Luca Rossi – Greetings From Fireland (SoundFly, 2016)

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«“Pulecenella Love” partiva da una doppia chiave di lettura sulla musica e sul mio stesso lavoro, che proviene anche da miei studi di etnomusicologia e di antropologia. Il senso del doppio, la duplicità del bene e del male mi hanno sempre affascinato. C’era poi l’osservazione sull’uomo, sull’ambivalenza dell’individuo incarnata dalla maschera Pulcinella. “Pulcinella non è la caricatura dell’uomo: è l’uomo!”, diceva Eduardo De Filippo. Il mio è un Pulcinella che parla d’amore come a-mors, perché ci vedevo l’amore per la devozione popolare, per il canto tradizionale campano ed anche il ricordo e il legame con la figura materna». Percussionista-autore trentatreenne, originario di Caserta, napoletano di residenza, Luca Rossi, cresciuto con la musica popolare, la ricerca desimoniana e gli studi al DAMS di Bologna, vanta collaborazioni con Marcello Colasurdo, NCCP, Enzo Avitabile, l’Orchestra Popolare Campana, Eugenio Bennato e Teresa De Sio; ha inciso con il gruppo Cathartica e partecipato a progetti di teatro-danza. È anche l’artefice del volume “Il Raccontaio”, vincitore nel 2009 del Premio letterario Sergio Manetti per la categoria della poesia performativa all’Arezzo Festival. Con la sua doppia tammora a tracolla e pochi accordi Rossi racconta storie contemporanee espresse in rapidi flash. «Con “Greetings From Fireland” ho messo da parte la poesia e messo avanti una retorica forte, perfino azzardata, che non può essere nascosta. È un titolo spiazzante di un disco che ha una connotazione anche in chiave rock, per alludere a un suono di protesta, per incastrare le parole sui ritmi, nonostante il rock non sia il mio mondo musicale»
Più che un territorio circoscritto, la sua “Terra di Fuoco” sembra rappresentare uno stato d'animo condiviso in tempi bui di populismi, di nuovi muri che si innalzano, dall’Europa all’America, di «nichilismo che avanza, e che si sta mangiando tutto», mi dice Luca al termine del suo concerto napoletano al Teatro Bolivar, dove ha presentato il suo nuovo album pubblicato dalla piccola ma attivissima etichetta partenopea SoundFly. “Greetings from…. “, è la tipica formula di saluto che accompagnava le cartoline di viaggio prima di Instagram. Quale la genesi delle missive che compongono questo nuovo lavoro? «Di solito, come modello di scrittura, scrivo prima i testi e poi faccio i ritmi. Ho cominciato a suonare anche la chitarra. Le canzoni sono strutturate su due o tre accordi al massimo. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con musicisti bravissimi come Pasquale Ziccardi (basso acustico e chitarra acustica), Michele Signore (violino, mandoloncello, lira pontiaca) e Pietro Cioffi (pianoforte e tastiere). Oltre a Michele e Pasquale dal vivo ci sono Giovanni Parillo (pianoforte), Carlo di Gennaro (batteria) e Mimmo Di Domenico, che ho conosciuto da poco: un napoletano di Fuorigrotta, che mi ha impressionato per il suo percussionismo ‘old school’, i suoi pattern ritmici e l’uso della body percussion. Nel disco il sound si è riempito a man mano, soprattutto grazie al lavoro di arrangiamento e alle dinamiche create da Michele Signore: io avevo solo idee ritmiche, linee melodiche semplici e testi in napoletano». Un lavoro che si configura come un «canto-contro o un contro-canto», come ha lo ha definito Rossi. Il CD è aperto da un potente ritmo di tammurriata dato da tamburi a cornice e nacchere che avvolge la voce di un musicista itinerante raccolta in strada (“Via Sergio Bruni”); l’incalzante title-track fonde pulsione rock e sfumature mediorientali (il mandoloncello di signore) per urlare tutta la disillusione: «Questa terra da fuggire dove sempre vuoi tornare col passato da capire e il futuro da rifare», canta Luca in un canzone che rimescola immagini della realtà del Sud, per lanciare un battito di speranza. 
“Te sto vicino’” è vicinanza a chi soffre. Voce accorata, il ritmo tradizionale scandito dalla tammorra in dialogo dal taglio minimale con chitarra e pianoforte in “Sempre”, dove si canta l’amore come promessa. In “Sirena” (ci sono la voce di Loredanna Carannante, il canto e i tamburi di Bifalo Kouyaté) Rossi immagina la traversata per mare di una giovane donna africana che affida alle acque una lettera di preghiera e di speranza. Si cambia registro con “Caro Pepè”, canzone danzante di umore latinoamericano dedicata alla figura antagonista dell’ex presidente dell'Uruguay Josè Pepe Mujica, esempio di politica sana e onesta. In “Nouraddin” (voce e darabouka sono di Marzouk Mejri) c’è la lettera di un disperato, che s’imbottisce di tritolo per una missione suicida. Segue l’iterazione su un morbido ritmo di tammurriata di “Acqua d’’o mare”, che accoglie formule testuali provenienti dalla tradizione popolare campana. Invece, l’unza-unza di “Senza Dio” – complice la tromba di Charles Ferris – racchiude la cifra del disco, tra le cui intenzioni c’è quella di mettere ritmi di danza e far ballare la gente su tematiche molto forti, portandole anche nella dimensione della piazza, luogo nel quale Rossi si trova sicuramente a suo agio. Il brano – osserva Luca – «richiama un passo estremamente drammatico della “Gaia Scienza” di Nietzsche per raccontare la crisi dei nostri tempi», è un tema caro a Rossi, che lo aveva già esplorato nei suoi spettacoli tratti dal precedente “Pulecenella Love”. Oltre, c’è un padre che scrive una “Ninna Nanna” per sua figlia. Nell’apotropaica “Obbenaint” si riproduce la cellula iterativa ritmico-armonica di una tarantella d’area garganica, con la significativa compartecipazione al canto di Federico Scarabino dei Rione Junno. Infine, c’è la chiosa narrata del mondo interpretativo della post-verità, racchiuso nel dialogo tra due personaggi che rappresentano lo stereotipo meridionale dei “Falsi invalidi”. 


Ciro De Rosa
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