Jim Lauderdale – London Southern (Proper Music, 2017)

Si intitolo “London Southern” il nuovo album del cantautore americano Jim Lauderdale, conosciuto ai più per la sua attività musicale ad ampio spettro, che ha incluso finora anche la scrittura di brani per artisti affermati della scena internazionale. Lauderdale si muove nel suo orizzonte acustico, romanticamente e leggiadramente country e bluegrass, attraverso una schiera di brani ottimi, sia sul piano della composizione che su quello della produzione. Ciò che merita attenzione in questo nuovo lavoro - che va ad aggiungersi a una discografia articolata, prodotta a partire dai primi anni Novanta sia in solo che in vari featuring - è in prima istanza il contesto di lavorazione. A detta del “songrawiter’s songwrater”, che negli ultimi anni ha collezionato importanti premi e, come dicevo, può vantarsi di aver scritto brani per Elvis Costello, Solomone Burke, Buddy Miller e tanti altri, “London Southern” è il risultato di un processo di lavorazione diverso dal solito. Innanzitutto l’ambiente inglese (alcuni brani scritti e registrati a Londra, altri a Glascow e Liverpool), che gli ha permesso di organizzare la scrittura e gli arrangiamenti e collaborare con Nick Lowe e i produttori Neil Brockbank e Bobby Irwin. Poi la scrittura per le session successive - questa volta negli States - in collaborazione con John Oates e Dan Penn. Insomma l’album è il punto in cui si sono incontrati artisti di alta caratura, il cui lavoro, quando non li ha portati a emergere come star internazionali, rimane strettamente connesso alla storia della musica leggera, a partire almeno dagli anni Sessanta. Con questi elementi è evidente che la successione delle dodici tracce in scaletta non può che essere rassicurante, quando non addirittura coinvolgente (“If I can’t resist”). Certo bisogna comprenderne, a parte la genesi, i dati di base, quelli cioè che ispirano un artista come Lauderdale e che definiscono il profilo non solo timbrico ma anche melodico del suo immaginario musicale. E, una volta assodato che ogni singolo elemento si riverbera in un panorama sonoro ben definito, non resta che godere del resto. Anche perché l’album va avanti una meraviglia: la voce di Jim è morbida e regolata su un tono mai fuori posto, gli strumenti sono a dir poco all’unisono e garantiscono un suono mellifluo dalla prima all’ultima traccia, l’atmosfera generale - che poggia su alcuni brani più profondi di altri, ma che con gli altri condividono tutto - è estremamente rilassante, perché Lauderdale sa chiaramente selezionare e soppesare ogni nota e ogni parola, come d’altronde tutti gli altri coinvolti (dai produttori, a cui si aggiunge anche Robert Trehern, ai musicisti: quest’ultimo alla batteria, Matt Radford al basso, Steve Donnelly alla chitarra e Geraint Watkins alle tastiere, Jim Hoke al sax tenore, Steve Herman alla tromba, Neil Brockbank al vibrafono). Tra i brani più interessanti non si può non segnalare “I love you more”. Per due motivi almeno. Il primo è che è fantasticamente languido, spalmato su una batteria che accenna solo il beat con qualche piatto, con una voce profonda e partecipata. Il secondo è che, a differenza di (e in relazione a) tutti gli altri, introduce un’atmosfera più straniante e sognante, sorretta da un quartetto di violini, due viole, un violoncello, un flauto traverso e un oboe. Insomma tutto si distende come in uno stretching estremo di corde e fiati, con il risultato che la voce si amalgama a un soffio di poche frasi e chi ascolta non può che sprofondare nei suoi pensieri. Il resto, come dicevo, è calibrato anche su un brano come questo, ma i riferimenti a uno scenario country per niente retorico sono più evidenti, e sopratutto interpretati con perizia, dentro cioè un’evidente capacità di orientamento, che evita di strafare e di crogiolarsi sui modelli più retorici. Tra i brani più piacevoli - nei quali la chitarra, sia acustica che elettrica, rimane lo strumento principale - ci sono “We’ve only got so much time here”, “You came to get me”, ma anche ballate più morbide e intime, come “What have you got to lose”, dove la voce di Lauderdale dialoga con maestria con le background vocals di una parte del quartetto vocale gospel McCrary Sisters. 


Daniele Cestellini
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