoro, ho capito che la realtà storica è molto più complessa di come ci viene di solito raccontata. Allora l’obbiettivo del libro è diventato quello di offrire al lettore un panorama chiaro di quanto possano essere intricate e porose le relazioni culturali e musicali nel mondo africano americano. Queste complesse contraddizioni mettono in crisi certe ideologie, che magari vanno storicizzate (come quelle del nazionalismo nero), ma si tratta di una conseguenza inevitabile. Qualcuno si è addirittura chiesto se con il libro volessi colpire qualcuno, ad esempio la figura di Amiri Baraka: io non voglio colpire nessuno, voglio solo portare il lettore in una realtà complessa, convinto che questa sia un approccio più sano all’apprezzamento della musica africano americana.

Quale pensi (e ti auguri) possa essere l’impatto del tuo libro su un lettore non necessariamente appassionato di musica?
Spero che il libro renda il lettore consapevole degli stereotipi a cui nessuno di noi sfugge, per pigrizia, ignoranza o semplice automatismo mentale. E, uscendo dagli stereotipi, ascolti la musica in modo più ricco e complesso. Ho anche l’ambizione, in effetti eccessiva, che l’approccio utilizzato nel libro funzioni come un metodo per smontare le ideologie essenzialiste, “etniche” o grezzamente “politiche” che relegano le musiche “nere” - e non solo quelle - in un ghetto stereotipato. In questo senso l’ambizione ultima è che questo sia percepito come un libro politico.

Come ti spieghi il successo che sta riscuotendo il tuo libro e rispetto alle tue pubblicazioni precedenti cosa pensi che aggiunga questa?
I miei libri precedenti erano di tipo analitico-didattico o storico. Ho scritto anche delle monografie, come quelle su Armstrong o Hancock. Avevo bisogno di cambiare aria: per questo qui si tenta un approccio interdisciplinare. Ma soprattutto volevo scrivere un libro breve, chiaro e combattivo.

Mi incuriosisce il modo in cui hai utilizzato la bibliografia che poi hai pubblicato in forma ragionata, come mai non pubblicarla per intero?
Con l’editore abbiamo convenuto che il libro avrebbe dovuto mantenere un taglio discorsivo. La bibliografia consultata è molto più estesa di quella pubblicata in fondo al volume, ma ci piaceva che il lettore avesse a disposizione gli stessi strumenti di base a cui ha attinto l’autore, perfino nello stesso ordine, per ricostruire ed eventualmente metterne in discussione il pensiero. E poi mi piacciono nei libri le bibliografie ragionate, discorsive, argomentate. Sono come un piccolo libro nel libro.

Giacché il libro mantiene un approccio soprattutto politico ai temi indagati e dunque solleva questioni impegnative, nel tour promozionale che stai compiendo in questi mesi quali sono state le osservazioni più interessanti, pertinenti o anche le critiche che più ti hanno infastidito, se ce ne sono state?
Ho riscontrato tra i lettori molta sorpresa ma anche comprensione per la varietà e complessità delle questioni messe in campo. Per molti la cosa più difficile da mandare giù è ammettere che le “voci nere” sono un prodotto culturale e non un dato biologico.

Come pensi sia stato accolto il tuo libro negli ambienti accademici e in generale in quelli tradizionalmente deputati alla ricerca e alla divulgazione?
A parte quelle entusiaste dei lettori - che poi sono quelle che contano - ho avuto tre tipi di reazioni: il libro ha attirato l’attenzione di ambienti estranei alla musica: ad esempio l’antropologo Marco Aime ha scritto una recensione molto positiva su Nigrizia e ha espresso anche privatamente la totale approvazione nei confronti del libro. Nell’ambiente musicale invece mi sono confrontato con due reazioni: una maggioritaria di sostegno alla mia ricerca, ed un’altra, minoritaria ma importante, di critica se non di rifiuto. Qualcuno ha voluto vedere nel libro un attacco ideologico al nazionalismo nero, come se volessi affermare un riscatto della componente “bianca”, riproducendo così quell’opposizione che ha una sua ragione storica ma di cui cerco invece di svelare le contraddizioni. Una delle critiche che mi sono state mosse è che questa componente “bianca” non è poi così importante: al di là dei pareri, mi pare che questo tipo di osservazioni non tenga in minimo conto i dati storici che evidenzio nel libro ed è sempre ferma su una visione politicizzata risalente alle posizioni degli anni Sessanta e Settanta. Questo è un dato di provincialismo ideologico tutto italiano.Ma forse la cosa che mi ha sorpreso di più è l’ignorare le sollecitazioni di Stuart Hall che ho posto in conclusione del libro: la sua lezione straordinaria, se proiettata anche in ambito musicale, potrebbe svecchiare gli studi e certi approcci più rigidi. Ma tranne che per qualche eccezione, al momento sembra che la mia proposta sia caduta nel vuoto. O quasi. 


Stefano Zenni, Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore, EDT 2016, pp. 181, Euro 11,50
Nel piccolo ma dinamico mondo delle pubblicazioni dedicate alla storia, all’analisi e alla critica musicale in lingua italiana emerge Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore [EDT, 2016] di Stefano Zenni, docente di storia del jazz e delle musiche afroamericane e acuto osservatore dei linguaggi musicali contemporanei. Il libro pubblicato da alcuni mesi è stato accolto con recensioni favorevoli che ne hanno sottolineato la modernità dell’approccio all’oggetto di indagine nell’ambito della più ampia editoria musicale italiana. Un testo in forma di pamphlet checon piglio militante e garbatamente polemico esplora un’ermeneutica della musica attraverso il concetto di razza, confutando tutta una serie di assiomi frutto di ideologie sovraccariche e perfino obsolete. Zenni sostiene che i linguaggi musicali tradizionalmente derivati da categorie legate alla razza o all’appartenenza etnica anziché poggiare su verità scientifiche -che restano indimostrabili - costituiscono in realtà una scorciatoia che induce ad associare un determinato musicista ad uno stile o ad un repertorio specifico. In questo modosi finisce per determinare l’identità e l’appartenenza a partire da categorie pseudoscientifiche che pescano in maniera impropria dalla biologia, dalle scienze sociali e storiche. Zenni parla di musica chiamando in causa argomentazioni desunte dai più vari ambiti disciplinari quali la genetica, la linguistica e l’antropologia e contribuisce a svecchiare il panorama della musicologia italiana introducendo termini e concetti quali passing e colorism maturati in ambiti di ricerca statunitensi. Così il dibattito sulla razza, ampiamente emancipato da estremismi ideologici, si intreccia profondamente con il concetto di potere. L’autore ci avverte che se nell’approccio all’analisi musicale decidiamo di allargare lo scenario dalla “razza”al“potere” si potrebbero chiarire le diverse prospettive e collocazioni sociali dei gruppi etnici in relazione alla loro musica che per definizione indichiamodi volta in volta come afroamericana, ebraica o italiana; aggettivi che qualificano in base al colore della pelle o all’identità etnica. La gradazione del colore (colorism, appunto) è infatti un tema su cui dibattere lì dove si esercita il potere e in funzione di questo si ordinano e sottomettono gli individui ad un progetto egemonico. Questo pregiudizio èben noto ai gruppi di emigrati come ad esempio gli italiani che proprio grazie alla musica poterono partecipare ad un disegno sociale di integrazione (passing, appunto) sul suolo americano dal quale sarebbero altrimenti rimasti a lungo ai margini. I temi messi in campo da Zenni sono innovativi e appassionanti perché smuovono certezze e categorie interpretative mentre sullo sfondo riecheggiano le affascinanti teorie di genetisti quali Luigi Luca Cavalli Sforza, antropologi quali Ashley Montagu e etnomusicologi quali Victor Grauer.

Simona Frasca

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