BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 31 marzo 2016

Numero 249 del 31 Marzo 2016

Il n.249 di Blogfoolk è dedicato a Gianmaria Testa, cantautore cuneese, mite e garbato, eppure determinato nella sua poetica, nella quale convivevano impegno civile e lirismo, un fine raccontatore di storie, che, recentemente, abbiamo incontrato in occasione della pubblicazione del suo ultimo disco dal vivo “Men At Work”. Nella circostanza toccammo con mano tutta l’umanità e la sensibilità che emergevano dall’ascolto delle sue canzoni. Ricordiamo suoi bellissimi dischi come “Altre latitudini”, “Da questa parte del mare” e “Vitamia”. Non tramonterà il ricordo di un uomo libero, di artista di grande spessore, al quale la canzone d’autore italiana non ha riservato tutta la stima e l’apprezzamento che avrebbe meritato. Entrando nel programma di questo numero 249, che giunge proprio nell’ultimo giorno di marzo, la copertina se la prende “Corde Migranti”, album della cantautrice Sylvie Genovese, francese di nascita, italiana per origini ed elezione, che ci racconta questo nuovo progetto, compendio delle diverse anime della sua peculiare esperienza artistica. Restiamo in ambito world, prima con il disco consigliato della settimana, lo splendido “2”,  creazione folk-contemporanea dei The Gloaming, super-gruppo Irish-American, e poi con i riflettori puntati su “Zukva. Sevdah From Bosnia’s Heart” dei Divanhana, band di Sarajevo che aggiorna alla grande il romanticismo della sevdalinka, il canto urbano di Bosnia. Il nostro viaggio in Italia riparte dalla Campania di “Vent’e Tammurriata”, espressione verace del canto popolare proposta da Simone Carotenuto & i Tammorrari del Vesuvio. Finestra aperta sulla musica antica con “Ritus Orphaeos” di Simone Sorini, mentre sul fronte live vi raccontiamo il festival beneventano Sacra Terra. Questa settimana lo spazio dedicato al jazz non è riservato a un disco, ma al documentario “Close To Gente del Talos”, realizzato nel corso dell’edizione 2014 del Talos Festival. Divagazione pop per la nostra rubrica Letture, perché dal nostro scaffale abbiamo selezionato “4 Ever”, volume di Eleonora Bagarotti dedicato ai Beatles. In conclusione, sguardo sulla musica contemporanea con “La Saggezza delle Nuvole” di Luca Olivieri.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
MUSICA ANTICA
I LUOGHI DELLA MUSICA
VISIONI 
LETTURE
CONTEMOPORANEA

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Sylvie Genovese – Corde Migranti (SquiLibri, 2015)

Francese di nascita, ma italiana di origini, Sylvie Genovese è una chitarrista e cantautrice dal ricco background musicale, speso attraverso gli studi in conservatorio, le ricerche sul campo al fianco di Giovanna Marini, e la sua attività artistica e didattica. In occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Corde Migranti”, che compendia la sua vita e le sue tante esperienze musicali, l’abbiamo intervistata per ripercorrere i passi salienti della sua carriera, soffermandoci sulle ispirazioni alla base di questo nuovo lavoro, la sua attività di insegnante di chitarra, e i progetti futuri. 

Partiamo da lontano, ci racconti brevemente il tuo percorso formativo?
Sono nata a Lyon in Francia, e lì ho studiato presso il Conservatorio conseguendo il diploma di solfeggio, armonia, contrappunto e chitarra. Dopo essermi laureata in musicologia all’Università di Lyon, ho proseguito i miei studi a Parigi dove nel 1979 diplomandomi in chitarra nella classe del Maestro Aberto Ponce. Nel 1981 sono partita per la Bolivia per studiare e approfondire le musiche e i ritmi Sud americani, e successivamente sono tornata in Sud America per una tourneè organizzata dall'Alliance Française. Attratta dal lavoro svolto da Giovanna Marini, mi sono trasferita a Roma nel 1985, e presso la Scuola Popolare di Musica del Testaccio ho potuto completare la mia formazione seguendo, tra il 1985 e 1988, i corsi di storia del jazz, arrangiamento, improvvisazione, composizione, musica elettronica e canto.

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?
Nel corso della mia carriera numerose e diversificate sono state le mie esperienze artistiche. In particolare, negli ultimi anni, ho dato vita ad un trio per due chitarre e voce dedicato alla musica tradizionale napoletana, e con il quale ho curato gli arrangiamenti del concerto "E spingule e'a Frangesa" portato in scena a Roma e a Napoli e dell’album "Cautamente”, di cui è stato pubblicato  anche un disco prodotto da Il Manifesto. Come solista, invece, ho realizzato due spettacoli "Alterations" e l'attuale "Corde migranti", che presento anche con l’ensemble Kitar. Dal Novembre 2014 al Febbraio 2015 sono stata in Svizzera a Monthey ospite del théatre du Crochetan dove ho potuto registrare “Corde Migranti”.

Nel corso della tua carriera hai compiuto anche alcune ricerche sul campo. Puoi parlarcene?
Ho frequentato i corsi di Giovanna Marini sul canto della tradizione orale italiana, e insieme a lei ed al gruppo della Scuola di Musica del Testaccio, ho avuto modo di partecipare a numerose campagne di ricerca etnomusicologia sul campo in varie regioni italiane, dal Lazio alla Calabria, dalla Puglia alla Liguria fino alla Sardegna. Sono state occasioni di approfondimento molto importanti, che mi hanno consentito di analizzare il repertorio sacro e profano e le sue trasformazioni, attraverso un lavoro capillare di trascrizioni e registrazioni, ma anche  di studio dell’antropologia culturale.   

Prima hai accennato al progetto “Corde Migranti”, com’è nata l’idea di realizzare questo disco?
Cammino con la chitarra lungo strade diverse, lei mi porta lontano. Vivo numerose vite, perché sono allo stesso tempo argentina, francese e aurunca. Suono, canto, racconto cercando di tessere in filigrana i legami tra tutti questi “io”. Questo disco è vuole raccogliere tutte queste esperienze con le mie origini italiane, evocate dalla storia di mia nonna Maria Antonia Testa, partita dai monti Aurunci per la Francia, alla mia città natia Lyon, ricordata attraverso Louise Labé poetessa lyonnaise del Cinquecento. 
C’è l’impronta musicale della mia vita in Italia con la tarantella “Cos’é” e l’incontro con il poeta e cantautore romano Piero Brega autore del testo di “Brace”, così come non manca il ricordo delle musiche ascoltate ed imparate in luoghi lontani che mi ha sempre accompagnato e che è diventato il seme per le mie canzoni oggi con i pezzi sud americani e il poeta e chitarrista argentino Atahualpa Yupanqui, e infine, la canzone francese con Georges Brassens. Ritengo che siamo tutti migranti, la nostra identità si nutre d’altrove insospettati; tante sono le nostre appartenenze, quelle del cuore, del passaporto, del paese dove viviamo, delle nostre origini e altre indecifrabili.

Nel disco è presente anche “J’te Vurria Vasà”. Come mai una francese decide di rileggere un classico della canzone napoletana?
Come dicevo prima ho avuto modo di studiare a fondo la musica napoletana, in particolare “J’te Vurria Vasà” non è solo un classico partenopeo, ma un classico tour court, ed ho voluto inciderla per ricordare Maurizio Lazzaro grande chitarrista romano che ho conosciuto alla Scuola di Musica di Testaccio, attraverso il suo bellissimo arrangiamento

Tra i brani più belli del disco c’è la già citata “Brace”, che hai scritto con Piero Brega. Come nasce questo brano?
Ho conosciuto Piero Brega al circolo Gianni Bosio dove ho insegnato. E’ stato un bellissimo incontro molto stimolante. Spesso gli facevo delle domande su un tema, in questo caso su l'amore ed al seguito delle nostre riflessioni ha scritto questo testo. Lui ne ha fatto anche una canzone tutta sua, ritoccandola un po’, mentre io non ho cambiato nulla perché non volevo pensare all'amore per forza rivolto ad un uomo, dunque mi piaceva lasciare “ad una donna ho detto io ti amo”, che non è nemmeno una dichiarazione di omosessualità, ma solo di libertà.

“Aurunca”, come dicevi prima, è stata ispirata dalla storia di tua nonna…
Ho scritto Aurunca a partire delle registrazioni fatte con mia nonna, nelle quali mi mi raccontava la sua vita. In questo testo ho ripreso in larga parte le sue parole, mentre la musica è una variazione sul tradizionale siciliano “Io partu e su custritto”.

Parallelamente alla tua attività di cantautrice, insegni presso la Scuola Popolare di Musica Popolare del Testaccio. Puoi parlarci di questa esperienza che continua da molti anni?
La didattica rappresenta un aspetto molto importante per me. Ho cominciato molto presto a insegnare la chitarra, ho lavorato in tante situazione, ed in particolare conservo un ricordo molto bello dei corsi fatti a Regina Coeli con il Circolo Gianni Bosio e Sara Modigliani. Gran parte della mia attività didattica si è svolta e si svolge attualmente alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio dove insegno dal 1986. Ho allievi dai sei a settantasette anni e questo mi ha permesso di sviluppare una didattica collettiva rivolta a tutti i livelli, perché in musica serve tutto sia l'allievo principiante che il virtuoso per costruire un insieme con i suoni al posto delle parole . 

Insieme ai tuoi allievi hai creato l’ensemble Kitar. Ci puoi raccontare questa esperienza?
La mia attività didattica ha trovato la sua finalizzazione con la creazione nel 2008 dell’ensemble Kitar. E’ una fonte di creatività perché scrivo ed arrangio molti brani per questo ensemble inconsueto di dieci persone che è diventato una vera e propria famiglia.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I progetti per il futuro non mancano. Innanzitutto vorrei portare avanti il lavoro con l’ensemble Kitar, ma soprattutto mi piacerebbe trovare il modo di registrare il prossimo album che sarà dedicato a Roma e agli anni passati in Italia. Ovviamente vorrei continuare anche a portare in giro lo spettacolo di “Corde Migranti”, con il quale il prossimo 29 aprile sarò in scena al Bluedesk di Roma.


Sylvie Genovese – Corde Migranti (SquiLibri, 2015)
Nato inizialmente come uno spettacolo portato in scena sui palchi italiani ed esteri, “Corde Migranti” è il personale diario musicale di Sylvie Genovese, chitarrista e cantautrice francese ormai da anni di base in Italia, la quale ha voluto racchiudere tutta la sua vita ed il suo percorso musicale in undici canzoni, registrate dal vivo tra il 23 e il 23 gennaio del 2014 durante la sua residenza artistica al Théatre du Crochetan a Monthey in Svizzera. Si tratta di un vero e proprio viaggio sonoro di un’artista migrante per scelta e per vocazione, nel quale accompagnati dalla chitarra e dalla voce della cantautrice francese, ripercorriamo, insieme a lei, le tappe della sua formazione in Francia, delle sue ricerche in Sud America e della sua vita in Italia. In parallelo ad emergere è anche l’esigenza di affermare e rivendicare la sua identità plurale in continuo movimento, partendo dalla riscoperta della memoria fino a toccare il confronto ed il dialogo tra culture, lingue e sonorità differenti. Spaziando da brani autografi a riletture di classici della canzone d’autore mondiale, il disco si caratterizza per l’elegante tecnica chitarristica, unita ad un raffinato approccio interpretativo che ci consente di apprezzare tutta l’intensità e la forza evocatrice della sua voce. Aperto da “Los Hermanos” di Atahualpa Ypanqui, un canto contro i regimi totalitari che caratterizzavano il Sud America negli anni Sessanta, il disco ci conduce poi in Italia con la tarantella “Cos’è” nel cui testo si mescolano francese ed italiano. Lo strumentale “Haschich” ci introduce prima alla splendida “ Sonnet VIII”, un sonetto di Louise Labè, poetessa francese del Cinquecento, e poi alla gustosa rilettura di “Pauvre Martin” di George Brassens. Se “La Memoria” di Leòn Gieco è un inno alla necessità di conservare la memoria collettiva, la successiva “J’Te Vurria Vasà” è un omaggio alla tradizione musicale partenopea, tanto amata dalla cantautrice francese. “Brace”, nata dalla collaborazione con Piero Brega, ci conduce verso il finale in cui incontriamo l’autografa “L’Amour”, l’intensa versione di “Alfonsina y el mar” di Felix Luna e Arìel Ramirez, e lo spooken word “Aurunca”, in cui Sylvie Genovese racconta la storia della sua amata nonna emigrata in Francia. “Corde Migranti” è, dunque, un disco di rara bellezza ed intensità nel quale covinvono le tante anime della poliedrica e ricchissima personalità artistica di Sylvie Genovese.


Salvatore Esposito

The Gloaming – 2 (Real World, 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Quando si crea una coalizione di virtuosi non è detto che tutto fili sempre alla perfezione: con The Gloaming questo pericolo non si corre. Il quintetto di maestri irlandesi-americani – Iarla Ó Lionáird, Martin Hayes, Dennis Cahill, Caoimhin Ó Raghallaigh e Thomas Bartlett – che aveva sbancato pubblico e critica con l’album d’esordio, si ripresenta con un secondo capitolo, prodotto dopo due anni di studio e di verifica empirica sul palco. Perciò non siamo di fronte al sequel del precedente disco del 2014, ma a un lavoro ancora più corente e compatto, che marca l’integrazione assoluta dei musicisti. I tratti salienti di quest’opera superlativa? Eleganza, formidabile resa acustica (dopotutto, siamo negli studi della Real World), espressività, inventiva e tecnica sopraffina. Basta? Nelle dodici puntate di questo disco, The Gloaming rimodellano la materia (la musica tradizionale irlandese) disegnando un panorama sonoro che innesta con naturalezza elementi jazz e classici, sfumature post-rock, minimaliste ed ambient. Prendete l’iniziale “The Pilgrim’s Song”, con il piano di Bartlett e la voce di Iarla (interpreta due liriche di Seán Ó Riordáin, “Oilithreacht Fám Anam” e “A Shean Fhilí Múinídh Dom Glao”) che procedono fino a incontrare l’hardanger-viola d’amore di Caoimhin, poi l’ingresso di Martin Hayes fa decollare la composizione, mentre i tasti bianchi e neri assecondano il violino danzante: con un’apertura come questa, come si fa a non parlare di capolavoro? I sette minuti di “Fáinleog” si elevano per l’abilità dei cinque di costruire una magistrale relazione strumentale. 
Superbo, poi, l’incrociare di archetti in “The Hare”. Tocchi delicati della chitarra di Cahill – uno dei grandi innovatori della sei corde – fanno da incipit a “Oisín’s Song”, dove il canto di Ó Lionáird transita con naturalezza dai registri gravi a quelli acuti e il piano di Bartlett ordisce il tessuto sonoro con efficace maestria, aprendo la strada al violino di Martin. Poi l’esplorazione procede con libertà espressiva, mai ridondante, sempre coinvolgente. Ancora i due violinisti si propongono nel pieno della loro azione nello strumentale “The Bouley House”. Il successivo brano è un jig molto familiare, ”Repeal The Union”: qui il piano si pone perfettamente nel ruolo di accompagnamento degli strumenti melodici. Bartlett sa cogliere tutte le sfumature espressive nel sostenere la voce gaelica di Iarla, che presenta la celebre “Casadh an tSúgáin”, tratta dal repertorio della sua prozia, la grande cantatrice Bess Cronin, che stregò anche Lomax. Il pianismo minimalista sulla scozzese "The Rolling Wave” esalta l’esplorazione melodica di hardanger (Ó Raghallaigh) e violino (Hayes). Il lilting di “Cucanandy” dialoga ancora Bartlett, il cui pianismo accentua l’atmosfera sospesa del brano, prima che il violino si pronunci esprimendo tutta la sua carica melodica. In “Mrs Dwyer’s Hornpipe”, il pianoforte del newyorkese porta l’andatura combinandosi la melodia principale, affidata alle variazioni del violino e agli inserti creativi dell’hardanger. La transizione alla seconda sezione è contrassegnata da accordi del piano, poi il tempo di reel si fa portatore di sequenze dall’organizzazione più complessa e maggiormente mosse dal punto di vista dell’organico. Voce e piano congiunti convertono la poesia settecentesca di Aindrias Mac Craith in un’intensa e struggente ballad. A chiudere questo discone i cinque pongono “The Old Favourite”, controllato equilibrio tra stilemi della tradizione, formidabile sapere tecnico unito alla scelta di percorsi inconsueti. 


Ciro De Rosa

Divanhana – Zukva. Sevdah from Bosnia’s heart (Arc Music, 2016)

In origine forma di canto proprio della popolazione musulmana di Bosnia, la sevdah o sevdalinka è diventata in un certo senso un genere nazionale, in quel processo culturale di ‘creazione’ identitaria che ha prodotto la frantumazione della Jugoslavia e ha portato, con le guerre balcaniche di fine Novecento, alla nascita dello stato della Bosnia-Erzegovina. Alla radice della parola c’è forse l’arabo ‘sawda’ (bile nera, responsabile dello spleen, secondo credenze antiche) o ancora il turco ‘sevda’ (che è l’amore passionale, ma anche quello venato di tristezza), termini che rimandano comunque a un mood malinconico. Le sevdalinka si presentano sotto forme diverse di canto e d’accompagnamento; l’uso della voce piena di melismi, il ritmo libero, il rubato, gli elementi microtonali sono il lascito del mondo orientale, mentre l’ambito strumentale, con la presenza di strumenti come fisarmonica, violino e chitarra, che hanno affiancato o sostituito il liuto a manico lungo saz, è riconducibile al portato musicale occidentale. Volendo, forzatamente, sintetizzare, è chiaro che la sevdah è un prodotto sincretico, sedimentatosi nella confluenza tra retaggio multiculturale ottomano (in cui non sono estranei i contributi sefarditi e rom) e mondo europeo, soprattutto di matrice austro-ungarica e slava. Sebbene i temi più comuni abbiano da sempre riguardato l’amore romantico, con tanto di abbandoni e struggimenti e testi pieni di simboli e metafore, molte sevdalinka celebrano luoghi e personaggi. Non ripercorreremo in questa sede tutte le trasformazioni in termini vocali, di armonizzazione e di arrangiamenti cui è andata incontro questa forma urbana che nell’arco del Novecento è molto cambiata, anche per l’influenza dei media (specialmente la radio nella seconda metà del XX secolo). Solo per fare un esempio, si pensi all’ostracismo modernista nei confronti dell’accompagnamento con il saz (circoscritto ai programmi di musica tradizionale) e il cambiamento di orientamento indotto dalla metà degli anni Novanta dal fervore identitario, quando la sevdah suonata con il liuto di origine turca ritrova una piena collocazione nella programmazione della radio nazionale. È del 2008, poi, la ristrutturazione a Sarajevo di un edificio, denominato Art Kući Sevdaha, tempio musicale che ospita documentazione su questo genere urbano. Con il tramonto dello storico ensemble Mostar Sevdah Reunion (anch’esso frutto di dinamiche globale-locale), nuovi talenti innovatori si sono affacciati: pensiamo ad Amira Medunjanin o a Damir Imamović, entrambi di Sarajevo. Anche loro originari della capitale bosniaca, i Divanhana, formatisi all’Accademia Musicale, si sono messi insieme nel 2009. Non siamo di fronte alla spudorata, piratesca macchina sonora dei Dubioza Kolektiv, che spopola di recente nell’asfittico mondo rock occidentale, ma ad un ensemble più raffinato, ad ogni modo una band che sa il fatto suo. Il sestetto base ruota intorno a Leila Ćatić (voce), Neven Tunjić (piano e direzione artistica), Nedžad Mušović (fisarmonica), Azur Imamović (basso), Rifet Čamdžić (batteria), Irfan Tahirović (percussioni), il supporto di Borjan Milošević, produttore e fonico responsabile degli effetti sonori, e con la collaborazione di violini, chitarre, fiati (“Zvjezda Tjera Mjeseca”) e un’orchestrina di tamburitza, che interviene nei tradizionali “Ciganka Sam Mala” e “Pijanica, Bekrija”. Già visti in Italia in tour, i Divanhana hanno inciso da poco il terzo album, realizzato prima da Belgrade Multimedia Music, per il mercato dell’ex-Jugoslavia, e ora pubblicato da ARC Music per quello internazionale. Il titolo “Zukva” fa riferimento a una mela aspra (una specie in pericolo di estinzione – ci dicono le note del booklet – che cresce nella Bosnia orientale, in prossimità del confine con il Montenegro), albero dalle radici forti e che dà piccoli frutti. Una pianta che non si trapianta, ma s’innesta facilmente, dando vita a frutti più resistenti. Ecco che la ‘zukva’ diviene metafora per un’espressione che si combina agevolmente con altre forme musicali. Quindi, i Divanhana propendono per una sevdalinka che ingloba arrangiamenti moderni, pur conservando il suo pathos, con le voci che conducono il brano a partire da quella principale di Leila, vocalist dall’emissione dolce, timbro eccellente e versatile. La band fa convivere i tratti stilistici propri del genere con la sensibilità jazz e pop (“Sejdefu Majka Buđaše”, “Zapjevala Sojka Ptica”). Il disco si disvela all’ascoltatore con la vigorosa combinazione “Oj Safete, Sajo, Sarajlijo” e “Da sam ptica”, mentre l’inventiva negli arrangiamenti primeggia in “Zašto Si Me Majko Rodila” e “Otkako Je Banja Luka Postala”. Mette in moto vibrazioni interiori il canto di Leila assecondato da due fisarmoniche (basso e baritono) in “Emina”. Grande appeal. 


Ciro De Rosa

Simone Carotenuto & i Tammorrari del Vesuvio – Vient ‘e Tammurriata (iCompany, 2015)

Cantante dalla voce intensa e sanguigna, Simone Carotenuto è un artista dalle radici ben piantate nella tradizione campana, non solo per averla appresa dalla viva voce del padre Aniello, ultimo carrettiere di Marra, zona rurale al confine tra l'agro nocerino sarnese e le pendici del Vesuvi, ma anche per aver raccolto il testimone di anziani cantori come Zi’ Giannino del Sorbo a Zi’ Tore ‘o brutto di Pimonte. La ricerca continua sul campo unita alla sua formazione musicale gli hanno consentito non solo di collaborare con artisti come Enzo Avitabile, Marcello Colasurbo, Carlo Faiello e Nando Citarella, ma anche di dar vita ai Tammorrari del Vesuvo, large ensemble che lo affianca dal vivo ed in studio da alcuni anni. Insieme al suo gruppo, il cantante campano ha dato alle stampe diversi album tra cui ricordiamo “Aizamm ‘sta Tammorra”, “Gentes” e il doppio dal vivo “Live”, attraverso i quali partendo dalla tradizione campana ha pian piano allargato lo sguardo verso i suoni e i ritmi di tutto il bacino del Mediterraneo. In parallelo molto intensa è stata anche la sua attività dal vivo che lo ha condotto ad esibirsi in Italia come all’estero, segnalandosi al grande pubblico come uno degli interpreti più appassionati delle “Frone”, canto tradizionale campano sul tamburo. A due anni di distanza da “Live”, Simone Carotenuto e i Tammorrari del Vesuvio tornano con un nuovo album “Vient ‘e Tammurriata”, nel quale hanno raccolto tredici brani, per lo più tradizionali, che compendiano il loro percorso artico con l’aggiunta di due inediti. Si tratta di una bella antologia il cui pregio è quello di racchiudere il senso profondo dell’approccio alla musica tradizionale del cantante campano, il quale a riguardo scrive nella presentazione: “La tradizione non è mai stata un complesso di cose ferme nel tempo. La tradizione si è sempre attualizzata di volta in volta, di generazione in generazione. In questo nuovo progetto discografico la musica è il fuoco centrale, dalle forme più tradizionali a quelle più elaborate, dalla semplicità contadina alla contaminazione globale. Il nostro viaggio musicale insieme parte dalla tradizione campana per arrivare a sonorità internazionali. Un viaggio umile e ambizioso allo stesso tempo, attraverso il quale abbiamo voluto allargare il cerchio, unendo più forze, più gente. La tradizione non si è persa, semplicemente si sta evolvendo, contaminandosi”. Facendo dialogare ritmi e sonorità differenti, sperimentando e reinventando Simone Carotenuto ha persegue l’obbiettivo di dare nuova linfa alla tradizione, diventandone lui stesso parte integrante, e tutto ciò emerge pienamente ripercorrendo i passi della vicenda artistica del gruppo dalla bella versione del tradizionale “Alli Uno” alle rielaborazioni di musiche antiche come nel caso di “Mattacino & Tarantella del ‘600” passando per le composizioni originali come “Aizamm ‘sta tammorra” e la title track, fino a giungere alle intense riletture di “Tammurriata dell’Agro Nocerino Sarnese”, e “Tarantella del Gargano” e del repertorio devozionale con “Tammurriata per Montevergine” e “Tammurriata alla Madonna dei Bagni”. A completare il tutto i due inediti “Tammurriata Balcanica” e “Tammurriata Contaminata”, nelle quali Carotenuto disegna gli itinerari da compiere nel prossimo futuro con il suo ensemble, tra suoni balcanici e contaminazioni inaspettate. 


Salvatore Esposito

Simone Sorini - Ritus Orphaeos. Il cantore a liuto nella storia, dal Medioevo all'epoca d'oro (La Poliedrica, 2015)

Simone Sorini ci introduce, con un'inusuale maestria e una piacevole competenza, in uno scorcio della storia musicale e culturale antica. Il suo album "Ritus Orphaeos. Il cantore a liuto nella storia, dal Medioevo all'epoca d'oro", come ci suggerisce analiticamente fin dalla dicitura che accompagna il titolo, ha lo scopo di scoprire uno scenario sconosciuto ai più. Uno scenario legato a uno strumento e alla categoria a cui questo (il liuto) appartiene, alle produzioni musicali di un periodo storico a cavallo del rinascimento e, in particolare, a una pratica e una figura particolari - appunto il "cantore a liuto" - che, dentro un rimbalzo di riflessi inaspettati, ci informa su processi culturali di cui generalmente si conoscono solo gli elementi storicamente più diffusi. Il modo migliore per organizzare questa messe di informazioni credo sia proprio quello adottato da Sorini. Vale a dire, una selezione di composizioni dentro cui trovano spazio nomi di autori più "popolari" a livello internazionale (leggi Petrarca, dal cui Canzoniere sono musicate "Vergine bella" e "Chiare, fresche, dolci acque", Boccaccio, Michelangelo con "Com'haro' dunque ardire", tratto da "Le Rime", Leonardo da Vinci e Bramante), un repertorio che, al di là degli aspetti più strettamente tecnico-esecutivi, rimanda ad alcune aree particolarmente significative per la produzione musicale e poetica nel nostro paese (e non solo: Venezia, Napoli, la Toscana, Madrid, la Catalogna). E, infine, l'attenzione "propedeutica" che l'autore ripone nei confronti del contesto di riferimento. Che va inteso in due modi. Prima di tutto in termini più generali e tradizionali: il periodo storico di cui si tratta, le caratteristiche che ne definiscono il profilo sul piano sociale e culturale, i personaggi e le correnti artistiche più determinanti o influenti. Poi in termini più specifici, sopratutto in relazione alla "cultura" tecnica intesa come insieme di pratiche e rielaborazioni, dentro cui trovano spazio le presentazioni e le riflessioni sul liuto e sui cordofoni a questo affini: guitarra morisca, guinterna, citola, grande liuto non tastato, piccolo liuto tastato a quattro cori, liuto a cinque cori (per quanto riguarda il repertorio medievale, che abbraccia le prime otto composizioni in scaletta), liuto a undici corde rinascimentale, cetra rinascimentale e liuto a cinque cori (utilizzati nelle esecuzioni rinascimentali, vale a dire nelle restanti otto tracce dell'album). In questo senso il libretto allegato all'album è un piccolo trattato di storia della musica e degli strumenti in questione, organizzato in modo tale da non tralasciare nessuna delle informazioni necessarie a contestualizzare - secondo i modi che ho schematicamente descritto - le musiche proposte. Alla fine della lettura delle note non ci resta che godere della musica, che si sviluppa senza ridondanze né sbavature. Anzi è organizzata con estrema coerenza, sia sul piano esecutivo che strutturale. Ce lo dimostra la varietà dentro la sintesi, cioè l'alternanza timbrica e strumentale (come abbiamo visto), che definisce un ambito sonoro sempre efficace e differenziato. In questo quadro ancora una volta la fase più progettuale si presenta come determinante. Sopratutto perché incorpora la visione che ha definito, nella coerenza di cui sopra, il carattere e l'andamento generale di "Ritus Orphaeos". Sul quale, in chiusura, è lo stesso esecutore e interprete a ragguagliarci, ancora una volta guidando l'ascoltatore dentro un percorso complesso ma molto comprensibile: "riguardo l'esecuzione strumentale ho considerato avulsa da questo progetto ogni tipo di ridondanza virtuosistica: per il cantore al liuto lo strumento è un supporto della voce, mai ed in nessun caso prevale su di essa". L'interpretazione vocale invece "è suggerita in tutti i casi dalle melodie stesse, ma è generalmente improntata alla massima dolcezza del suono" e "alla intelligibilità del testo letterario".  


Daniele Cestellini

Sacra Terra. 1a Rassegna di Musica Sacra, Benevento, 12 - 27 Marzo 2016

Dal 12 al 27 marzo si è svolta a Benevento la prima edizione della rassegna musicale “Sacra Terra”, articolata in cinque appuntamenti. Non ci sarebbe potuta essere cornice piū adatta della splendida chiesa longobarda di Santa Sofia - realizzata nell' VIII secolo d.C. sotto il ducato di Arechi-, dalla singolare struttura architettonica a pianta circolare, riconosciuta patrimonio UNESCO nel 2011 insieme all'attiguo chiostro, per ospitare tutti i cinque eventi In effetti, i Longobardi, che hanno dominato il Sannio tra alterne vicende a partire dal VI fino all'XI secolo, sono, in parte, ispiratori di “Sacra Terra”. La manifestazione, iniziata con il concerto del coro di Santa Cecilia dell'Arcidiocesi di Benevento il 12 marzo, proseguita il 13 con il “Concerto quasi in preghiera” per solo piano di Girolamo De Simone, il 19 con la formazione sarda Mialinu Pira in “Il tenores di Bitti” con la polifonia riconosciuta dall'UNESCO patrimonio intangibile dell'umanità, il 20 con Faraualla & Calixtinus Ensemble, si è conclusa la sera di Pasqua con la chiesa gremita di pubblico per una prima assoluta con Maria Nazionale ed Erasmo Petringa in “Contadini e santi”, che hanno riproposto il repertorio della devozione popolare oggetto della ricerca di Elisabetta Landi che, in collaborazione con il Maestro Petringa, ha anche dato vita all'omonimo CD.
L’avvio dell'interessante manifestazione è stato dato dal coro di Santa Cecilia dell’Arcidiocesi di Benevento che ha presentato un ampio repertorio di frammenti di canto beneventano, musica liturgica nata nella Longobardia minor nell’VIII secolo, precedentemente al canto gregoriano che lo ha poi soppiantato. Il coro, diretto da Monsignor Lupo Ciaglia, vanta una lunga esperienza di concerti in Italia e all’estero e lavora a stretto contatto con Thomas Forrest Kelly, studioso dell'università di Harvard considerato il massimo esperto in canto beneventano; ha proposto all’ascolto antifone ai Santi e frammenti dalla Messa della Domenica delle Palme, del Venerdì santo, della veglia pasquale. La suggestiva esecuzione dei brani è stata inframmezzata dagli interventi di don Mario Iadanza, che ha illustrato aspetti storici e musicali del canto beneventano, rendendo partecipi dell’ascolto gli spettatori presenti. Il 13 marzo è stato proposto il concerto del pianista, compositore e performer Girolamo De Simone, esponente di musica contemporanea di frontiera. La musica di De Simone, raffinata, sensibile, spirituale, è ricca di raccordi tra Oriente e Occidente. Il concerto, introdotto dall’amico musicista Max Fuschetto, ha presentato brani in cui si fondono temi di frammenti vocali arcaici e nuove composizioni. Tra le fonti di ispirazione del pianista napoletano, canti dell'antichità, antifone del canto gregoriano, musiche arcaiche vesuviane e beneventane, melodie armene e persiane.
De Simone ha suonato in un continuum senza interruzione per oltre un'ora, affrontando un repertorio ampio, toccante e fortemente evocativo partendo dall'Inno di Giovanni, brano ispirato all'Inno liturgico utilizzato da Guido D'Arezzo per dar nome alle note dell'esacordo. A seguire, rivisitazioni di salmi e di canto beneventano, composizioni ispirate ad antichi inni siriani, a frammenti di compositori e di riti processionali vesuviani; ancora improvvisazioni, ibridazioni di temi liturgici, di melodie armene e di temi della musica di tradizione campana. Il successivo concerto al quale abbiamo potuto partecipare, è stato quello di Faraualla & Calixtinus Ensemble, il 20 marzo, che hanno proposto "Miragre!" Le cantigas de Santa Maria nell'Adriatico di Bisanzio, un repertorio tratto da un eccezionale corpus di musica e poesia del XIII secolo costituito da quattrocento cantigas. Composto in gallego-portoghese alla corte di Alfonso X, che ospitò eruditi, studiosi, artisti provenienti da paesi diversi, è un esempio di integrazione culturale nel quale la musica cristiana si stratifica su quella andalusa. L'originale repertorio presentato, costuito da sette cantigas di miracoli nella forma musicale del virelai e da una cantiga di lode finale, è stato eseguito con strumenti antichi e strumenti orientali quali viella, piva, nay, gaita, oud, robab e da un ricco insieme di percussioni tra le quali il daff e il darabouka. 
Ogni cantiga si apre con un preludio strumentale composto ispirandosi a musiche del Mediterraneo, richiamando anche l'unico brano strumentale eseguito, di musica arabo-andalusa di origine marocchina. L'incanto delle voci agili, espressive e sicure delle Faraualla (seppur in versione ridotta a tre, a causa della faringite di una delle cantanti) e le preziose esecuzioni dei cinque strumentisti del Calixtinus ensemble hanno regalato un'esibizione traboccante di suggestioni. "Sacra Terra", realizzata grazie al Piano di Azione e Coesione gestito dall’Assessorato ai Beni Culturali della Provincia di Benevento, nelle parole del curatore Maurizio Soreca, dopo il successo di questa prima edizione ambisce ad assumere un livello più ampio che coinvolga tutta la provincia di Benevento nei diversi aspetti della sacralità, individuando per il futuro possibili location meritevoli tra Pietrelcina patria di San Pio, Guardia Sanframondi con i suoi arcaici riti settennali di flagellazione e Cerreto Sannita, sede arcivescovile.


Carla Visca
Foto di Carla Visca

Close To… Gente di Talos, diretto da Giuseppe Magrone, Magrone Produzioni 2015

Riscoprire la tradizione musicale delle bande, esplorarne le evoluzioni e le sue declinazioni nella ricerca jazz con l’obbiettivo di riaccendere i riflettori sulla centralità culturale dell’Italia Meridionale ed in particolare della Puglia, è questo questo l’obbiettivo che Pino Minafra persegue da anni con coraggio, passione e dedizione organizzando il Talos Festival, rassegna ideata e diretta dallo stesso compositore e trombettista pugliese, e che si tiene annualmente a Ruvo di Puglia (Ba). Diventato un vero e proprio avamposto di resistenza culturale, questo festival si è segnalato come una delle realtà più originali ed interessanti della nostra penisola, non solo per il profilo internazionale della sua programmazione, ma anche per l’esemplare valorizzazione delle eccellenze del territorio tanto dal punto di vista musicale, quanto da quello prettamente culturale. Il Talos Festival non è però una semplice cartellone di eventi, ma piuttosto è una forza motrice che, attraverso la musica, coinvolge non solo gli appassionati ma anche l’intera comunità di Ruvo di Puglia, dando vita ad un interscambio generazionale continuo con artisti di calibro internazionale. A cogliere l’essenza di questa rassegna è il documentario “Close To.. Gente di Talos”, del regista ruvese Giuseppe Magrone, realizzato nel corso dell’edizione 2014 e presentato ufficialmente lo scorso mercoledì 30 marzo presso la Mediateca Regionale Pugliese di Bari. Partendo dal filo conduttore che sintetizza lo spirito del festival, ovvero “la melodia, la ricerca e la follia”, il docu-film offre una riflessione profonda sull’importanza della tradizione musicale delle bande per la cultura meridionale e i suoi riflessi nel cinema con le colonne sonore di Nino Rota, per giungere al jazz che sposta sempre più avanti il confine della sperimentazione. 
La pellicola mira a far emergere la visione socio-culturale, politica ed artistica che è alla base di questa rassegna, ed in parallelo pone in rilievo il lavoro, gli sforzi, le mani, i volti, le emozioni e le storie degli organizzatori e dei tanti giovani che concorrono alla sua realizzazione, cogliendone il dietro le quinte, proprio come quel momento esatto in cui il trombettista prende fiato prima di suonare. Cuore pulsante del documentario sono le interviste, le testimonianze e le riflessioni di musicisti come gli straordinari batteristi Louis Moholo – Moholo e Han Bannink, il pianista Keith Tippett e la moglie Julie, i sassofonisti Carlo Actis Dato e Roberto Ottaviano, di Pino Minafra anima grande della rassegna, di giornalisti come Gianluca Diana, Vincenzo Fugaldi, Amedeo Furfaro, Corrado Beldì, e Gerry Koster, ma anche di addetti ai lavori come la leggendaria Hazel Miller, fondatrice della Ogun Records, e della fotografa Francesca Patella, i quali contribuiscono ad un racconto corale appassionante, il tutto sapientemente intercalato dalle immagini delle performance sul palco e quelle frenetiche del backstage con i tanti giovani che questo festival lo vivono in prima persona, collaborando alal sua realizzazione. “Close To… Gente di Talos” è, dunque, un istantanea perfetta di un festival unico nel suo genere, colta attraverso uno stile diretto e vitale, non documentaristico, ma piuttosto volto a far emergere il cuore e l’anima di questa incredibile realtà musicale. 


Salvatore Esposito

Eleonora Bagarotti, 4EVER. John, Paul, George, Ringo, Vololibero Edizioni 2016, pp.320, Euro 20,00

La leggendaria parabola artistica dei Beatles e le successive vicende dei Fab Four, come solisti, sono state analizzate ormai in ogni dettaglio, con gli scaffali delle nostre librerie che abbondano di volumi biografici e di approfondimento, come l’illuminante “The Beatles. Opera completa” di Ian MacDonald nel quale viene analizzato attraverso dettagli tecnici, curiosità ed aneddoti ogni album canzone per canzone, o gli imperdibili volumi fotografici di Linda McCartney e Ringo Starr. Tuttavia, anche se raramente, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire soprattutto per gli appassionati più attenti, e nel costante florilegio di pubblicazioni beatlesiane ci piace segnalare uno dei più recenti, “4Ever. John, Paul, George, Ringo” di Eleonora Bagarotti, edito dai tipi di Vololibero, nel quale sono racchiuse diverse sorprese interessanti. Aperto dalla prefazione di Rolando Giambelli, Presidente dei Beatlesiani d’Italia Associati, il volume prende in esame ognuno dei Fab Four in quattro capitoli separati, raccontando la loro personale vicenda artistica attraverso curiosità, aneddoti ed interviste inedite realizzate dalla stessa autrice con Paul McCartney e Ringo Starr, con l’aggiunta di una analisi approfondita delle rispettive discografie come soliste. Ad arricchire il tutto sono gli interventi di chi è stato al loro fianco come Yoko Ono o il grande George Martin recentemente scomparso, oltre ovviamente a testimonianze di amici, colleghi e groupie che ruotavano intorno all’entourage, l’analisi di dettagli tecnici spesso sottovalutati come il drumming di Ringo Starr, ed una preziosa raccolta fi memorabilia originali della band di Liverpool corredate da note esplicative. “4 Ever” ha il pregio di fornire una inedita ricostruzione destrutturata dell’avventura artistica dei Beatles, e la passione con la quale la Bagarotti ha approcciato la sua scrittura rende la lettura particolarmente coinvolgente con il suo stile affabulatorio a caratterizzare il susseguirsi delle varie pagine. Adatto tanto ai neofiti alla ricerca di informazioni sulla storia dei Beatles, quanto degli appassionati più navigati, questo volume è certamente tra le opere italiane più interessanti mai realizzate sui Fab Four. 

Salvatore Esposito

Luca Olivieri - La Saggezza delle Nuvole (AG Productions, 2015)

Pianista, arrangiatore e compositore dalla solida formazione musicale, Luca Olivieri vanta un intenso percorso artistico speso tra la composizione di musiche per il teatro, il cinema e la sonorizzazioni di film dell’epoca del muto, nonché la produzione di due album come solista “Trigenta” del 1996 e “La Quarta Dimensione” del 2008. A sette anni di distanza da quest’ultimo è arrivato, alla fine dello scorso anno, “La Saggezza delle Nuvole”, disco che raccoglie nove composizioni originali, frutto di due anni di registrazioni in diversi studi italiani, alla cui realizzazione hanno collaborato numerosi ospiti come Caroline Lavelle (violoncello), Saro Cosentino (chitarra elettrica), Cesare Malfatti (chitarra elettrica, chitarra acustica), Nicola Alesini (sassofono soprano), Giorgio Li Calzi (tromba, tromba con harmonizer), Fabrizio Barale (chitarra elettrica, chitarra reverse), Luca Serrapiglio (clarinetto basso, sassofono baritono, sassofono tenore, sassofono soprano), Marcello crocco (flauto traverso, flauto basso), Andrea Cavalieri (basso elettrico), Diego Pangolino (percussioni), Federica Baldizzone: (violino elettrico), Roberto Lazzarino (chitarra elettrica) e le voci di Andrea Chimenti e Romina Salvadori. Sebbene registrato in momenti differenti, l’album trova il suo filo conduttore nella scrittura e negli arrangiamenti di Olivieri, il quale è riuscito non solo a mettere in luce il suo lavoro di compositivo e di ricerca sonora, ma anche a fornire la preziosa occasione per scoprire le immense potenzialità poetiche della musica. L’ascolto svela tutta la potenza evocativa delle composizioni di Olivieri, che nel loro insieme tracciano un itinerario sonoro nel quale vengono tracciati sentieri inesplorati che aprono all’introspezione interiore. Dividendosi tra tastiere, wurlitzer, korg ms 20, programmazioni, glockenspiel, melodica, celesta, toy piano, e percussioni, Luca Olivieri compone un soundscape ricco di suggestioni sonore nel quale si mescolano ambient, minimalismo, jazz, ed elettronica. Brillano, così, brani come l’iniziale “Endless life”, le sperimentazioni di “Orizzonte verticale”, in cui spicca il sax di Luca Serapiglio e la voce di Andrea Chimenti e che rimanda ora al Battiato degli anni Settanta ora ai Tuxedomoon, quel gioiello di rara bellezza che è “Apprendista Funambolo”, ma soprattutto "Varuna", impreziosita dal violoncello di Caroline Lavelle, e “Playing With Colours”, vertice del disco, nella quale dialogano la chitarra di Saro Cosentino e il sax di Nicola Alesini. “La Saggezza delle Nuvole” è, dunque, un disco pregevole che non mancherà di regalare grandi emozioni a quanti vi dedicheranno la loro attenzione.  


Salvatore Esposito

sabato 26 marzo 2016

Numero 248 del 26 Marzo 2016

Blogfoolk è con voi anche a Pasqua con un numero ricchissimo. Apriamo le danze con la cover story, questa settimana dedicata ad un cantautore di grande talento come Massimiliano Larocca, il quale recentemente ha pubblicato “Un Mistero Di Sogni Avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana”, nel quale ha musicato alcune poesie di Dino Campana. Abbiamo incontrato il muscista fiorentino, che ci parla di questo interessante progetto artistico, che lo vede affiancato da Riccardo Tesi, Sacri Cuori, Cesare Basile e Hugo Race. Proseguiamo il nostro viaggio in Italia con “Il Tempo e La Voce” dei siciliani Giuseppe Di Bella ed Enrico Coppola, i quali hanno unito le forze per un album dedicato alla poesia della Scuola Siciliana. Ci spostiamo in Veneto per presentarvi il duo bal-folk Folk Fiction e il loro nuovo album “Avant Trad”. Torniamo a Sud, in Puglia, per il disco di debutto omonimo dei Kërkim, per poi abbandonarci al blues made in Italy a cinque stelle di Paolo Bonfanti e del suo nuovo live “Back Home Alive”. Ampio spazio lo dedichiamo poi al forum-festival marsigliese delle musiche del mondo Babel Med Music, di cui siamo stati media partner, e a cui abbiamo dedicato un lungo speciale. Ritorna la rubrica Memoria con Paolo Mercurio, che ci porta alla scoperta di Andreas Fridolin Weis Bentzon, antropologo danese che dedicò la sua vita allo studio delle launeddas. Dalla nostra biblioteca abbiamo selezionato il volume curato da Franco Segre, “Musiche della Tradizione Ebraica in Piemonte. Le Registrazioni di Leo Levi (1954)”. In chiusura il consueto spazio dedicato al jazz con il farmacista-crooner Maurizio Petrelli e il suo “Amori e altre storie. Divagazioni di un alchimista”. In conclusione, non possiamo non ricordare due personaggi geniali del teatro italiano: Dario Fo, per i novant'anni compiuti qualche giorno fa e portati meravigliosamente, ed il grande Paolo Poli, scomparso ieri, dopo una lunga e luminosa carriera spesa sul palcoscenico. 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
MEMORIA
LETTURE
SUONI JAZZ


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Massimiliano Larocca – Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana (Brutture Moderne/Audioglobe, 2016)

Cantautore fiorentino dalle radici ben salde nella canzone d’autore italiana, come nella roots music americana, Massimilano Larocca, disco dopo disco, si è via via liberato dei riferimenti musicali d’oltreoceano, per far ritorno a casa con “Un mistero di sogni avverato”, quinto album in carriera che lo vede rileggere in forma canzone le liriche visionarie di Dino Campana, con la complicità di Riccardo Tesi, Sacri Cuori, Cesare Basile, Hugo Race e Nada. Abbiamo intervistato Larocca per farci raccontare la genesi di questo progetto, nato nel 2001 in occasione del suo debutto discografico, soffermandoci sulla scrittura delle musiche e le fasi di arrangiamento e registrazione del lavoro.

Quasi quindici anni fa debuttavi con il tuo disco dedicato a Dino Campana. Un progetto già allora, in nuce, di grande pregio, ma che consideravi solo un esperimento il cui ascolto era riservato a pochi amici. Com'è nata lo scorso anno l'idea di riprenderlo in mano e registralo di nuovo?
Non considero quello il mio primo disco, bensì il mio primo approccio alle registrazioni. Era solo un piccolo EP su quattro piste dove cercai di fissare le prime versioni di quei brani tratti dai “Canti Orfici”, in un modo ancora molto amatoriale. Col tempo per fortuna io sono poi migliorato tecnicamente e musicalmente, è il mio amore per Campana che è rimasto immutato. Nel 2014 invece è arrivato il centenario della prima pubblicazione dei “Canti Orfici”. Lì ho sentito il primo squillo, ma è stato solo quando ho avuto chiara in testa la "storia" che volevo costruire attorno a questo gruppo di canzoni che mi sono deciso a dare forma compiuta ad un progetto che era rimasto congelato per tanti anni.

Questo progetto è stato un continuo Work in progress anche dal vivo avendo tu spesso portato in scena un recital dedicato a Dino Campana. Come sono cresciute queste canzoni negli anni?
Le ho sempre tenute in tasca, proponendole spesso dal vivo. E anzi una di queste, "La petite promenade du poete", la inclusi anche nel mio secondo album "La breve estate" del 2008. Ma quello che mancava era un progetto organico, la cornice giusta da costruire su questo lavoro, che non è certamente mai stato una semplice collezione di buone canzoni. Credo che un progetto così particolare, che implicava prendere in mano le parole e il sangue di una personalità complessa come quella di Campana, necessitasse di una fase embrionale così lunga e sofferta. Quando le porte si sono aperte, poi, il disco è venuto di getto, forse perché covato in tutto questo tempo. 

Cosa ti ha affascinato della poesia di Campana?
Il mio primo approccio fu molto naif se vogliamo. Ancora adolescente, imbevuto del mito dei poeti maudit e delle rockstar decadenti, venni a sapere di un poeta mio conterraneo dalle vicende intense e tormentate.  Lessi per la prima volta i Canti Orfici a 17 anni, e non ci capii molto. Ma mi arrivò la scossa, l'elettricità che è propria della poesia campaniana. Col tempo la mia conoscenza e il mio approfondimento della sua opera si sono ovviamente estesi. E ho capito che quella di Campana è un'esperienza poetica con pochi uguali in Italia, perchè parte dal romanticismo e dal simbolismo, che appartenevano all'epoca appena antecendente la sua, attraversa il futurismo e le avanguardie del primo Novecento, e infine le supera, gettandosi nel contemporaneo, vista la sua attualità. Non so quanti poeti nostrani abbraccino un arco temporale così ampio, e soprattutto così internazionalmente riconosciuto e riconoscibile.

Dal punto di vista compositivo come hai approcciato la scrittura musicale dei brani? Quanto hai "tradito" i testi originali?
La mia soglia di tradimento delle poesie dei Canti Orfici è esattamente pari a zero.  Dato che i testi vengono cantati esattamente per come sono leggibili sulla pagina. Certamente non li ho traditi a livello testuale. Si potrà dire che posso averli traditi a livello musicale, ma qui ovviamente si entra nel campo del gusto o, ancor di più, delle sensibilità. E trovo assolutamente legittimo che ognuno "senta" Campana a modo suo. Ognuno ha il "suo" Campana, e non credo di aver potuto accontentare tutti. Certamente ho accontentato me e il mio amore per lui.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrai in fase di scrittura musicale dei brani?
Non ricordo grandi difficoltà. Fu piuttosto un lavoro seriale e metodico, perchè credo di aver lavorato su moltissime pagine dei Canti Orfici, per poter uscire con le 13 canzoni del disco. Ricordo ancora che le melodie fuoriuscirono molto velocemente, spontaneamente. Ora: io sono uno che crede nella dedizione e nel lavoro artigianale quanto crede al talento e all'intuizione. Però in quel lavoro sulle poesie campaniana è accaduto davvero qualcosa di magico per quanto mi riguarda, perchè tutti i brani nacquero in pochissime settimane. 

Quali sono le identità e le differenze tra il primo disco in embrione e questa nuova versione più matura?
Sono differenze innanzitutto interpretative. Sono maturato come cantante ma soprattutto conosco sempre meglio Campana, che in questi quindici anni ho letto e riletto. Solitamente riprendo in mano i Canti Orfici almeno una volta all'anno. 
Poi ci sono differenze di arrangiamento e armoniche, che sono frutto del lavoro di team fatto con Riccardo Tesi e Sacri Cuori. Resta la scrittura melodica nuda come punto di continuità tra il passato e il presente. Ecco forse già in quel primo lavoro c'era in nuce questo: un certo passo ritmico melodico che ho poi sviluppato come caratterizzante e che adesso sto cercando di abbandonare per trovare nuove strade.

Questo disco rinnova la tua collaborazione con i Sacri Cuori. Quanto è stato importante il loro contributo per la contestualizzazione sonora delle liriche di Campana?
Prima di parlavo della "storia" che ho costruito attorno alle canzoni e a Campana. Ebbene la storia è proprio questa: l'incontro tra Riccardo Tesi e i Sacri Cuori, che è poi l'incontro tra il lirismo toscano e l'anima sanguigna romagnola. Un incontro al confine, come sul confine tra Toscana e Romagna si trova Marradi, paese natale di Campana. Sacri Cuori in questo disco rappresentano quindi l'anima e il corpo del poeta. Considera anche che Antonio Gramentieri vive a Modigliana, che è il paese adiacente a Marradi, ed hai il quadro della cosa. Loro sono una band che amo e stimo moltissimo, che hanno cambiato indubbiamente il mio modo di pensare e suonare la mia musica. Ma in questo disco non sono stato io, come nel precedente, a calarmi nel loro mondo. Qui abbiamo completamente sparigliato le carte, le abbiamo gettate su un tavolo e abbiamo provato a rimettere ordine. Sacri Cuori sono una band che ha una capacità di osmosi senza rivali in Italia, e in questo disco lo hanno dimostrato una volta di più

Nel disco ritrovi anche Riccardo Tesi con il quale hai collaborato spesso nella tua carriera...
Riccardo verrà sempre ricordato per il legame con il suo strumento, l'organetto diatonico. Che ha certamente portato ai confini della realtà, e oltre. Ma per me rimane semplicemente uno dei più grandi melodisti che abbiamo, e non solo in Italia. I temi di organetto che ha composto per questo disco sono autenticamente meravigliosi, e il modo in cui li canta attraverso lo strumento lo è ancora di più.  Il suo percorso di musicista è partito dalla tradizione toscana ed è sfociato nella contemporaneità. In questo ho rivisto il percorso stesso di Campana e della sua poesia.

Al disco partecipano anche Hugo Race, Cesare Basile e Nada. Come sono nate queste collaborazioni?
Innanzitutto: gli ospiti non sono stati utilizzati in quanto tali, ma come tante, diverse voci interiori di Campana stesso. Nessuno dei tre canta, ma bensì leggono, evocano. Galleggiano in una zona che è quasi fuori dalla musica stessa. Le voci della poesia sono molte, altrettante quelle della musa. E Campana deve averne sentite molte. Nello specifico: Hugo Race è un caro amico, ha una voce importante, ha un percorso di totale alterità rispetto alla media dei musicisti della sua e della mia generazione. Con Campana si sposava benissimo e oltretutto lui interpreta Il Russo, un personaggio deviato che Campana conobbe in una delle sue degenze manicomiali. Nada è La voce per eccellenza, per quanto mi riguarda. È una donna tenera e potente, esattamente come la poesia che legge, "La sera di fiera". Ho lavorato con Nada per molti mesi lo scorso anno, in un progetto con e per ragazzi disabili. È stato intenso e duro, e ci ha fatti incontrare su un terreno senza protezioni, a nervi ed emozioni scoperte. Un incontro importante oltre che un piccolo sogno per me, che la stimo incondizionatamente da sempre. Ci è presa così bene che siamo finiti l'uno a lavorare nel disco dell'altro. Anche se io sono quello che ne ha tratto più benefici e più gioia, ovviamente.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento?
Ci sono state tre fasi di lavoro. Nella prima io, Tesi e Gramentieri abbiamo fatto una prima stesura di arrangiamenti. Qui Riccardo ha elaborato molti dei temi portanti dei brani. La seconda fase è stata quella delle registrazioni base del disco, fatte in tre giorni di studio e che ha impegnato me, Tesi, Gramentieri e Sapignoli. È stato tutto molto spontaneo e immediato, lavorando su quel canovaccio. La terza fase è stata quella delle (poche) sovraincisioni, incluso il terzo sacro cuore coinvolto ovvero Checco Giampaoli, oltre agli ospiti.

Quali sono le sfumature liriche della poetica di Campana che hai voluto esaltare e far emergere?
La poesia di Campana vive di grandi furori. Di elettricità. Peraltro "elettricità" è un aggettivo per l'epoca estremamente moderno che nei Canti Orfici ricorre spesso. Sono elettriche le lampade, le lune, le stelle.  C'è questa forte tensione, e anche sospensione, che abbiamo cercato di ricreare in brani come "L'invetriata", "Barche amorrate" o "Genova". Ma c'è anche una intimità e una dolcezza quasi straziante, che non potevamo ignorare. In questo l'organetto ha un ruolo sostanziale ed è davvero la voce lirica del progetto.

Quali sono i brani in cui emerge di più la tua personale visione di Dino Campana?
Non c'è e non ci può essere una visione univoca. La personalità di Campana era complessa come lo fu la sua vicenda biografica. Il nostro volere era restituire questo, e ricreare in qualche forma, mutuandola dalla definizione che Campana stesso dava alla propria lirica, la "Poesia Musicale Europea Colorita".

Concludendo, come saranno i concerti in cui presenterai questo progetto?
Riproporremo tutte le canzoni del disco, integrandole con alcune letture e musiche strumentali originali, con la formazione al completo. Sarà uno spettacolo che non si vedrà spesso, ma lo si vedrà sempre al meglio.


Massimiliano Larocca – Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana (Brutture Moderne/Audioglobe, 2016)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Era il 2001 quando Massimiliano Larocca muoveva i suoi primi passi nel mondo della musica, dando alle stampe il suo Ep di debutto, nel quale rileggeva in musica alcune poesie di Dino Campana. Nonostante fosse registrato solo su un quattro piste, quel disco - per chi come il sottoscritto ha avuto il privilegio di ascoltarlo - lasciava intravedere bene già tutte le sue potenzialità del cantautore fiorentino, che vennero in luce pianamente quattro anni dopo con “Il Ritorno delle Passioni”. Da allora tante cose sono cambiate, di acqua sotto a Ponte Vecchio ne è passata tanta, e Massimilano Larocca ha continuato a girare l’Italia con le sue canzoni e a sfornare un disco migliore dell’altro, fino al più recente “Qualcuno Stanotte” del 2014, inciso con i Sacri Cuori. A distanza di due anni da quest’ultimo, il cantautore fiorentino torna con “Un mistero di sogni avverati. Massimiliano Larocca canta Dino Campana”, album che prosegue il lavoro cominciato nel lontano 2001 e proseguito senza interruzioni sul palco con lo spettacolo omonimo, portato a lungo in giro per l’Italia. Ingiustamente ignorato in vita e rivalutato solo successivamente, Campana con i suoi “Canti Orfici” è considerato oggi uno dei massimi poeti italiani del Novecento, e laddove la sua vicenda biografica è stata oggetto di molti film e spettacoli teatrali, Larocca ha voluto rendergli omaggio, mettendo in luce la musicalità intrinseca delle sue liriche visionarie, tenendo fede alla definizione che lo stesso poeta toscano dava ai suoi testi ovvero “poesia musicale europea colorita”. Conservando integri testi e metriche e lasciandosi ispirare dal ritmo naturale dei versi, il cantautore toscano, vi ha aggiunto i suoi personali colori musicali spaziando dal folk al rock fino a toccare il tango argentino, facendo emergere tutta la potenza evocativa dei versi campaniani. Registrato in presa diretta nell’arco di solo tre giorni a Pistoia, con la produzione di Riccardo Tesi (organetto diatonico e tastiere), il disco vede la partecipazione di diversi strumentisti come i due Sacri Cuori romagnoli Antonio Gramentieri (chitarre elettriche, chitarre acustiche, bass six), e Diego Sapignoli (batteria e percussioni), Francesco Giampaoli (basso elettrico), Daniele Biagini (pianoforte), Gianfilippo Boni (tastiere e sintetizzatore), nonché le voci di Claudio Ascoli e Serenza Benvenuti, nonché gli ospiti speciali Nada, Hugo Race e Cesare Basile. Il risultato è un disco di raro fascino e bellezza, nel quale si incontrano le trame world dell’organetto di Tesi con il rock cinematografico dei Sacri Cuori, il tutto impreziosito dalla intensa ed evocativa voce di Larocca. Il lavoro cominciato da solo dal cantautore toscano, sedimentatosi è maturato naturalmente, evolvendosi in un progetto corale nel quale la musica è fluita in modo spontaneo pervadendo i testi del poeta di Marradi. Aperto dalle atmosfere waitsiane de “La Petite Promenade du Poete”, il disco trova subito il suo vertice con la splendida “Une femme qui passe” nella quale brilla l’intreccio tra l’organetto di Tesi e la chitarra di Gramentieri su cui si innesta la voce di Larocca. Le ruvide atmosfere elettriche di “Batte Botte” ci conducono a quel gioiello che è “Poesia Facile” in cui spicca la partecipazione di Cesare Basile alla voce e alla chitarra. I versi recitati da Nada de “La sera di fiera” fungono da introduzione perfetta per le atmosfere quasi tex mex di “Vi amai nella città dove per sole”, in cui ancora una volta è protagonista l’organetto di Tesi nel cesellare il refrain, a cui segue l’intensa “L’invetriata”. Se “Fantasia su un quadro d’ardegno soffice” è riletta in chiave tanguera, la successiva “Tre giovani fiorentine camminano” si colora di spensierati ritmi caraibici. La voce di Hugo Race che fende la pianistica “Il Russo” ci conduce verso il finale in cui scopriamo il fascino noir de “Le Barche Amorrate”, i versi di “Genova” recitati da Claudio Ascoli e la superba “In un momento” che chiude il disco. “Un mistero di sogni avverati” è, dunque, non solo uno dei dischi cantautorali più interessanti di quest’anno, ma anche il punto più alto della discografia di Massimiliano Larocca.


Salvatore Esposito

Giuseppe Di Bella ed Enrico Coppola – Il Tempo e la voce (Autoprodotto, 2016)

Sviluppatasi a partire dall’ascesa al trono di Sicilia di Guglielmo II d'Altavilla a metà del 1100, e proseguita fino alla metà del 1200, la Scuola Poetica Siciliana, ebbe il suo massimo splendore artistico durante il regno di Federico II di Svevia, presso la cui corte, vennero accolti poeti come Giacomo Da Lentini, Tommaso di Sasso, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese, Rinaldo d’Aquino e Stefano Protonotaro. A questo movimento culturale, culla della lingua italiana, il cantautore Giuseppe Di Bella ed il bassista Enrico Coppola hanno dedicato lo splendido progetto “Il Tempo e La Voce”, che li vede mettere in musica dodici testi poetici della Scuola Poetica Siciliana, con l’obiettivo di far scoprire ad un pubblico quanto più vasto possibile, la bellezza e la profondità delle liriche isolane duecentesche, che il tempo e la maggior parte degli italiani sembrano aver relegato ad un inesorabile oblio. Finanziato attraverso una campagna di crowdfunding su Musicraiser, e registrato ad Enna tra la Torre di Federico II e l’Audio Project Studio, il disco vede Giuseppe Di Bella (voce, chitarre classiche, chitarre acustiche, mandola) ed Enrico Coppola (basso) accompagnati da un ristretto gruppo di strumentisti composto da Davide Campisi (tammorre, cajon, batteria), Chiara D’Aparo (violoncello) e Antonella Barbera (flauto traverso, oboe). L’ascolto rivela un lavoro di ricerca rigoroso non solo nella ricerca sulle fonti poetiche originarie ma anche nel ricostruire ed esaltare la loro musicalità intrinseca originaria, non abbandonandosi semplicemente alle sonorità della tradizione siciliana, ma piuttosto puntando ad eleganti arrangiamenti acustici in cui taglio cantautorale incontra la world music declinata in una dimensione attuale. Aperto dalle due struggenti composizioni di Giacomo Da Lentini “Meravigliusa-menti” e “Amuri 'un voli ch'eu clami”, magistralmente interpretate da Di Bella ed impreziosite dalle tessiture melodiche della chitarra, il disco si svela in tutto il suo fascino, schiudendo ai nostri occhi un affresco poetico di rara bellezza, nel quale scopriamo perle di puro lirismo come “D’amurusu paisi” di Tommaso di Sasso, “Unu Placenti Sguardu” di Pier della Vigna”, “La dulzi cera placenti” di Giacomino Pugliese, “Pir Meu Cori Allegrari” di Stefano Protonotaro, fino a giungere al vertice del disco con la conclusiva “Nun trovu cui mi dica cui sia amuri” che suggella un lavoro pregevolissimo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello musicale. 


Salvatore Esposito

Folk Fiction – Avant Trad (Rox Records, 2015)

Nato dall’incontro tra Alessandro Marchetti (pianoforte, organetto diatonico) e Matteo Marcon (bouzouki), due musicisti veneti, accomunati dal desiderio di rileggere la tradizione bal-folk in chiave moderna, il duo Folk Fiction giunge con “Avant Trad” al suo secondo album che segue a distanza di tre anni l’esordio “Yeppa!”. Registrato tra il Palazzo “La Loggia” di Motta di Livenza (Tv) e il PoisOn Studio di Oderz, il disco presenta undici composizioni strumentali, ispirate alle strutture melodiche della tradizione musicale da ballo europea, e declinate attraverso una calligrafia sonora che mescola jazz e musica contemporanea, dando vita ad elegantissime trame sonore. A caratterizzare i vari brani è il delicato dialogo tra il pianoforte e l’organetto di Marchetti e il bouzouki di Marcon, nel quale si innestano, di tanto in tanto, anche altri strumentisti come Luca Ventimiglia (musette), Francesco Chiarini (violino), Lanfranco Malaguti (chitarra elettrica e viola), Stefano Boldrin (mandolino), Cristian Moretto (Bodhràn), e Raffaele Marcon (fisarmonica). Il duo veneto esplora, così, territori nuovi entro i quali far rivivere in modo nuovo la tradizione del bal-folk viaggiando dall’Irlanda alla Francia dall’Est Europeo al Nord Italia. Ad aprire il disco è lo scottish “La Coccinella”, tutto giocato sulla progressione melodica del pianoforte e l’arpeggio del bouzuki. Si prosegue con il crescendo trascinante della bourrèe a due tempi “Cherry’s Pillow, che ci conduce prima alla fascinosa “Mazurka della Neve” in cui giganteggia il pianoforte di Marchetti, e poi all’an dro di “Buddies go to Mestre/Looking For Jenny”. Uno dei vertici del disco arriva con “The Dark Side Of Waltz”, nella quale il gioco di armonie maggiore e minore del valzer si evolve in una trascinante bourèe con protagonistra la musette di Ventimiglia. Le atmosfere orientali di “Ginko Mazurka” in cui spicca il violino di Chiarini ci introducono allo scottish “Lo Scoiattolo” in cui Marchetti lascia il pianoforte per imbracciare l’organetto. L’incandescente polka “Polkergist” ci conduce verso il finale con la mazurka “Artemisia”, la gustosa “Jig Set” e quel gioiellino che è “Lele’s Fancy”, una bourrèe suonata magistralmente, che suggella un disco prezioso, da ascoltare con grande attenzione per comprendere quali direzioni può prendere il bal-folk, se declinato in una chiave più vicina alla musica contemporanea che al folk tou court. 


Salvatore Esposito

Kërkim - Kërkim (Digressione Music, 2015)

Nato nel 2012 da un’idea della percussionista Manuela Salinaro, il progetto Kërkim raccoglie alcuni tra i più apprezzati strumentisti della scena musicale salentina ovvero Vincenzo Grasso (clarinetto e sax soprano), Bruno Galeone (fisarmonica), Morris Pellizzari (chitarra e saz), e Stefano Rielli (contrabbasso e basso elettrico), i quali, portando in dote i rispettivi background musicali, hanno dato vita ad un percorso di ricerca comune volto ad esplorare le connessioni sonore tra la musica dei Balcani e quella del bacino del Mediterraneo. Come lascia intendere il nome Kërkim, che in lingua albanese vuol dire proprio ricercare, questo ensemble ha intrapreso un lungo viaggio che dalla Turchia ha toccato l’Andalusia, dalla Grecia si è spostato in Egitto per approdare infine in Albania, con l’obiettivo dichiarato di costruire un ponte ideale tra i luoghi, i suoni, e le diverse tradizioni musicali del Mare Nostrum, cogliendone le affinità ritmiche e melodiche, per rileggere il tutto attraverso un sound originale che combina world music, jazz e folk contemporaneo. Ascoltando i musicisti incontrati in questo lungo cammino e suonando con loro, sono nate le ispirazioni per il loro disco di debutto omonimo, nel quale hanno raccolto nove brani incisi presso il Sudeststudio di Guagnano (Le) con la partecipazione di alcuni ospiti come Valerio Daniele (chitarra elettrica), Checco Leo (chitarra), Ovidio Venturoso (batteria), Luca Tarantino (oud), Maria Mazzotta (voce) e Redi Hasa (violoncello). Si tratta di un lavoro affascinante che riflette le esperienze di viaggio compiute in questi anni, una sorta di diario fatto di esperienze, suoni, colori ed emozioni tradotto in musica, che si apre con un inno alla non partenza “Il Lago di Como”, nella quale brilla il dialogo tra il clarinetto e la fisarmonica, spinto dalla ritmica scandita dal contrabbasso e contrappuntata dai piatti. La bella versione del tradizionale sefardita “La Rosa Enflorence” ci conduce poi alle evocazioni flamenche di “Sueno Claro”, ispirata ad una composizione del musicista arabo andaluso Ali Khattab, e tutta giocata zarb, corde e fiati, su cui si innesta il contrabbasso suonato con l’archetto. Dall’Andalusia ci spostiamo nei Balcani con il köçek “Clarinettoso” che sfocia prima nella ballata jazz “Dicembre Valzer” e poi nel 7/8 “Ali Pasa”, ispirata alle vicende dell’imperatore ottomano Alì Pashà. La splendida copla spagnola “Mi Nina Lola”, interpretata magistralmente da Maria Mazzotta, ci conduce verso il finale in cui spiccano la rilettura del tradizionale turco “Kasap Havasi” impreziosita dall’oud di Luca Tarantino e “Mba Redi” in cui spicca il violoncello di Redi Hasa, motore ed ispiratore di questo travolgente brano dalla ritmica tipicamente balcanica. 


Salvatore Esposito

Paolo Bonfanti - Back Home Alive (Club de Musique, 2015)

Sono passati ormai quasi vent’anni da “Tryin' To Keep The Whole Thing Rockin'” e mancava da troppo tempo nella discografia di Paolo Bonfanti, un disco che catturasse l’energia e l’intensità dei suoi concerti, ma soprattutto la sua costante maturazione negl’anni. Il bluesman genovese, infatti, è come un buon vino rosso, matura con il tempo, in maniera costante, e questo, negli ultimi anni, lo abbiamo toccato con mano con quel gioiello che era “Exile on Backstreets” del 2013 e il più recente “Friend Of A Friend” inciso in coppia con Martino Coppo. A colmare questo vuoto è arrivato “Back Home Alive”, album che mette in fila una selezione di dodici brani tratti dal concerto, registrato dal vivo, il 28 febbraio 2015 presso il Teatro Municipale di Casale Monferrato, insieme alla sua ormai inseparabile band composta da Roberto Bongianino (fisarmonica, cori), Nicola Bruno (basso, cori) e Alessandro Pelle (batteria). Il risultato è un’istantanea che conserva intatta l’energia, la passione e l’intensità dei concerti del bluesman genovese, con brani che attraversano in lungo ed in largo il suo repertorio, inframezzati da qualche rilettura d’eccezione come la travolgente “The Seeker” dal songbook dei Who posta in apertura. Durante l’ascolto si spazia dal blues al roots rock passando per il folk e il country blues, con brani come la torrida “A Nickel And A Nail”, lo slow blues “Terror Time”, le atmosfere cantautorali di “Hands Of A Gambler” fino a toccare “Route One” dal repertorio dei Big Fat Mama nella quale brilla la rovente slide di Bonfanti. L’incredibilmente attuale “Times Ain’t Changed”, una amara risposta al Bob Dylan di “The Times They Are A-Changin’”, ci conduce verso il finale in cui spiccano “Guard My Heart” in cui giganteggia l’armonica di Fabio Treves, e la splendida “Blues For Bruno”, otto minuti da incorniciare di puro blues per ricordarci tutto il talento di Bonfanti alla sei corde. La bella versione di “Fraklin’s Tower” dei Greatful Dead suggella un disco dal vivo come se ne sentono pochi in Italia, suonato e registrato magistralmente, e disponibile, per altro anche in Lp, per gli audiofili ed amanti del vinile. 


Salvatore Esposito