Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico (Arci Reggio Emilia/Fondazione Ex Campo di Fossoli, 2016)

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Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo delle tragedie dell’Italia intorno alla prima metà del Novecento. 

Da anni, il 25 aprile, l’ex campo di concentramento di Fossoli, luogo della memoria, diviene centro di aggregazione soprattutto per il territorio carpigiano, con svariate iniziative culturali, organizzate dalla Fondazione ex Campo Fossoli, costituita dal Comune di Carpi e dall’Associazione Amici del Campo di Fossoli e del Museo Monumento al Deportato. Registrato dal vivo nel 2015, “Un Requiem Laico” è una trama di geografie sonore e della memoria, di affinità di senso e di voci potenti e di strumenti acustici, di melismi della voce nuda e di cifra canora autorale, di narrazioni dell’oralità e di lamentazioni, di ballate e di improvvisazioni, di recitativi e di melodie dei riti del maggio-drammatico appenninico. I protagonisti sono Francesco Benozzo – filologo romanzo e medievalista, poeta, cantante e arpista, finalista alle Targhe Tenco nel 2009, molto influenzato dalle sonorità nordeuropee e dei Paesi di retaggio celtico – 
e Fabio Bonvicini, ricercatore e polistrumentista, tra le figure di spicco della musica tradizionale emiliana (già con Pivaritrio, Compagnia dell’asino che porta la croce, Suonabanda, Pivenelsacco), che con Benozzo ha prodotto spettacoli e dischi. Poi i celebri fratelli di Sutera, Enzo e Lorenzo Mancuso, coppia di musicisti e attori, ma anche di ricercatori, i cui lavori recuperano e reinventano moduli esecutivi della tradizione siciliana, radicali nel sovrastare con il loro canto intimo, profondo e solenne le tendenze e le mode. Nell’espressione corale dei protagonisti, il senso complessivo di “Un requiem laico”, un’operazione che è si è tradotta in un concerto, cui ha fatto seguito un album diretto e immediato. La realizzazione di una pratica di riflessione e di memorie collettive che appartenendo a distinti aree del nostro Paese e ad altre vicende storiche, irradiate a partire da quest’«isola antropologica storicamente connotata»

Perché Fossoli?
Fabio Bonvicini: Si tratta di un luogo privilegiato, all’intersezione tra memoria non celebrativa e paesaggi concreti, che ha favorito il nostro incontro come musicisti: una specie di crocevia, di punto nevralgico in cui sono confluiti i sentieri e i percorsi da cui proveniamo.

Coma nasce “Un requiem laico”?
Francesco Benozzo: Dall’esigenza di continuare a pensare alla musica tradizionale come a un territorio che è, come da sempre, al tempo stesso una dimora e un luogo di denuncia. E da uno sguardo sul mondo che non intende fare a meno della complessità di ciò che ci contraddistingue dalla preistoria più remota: il ricordo e la speranza. ‘Laica’ in quanto non etichettabile, non addomesticabile.

Un’opera che intreccia mondi diversi, un’idea di terreno comune tra quattro musicisti e cantori. Com’è avvenuto questo incontro?
Francesco Benozzo: In modi in parte cercati e in parte trovati senza cercarli. Il blocco quasi granitico rappresentato da due protagonisti assoluti della musica tradizionale e autoriale italiana, quali Enzo e Lorenzo Mancuso si è incontrato con quello più arenaceo e friabile, ma non per questo meno coerente, della collaborazione tra Fabio e Francesco, che si disloca nello spazio di frontiera tra canto appenninico e canto anarchico.  Come un incontro, in definitiva, tra geologia e storie di superficie, tra consapevolezza formale e libertà creativa. Con sullo sfondo, soprattutto, una serie di incontri che hanno a che fare, molto prima della musica, con ciò che riguarda l’amicizia e la condivisione delle cose e dei pensieri che contano.

Come avete costruito il repertorio che alterna canti, musiche e recitato? 
Lorenzo Mancuso: Quando a Francesco e Fabio è venuto in mente di fare qualcosa sul campo di concentramento, insieme scegliemmo dei brani che potevano rappresentare una trama parallela alla vicenda del campo. Abbiamo cucito i brani con versi recitati. A poco a poco, in maniera molto semplice, abbiamo allestito questo spettacolo registrato che poi è diventato un disco. 
Fabio Bonvicini: In vari incontri e prove, tra Umbria ed Emilia, e sullo sfondo la Sicilia, a partire da un primo abbozzo sull’idea dominante della musica come possibilità di riscatto ‘poetico’. Il recitato s’intreccia al canto, così come i brani di nostra composizione si intrecciano e diventano tutt’uno con quelli tradizionali.

Una citazione di Emil Cioran rappresenta l’epigrafe del concerto: come mai lo avete scelto?
Francesco Benozzo: Il suo disincanto lucido ma non rassegnato verso la modernità, che trova tuttavia proprio nella musica un approdo di consapevolezza diversa e trasognata, è stato per noi cruciale per dire, fin dalle prima battute del concerto, quello che sentiamo come più urgente: che a salvarci potranno essere cose di per sé apparentemente inutili e accidentali, come appunto l’arte e la parola poetica, che con le loro prospettive aprono visioni per comprendere, dietro la musica stessa, la musica di ciò che accade.

Voci e strumenti: cosa vi ha spinti nel dare nuova veste ai brani?
Fabio Bonvicini: Probabilmente una spontaneità del nostro incontro. Più che di arrangiamenti si tratta forse di tentativi, di approssimazioni a un’idea di fondo, che è quella di un’assenza di confini reali, ma che non abbiamo mai confuso con il concetto di contaminazione. 
Francesco Benozzo: La tradizione è per noi una risorsa in perenne trasformazione, non tanto nel senso che prende incessantemente nuove forme, ma per il fatto che ‘tradiziona’ se stessa per continuare a essere se stessa, secondo i principi cari all’evoluzionismo. 
Lorenzo Mancuso: Sono mondi lontani, quello dell’Emilia con i loro canti di resistenza e anarchici e il nostro siciliano. Abbiamo cercato non solo di suonare ma anche di cantare i loro brani e loro cantano in siciliano. In altri brani, hanno voluto i nostri strumenti. Siamo entrati in un mondo musicale e storico in maniera reciproca in modo che ciascuno di noi trovasse lo spazio per farsi ascoltare.

“Quando il mondo fu creato” è un brano d’autore nella struttura popolare… 
Fabio Bonvicini: Un po’ l’emblema dell’intero disco: un’antica aria del maggio drammatico dell’Appennino tosco-emiliano che serve però a narrare eventi recenti e in qualche modo futuri. Una tradizione che non solo vive, ma produce visioni e apre sempre nuovi paesaggi di immaginazione. 

Da un mondo di dominati in lotta per affermare i propri diritti, opera un personaggio singolare, uno dei massimi esponenti della lotta dei braccianti, la cui vicenda pochi conoscono, è “Cinno Zobel”. Ci parlate di lui?
Fabio Bonvicini: Eliseo Zoboli, detto “Cinno Zobel”, di Castelfranco Emilia, a fine Ottocento è uno dei massimi esponenti del movimento dei lavoratori della terra. Convinto antifascista, è segretario della locale Camera del lavoro, più volte distrutta da squadre fasciste. Dal 1926, come atto di protesta verso il regime, si rinchiude in volontario esilio nella Torre dell’orologio di Nonantola. Lì resta per 14 anni fino alla sua morte. Simbolo della protesta morale contro il fascismo, è ripetutamente bersaglio di insulti e percosse da parte di elementi fascisti. Durante il suo isolamento continua a occuparsi della vita politica diffondendo le sue radicate idee socialiste a quanti lo vanno ad incontrare nel suo rifugio. Ricoverato presso l’ospedale di Modena a seguito di percosse ricevute, muore nel luglio 1940. In pochissimi partecipano ai suoi funerali, per paura di rappresaglie. Al suo nome è intitolata una formazione partigiana promossa dai socialisti nonantolani nel 1944. La sua storia è quella di una resistenza senza slogan e senza appartenenze, diviene un simbolo della lotta individuale prima che politica. Solo superficialmente la sua vicenda potrebbe essere scambiata con una forma di rinuncia alla lotta. Semmai essa incarna l’idea di rinuncia al prevalere del branco sulla lotta, all’appiattimento della lotta in forme di schieramento collettivo. 

Riprendete il Kinsella di “Appunti dalla terra dei morti”…
Francesco Benozzo: Un grande poeta irlandese nei cui versi la terra dei morti, l’inferno dantesco per intenderci, è il mondo reale che ci sta intorno e di cui siamo protagonisti, con le sue consuetudini e i suoi stilemi senza apparente riscatto, con le sue derive biologiche che solo la parola poetica e l’arte possono in qualche modo affrancare.

Il canto tradizionale può essere ancora una “forma di forza critica”?
Francesco Benozzo: Lo è dalle origini: è strutturalmente canto di protesta, rappresenta da sempre una possibilità diversa, uno sguardo permanente e fondamentale rispetto alle evoluzioni della storia: come lo è il lampo rispetto al lampione.

Un lavoro centrato sulla memoria, in cui tra gli altri canti, presentate anche “La ruvina”, sull’emigrazione italiana. Tuttavia, siamo in un’Italia dove a Manoppello, nel pescarese, mentre si commemorano i compaesani emigrati morti a Marcinelle nella miniera belga nel 1956, si raccolgono firme per non ospitare i migranti di oggi. E allora che succede con la memoria?
Francesco Benozzo: La memoria è assediata di continuo. Ma quasi mai questo accade nella coscienza individuale. La raccolta di firme, ancora una volta, a che fare con l’idea di branco di identificazione in un gruppo. Il canto tradizionale va al di là di questo meccanismo, anche se, specie dopo certi approcci di sinistra, da de Martino in avanti, lo si è – in parte erroneamente – identificato proprio con questo. 
La peculiarità dell’arte, e del canto tradizionale in quanto forma d’arte dai contorni abbastanza bene identificabili e in fondo poco fumosi, è proprio in questa sua verità di essere, come lo è la lingua stessa, un patrimonio comune che però è vissuto e  reinterpretato dai singoli individui. E che viene al limite tradito o rinnegato dagli individui che si riconoscono in forme (politiche, apolitiche, consapevoli o inconsapevoli) di gruppo. Nessuno tradisce la propria memoria se non consegna i doni che la memoria gli ha consegnato allo scempio comunitario di una memoria spesso ricostruita, reinventata, irriconoscente e disumana.  

"Un requiem laico" può essere portato in giro per l’Italia o ha senso solo nel Campo di Fossoli il 25 aprile? Vi immaginate altri luoghi simbolici dove portarlo?
Fabio Bonvicini: Si tratta di un concerto che è nato per Fossoli, ma ha abbandonato da subito Fossoli. La sua vita, anzi, è possibile solo al di fuori di una sua identificazione posticcia e di un suo etichettamento con l’occasione che lo ha propiziato. Anche la data del 25 aprile conta poco. La sua importanza sul calendario è relativa al fatto che si avvicina a maggio, che, dai trovatori in poi, è il mese del canto e della poesia. 


Francesco Benozzo/Fabio Bonvicini/Fratelli Mancuso – Un requiem laico (Arci Reggio Emilia/Fondazione Ex Campo di Fossoli 2016)
Un comune sentire, che si esprime attraverso il melos e la narrazione. Pur provenendo da esperienze artistiche differenti e utilizzando codici musicali non prossimi, sensibilità condivisa, affinità di intenti e comune umanità, profondità di ricerca avvicinano Francesco Benozzo (canto, arpa celtica, e arpa bardica), Fabio Bonvicini (canto, flauti dritti, percussioni), Enzo Mancuso (canto, violino, chitarra, colascione, sipsi, sansula) e Lorenzo Mancuso (canto, chitarra, harmonium e srooti box). Sono gli attori di questo spettacolo sulla memoria, registrato dal vivo il 25 aprile 2015 a Fossoli, l’ex campo di concentramento nel modenese. Il disco è costituito da dodici brani, la scelta dei qiali individua nessi ed elementi comuni tra canti, recitati e racconti. Il valore salvifico della parola poetica, attraverso lo sguardo e le parole di Emil Ciorin, aprono il concerto, poi harmonium, flauto, chitarra e arpa accompagnano le voci dei Mancuso nella toccante “Sacciu che parli alla luna”. “Fuoco e mitragliatrici” è il celebre canto di commento di prima mano della vita in trincea nella prima guerra mondiale, in una versione raccolta tra i reduci nel ravennate. L’estratto di una lettera (datata giugno 1944) tratta dal carteggio tra Giangio Banfi, rinchiuso a Fossoli, e la moglie Julia Bertolotti si protende nel lirismo di “Disiu di tia” (“Desiderio di te”: «Oggi leggo una poesia /Perché in certi momenti desidero /stringere la mano all’amico perduto/ Guardare un albero e provare conforto / Tornare vivo dopo essere stato morto»), cantato dai Mancuso. Segue “Quando il mondo fu creato”, uno dei brani più significativi del disco, che accosta un aria del teatro musicale del Maggio tosco-emiliano alla narrazione delle tragiche vicende di Fossoli. Il canto narrativo “La figlia soldato” ha un costume musicale essenziale dato da arpa e flauti, mentre su un bordone di harmonium si esprime la coralità dei quattro artisti nell’altro tradizionale “Dies Irae appenninico”. Ancora, emozionante la compenetrazione tra voci e bordoni in “Deus meus”, segnata nel finale dall’ingresso del sipsy (fiato di canna ad ancia semplice di provenienza turca) e la tragicità lirica di “Mi chiamu Forsi”. Voci, violino e arrangiamenti scarni per mettersi all’ascolto del richiamo di Eliseo Zoboli, detto Cinno Zòbel”, in un brano che lega lotte sociali bracciantili, antifascismo, barbarie fascista e lotta partigiana. Invece, in “Torna deh torna” prevale quella devozione popolare, che sa immaginare un nostalgico monologo, tutto umano, di Dio su Gesù. Con “La ruvina” entriamo nella memoria dell’emigrazione italiana, necessaria in tempi di oblio affrettato e di nuove migrazioni. Infine, gli applausi del pubblico, che aprono la via di “Certi siri”, scritto dai Mancuso, proposto in una versione che esalta la coralità delle voci dei protagonisti di questo intreccio di storie e memorie.

Ciro De Rosa
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