Renato Morelli, anima libera e voce di spicco dell’antropologia visiva

Agisce in libertà ed è voce fuori dal coro, è refrattario agli ambiti accademici, ma è sempre stato in contatto e ha collaborato con illustri studiosi, si è sempre tenuto lontano anche dalle cosiddette film commission ministeriali/regionali (dalle cui scelte dipendono cospicui investimenti pubblici). Dagli anni Ottanta, Morelli si è affermato come uno dei massimi esponenti della cinematografia documentaria, finora ricevendo ventiquattro premi internazionali, gli ultimi tre vinti di recente a Belgrado e a Čadca, in Slovacchia. Partendo da queste premesse riprendiamo, a distanza di un anno, il nostro dialogo con il regista trentino, con l’intento di approfondire le sue più recenti esperienze visive, che aiutano a definire il profilo dell’artista, dello studioso e del didatta, ma anche di esplorare alcuni ambiti dell’antropologia visiva poco noti al grande pubblico.

Le recenti premiazioni 
Come i lettori ricorderanno Morelli, nel 2015, aveva prodotto e diretto il film “Voci del Sacro – Due generazioni di canto “a cuncordu” alla Settimana santa di Cuglieri”. Nel novembre del 2015, vinse il premio “Cineteca Sarda”, nel Concorso dedicato alla memoria del cineasta Fiorenzo Serra, a Sassari. Il mese scorso, la stessa opera ha ricevuto due premi all’interno dell’“International Festival of Ethnological Film”, XXV edizione, tenutosi a Belgrado tra il 12 e il 16 di ottobre. Un premio è stato assegnato per il “contributo al patrimonio culturale immateriale” (The Award for the Contribution to Intangible Cultural Heritage), un altro premio per il “miglior sonoro” (The Award for the Best Contextual Application of Sound), con registrazioni curate da Livia Morelli, la maggior parte delle quali in presa diretta. A pochi giorni di distanza dall’incontro di Belgrado, tra il 17 e il 21 ottobre, si è tenuto l’“Etnofilm Čadca 2016”, il più antico festival documentario slovacco di settore, a cadenza biennale. In tale contesto, il filmato di Cuglieri è stato proposto con una versione sottotitolata in lingua locale: “Za pôsobivé zobrazenie Veľkonočného piesňového rituálu Sardínie“. Al concorso, Morelli è stato premiato con l’ambito “Zlatý Turoň - Grand Prix“ , Turon d’oro, sezione  “Sacred Voices” (Sväté hlasy). 
L’“Etnofilm” festival di Čadca (cittadina vicina ai confini di Polonia e Ucraina) è stato istituito nel 1980, patrocinato dal Dipartimento di Etnologia dell’Università “Comenius” di Bratislava, dalla Regione Žilina Kysucké, dallo “Slovak Film Institute”, in collaborazione con diversi Musei e Fondazioni slovacche. Ha cadenza biennale. Nell’ultima edizione, dedicata alla memoria del cineasta e fondatore Štefan Vraštiak, sono stati presentati cento quarantacinque film, con registi provenienti da ventotto paesi. Solo quaranta di tali film sono stati selezionati dalla commissione. Sedici gli Stati coinvolti: Belgio, Brasile, Repubblica Ceca, Cina, Olanda, Croazia, Ungheria, Germania, Perù, Polonia, Romania, Slovacchia, Serbia, Spagna, Italia e Stati Uniti.  La giuria (internazionale) del Festival, quest’anno, era presieduta dal regista neozelandese Ilja Ruppeldt. Il “Gran Prix Golden Turon” è stato assegnato all’unanimità, “per una splendida rappresentazione del rito e del canto tradizionale della Settimana Santa in Sardegna”
“Sono rimasto sorpreso da questa premiazione - ha riferito Morelli -, poiché sapevo che nella storia del Festival uno stesso regista non era mai stato premiato due volte in tempi così ravvicinati. Nel 2014, avevo vinto lo stesso “Gran Prix” con il film “Voci Alte – Tre giorni a Premana”, dedicato come quello di Cuglieri all’amico Pietro Sassu. Un film fortunato che è stato pure pubblicato dalla “Fondazione Levi” di Venezia, con la presentazione di un altro caro amico etnomusicologo di recente scomparso, che mi piace qui ricordare: Febo Guizzi.  Grande è stata la sorpresa e la soddisfazione, soprattutto tenendo conto che il secondo premio è stato assegnato a una produzione televisiva tedesca di Colonia (riferito alla coltivazione a terrazze del riso nelle montagne “Ifugao” delle Filippine, tutelate dall’Unesco). Un film di notevole qualità, girato con ingenti mezzi tecnologici (riprese aeree, droni, troupe specializzate ecc.), con un budget immensamente superiore al mio. Io ho potuto contare, però, sull’aiuto volontario di amici e famigliari fortemente motivati e preparati, che desidero ringraziare pubblicamente. Questo premio m’induce a una riflessione generale. Quando c’è la qualità della ricerca (su Cuglieri ho iniziato a lavorare negli anni Ottanta), si hanno chiare le idee in termini (orientativi) di conoscenza dei luoghi nei quali si volgono gli eventi, si è preparati tecnicamente, si è riuscito a stabilire un ottimo rapporto con i cantori e la comunità locale …, allora si può iniziare a pensare che vi siano le giuste premesse affinché un film riesca bene. Tuttavia la prova del nove del lavoro svolto sul campo trova riscontro solo nel montaggio”
L’“International Festival of Ethnological Film” di Belgrado è stato istituito, nel 1992, con il patrocinio del “Museo Etnografico” cittadino e rappresenta l’evento più importante della Serbia per questo tipo di rassegne. Giunto alla XXV edizione, quest’anno sono stati presentati centoventi film, dei quali solo cinquantasette hanno superato la selezione ai fini del Concorso. La giuria internazionale era presieduta dal regista serbo Stole Popov (vincitore di otto Gran Premi e due nomination al Premio Oscar). “Aver ricevuto due premi - prosegue Morelli - è stata la migliore ricompensa per un lavoro particolarmente impegnativo ma ricco di soddisfazioni. In questa  occasione, mi piace ricordare che in precedenza il film era stato selezionato anche in Georgia, per il Simposio internazionale dell’UNESCO “Polyphony”, 26-30 settembre, che si svolge ogni due anni presso il Conservatorio di Stato di Tbilisi, alla presenza di studiosi provenienti da tutto il mondo. Per me è stato un grande onore, perché come sai il canto polifonico georgiano (che apprezzo molto) è stato il primo a essere riconosciuto come “patrimonio immateriale dell’umanità” e inserito nella lista UNESCO, nel 2001. Nel mio film sono state particolarmente apprezzate le analogie che emergono dal confronto con il canto “a cuncordu” sardo e quello georgiano, che è possibile risalgano addirittura al periodo bizantino, ma non è semplice dimostrarlo”. Vi è da aggiungere che nella Rassegna di Tbilisi è stato presentato il “Concert of the world an georgian polyphony”, con la presenza dei seguenti gruppi: Gorani, Utskho Suneli (Australia), Sachukari (France), Cuncordu Lussurzesu (Sardinia, Italy), Choir of Chant University (Georgia). Come etnomusicologo e regista, chi scrive segue le attività culturali di Renato Morelli, sin dagli anni Ottanta quando, già regista RAI (vi ha lavorato dal1979 al 2008), veniva chiamato con l’incarico di esperto e consulente cinematografico presso il “Laboratorio di Spettacolo Popolare - Piccolo Teatro di Milano”, di volta in volta operando in tandem con Pietro Sassu, Sandra Mantovani, Roberto Leydi, Placida Staro, Febo Guizzi e Alessandra Litta Modignani (sua moglie). Sin d’allora, si era distinto come regista fuori dal coro, con produzioni cinematografiche di spessore riferite soprattutto all’amato Trentino, alla Lombardia (carnevale di Ponte Caffaro) e alla Sardegna (Settimana Santa di Santu Lussurgiu). 
Con interesse abbiamo avuto modo di leggere il programma del workshop di antropologia visiva, titolato “Sguardi discreti”, condotto a Ostana (CN), dal 13 al 15 ottobre, in contemporanea con il citato Festival di Belgrado. Obiettivi, contenuti e questioni metodologiche sono gli stessi che Morelli evidenziava ai propri studenti negli anni Ottanta. Alla base del suo modus operandi vi è la necessità di “coniugare il rigore della ricerca scientifica con le esigenze di un’adeguata sintassi cinematografica”, operazione che richiede specifica preparazione culturale e tecnica, due versanti del sapere che ancora oggi, a distanza di decenni, faticano a coniugarsi negli ambiti accademici etno-antropologici. I contenuti tipici della ricerca morelliana sono quelli riscontrabili nelle analisi delle cosiddette polifonie “complesse” e negli argomenti di cultura materiale, caratteristici della tradizione popolare. Inoltre, le minoranze linguistiche e le loro feste rituali (carnevale, settimana santa, riti di passaggio, canti di questua etc.). Rispetto alle tematiche metodologiche, a Ostana, Morelli ha concentrato le attenzioni sulle tecniche e le strategie da lui utilizzate per filmare nel vivo degli eventi le polifonie complesse, in particolare quelle italiane di Cuglieri, Santu Lussurgiu e il “tìir” di Premana.  La ripresa visiva, il sonoro in presa diretta, le tecniche dell’intervista, il montaggio e l’uso museografico del girato sono le macro aree intorno alle quali è solito organizzare i propri workshop: - “Quando si decide di utilizzare il linguaggio cinematografico per dare riscontro visivo alla ricerca non si può improvvisare, anche se, di fronte agli eventi dal vivo, in tante situazioni, è necessario sapersi adeguare e fare delle scelte operative in diretta, senza aver tempo per poter troppo ragionare. Tuttavia il grosso dell’impostazione del lavoro deve essere pianificata prima, è fondamentale raggiungere una buona intesa con gli operatori di ripresa, che devono essere ben documentati sul che cosa riprendere, sulla dinamica degli eventi, avendo chiaro che cosa è prioritario e che cosa secondario in uno specifico evento rituale comunitario. Uno degli aspetti più delicati riguarda le registrazioni in sincrono e in presa diretta. In situazioni caotiche come quelle festive bisogna sapere come agire. Io rimango sbigottito quando nei concorsi o nelle rassegne di antropologia visiva vedo filmati girati con scarsa tecnica fotografica e di ripresa, usando magari lunghissimi piani sequenza ballonzolanti, che vengono presentati (con dotte parole) “come precise scelte registiche”. Quando mi chiedono un parere, io dico ciò che penso tecnicamente. Il cinema antropologico ha un suo linguaggio, ogni fase deve essere curata cinematograficamente. 
Se si sbaglia nel riprendere e registrare gli eventi dal vivo, per un regista significa buttare all’aria settimane di preparazione, in pratica viene rimandata la conclusione dei lavori di almeno un anno. Poi ci sono (sempre stati) coloro che, avendo scarsa dimestichezza con la cinematografia dal vivo, cercano di rimediare facendo magari ripetere i canti in ambiti decontestualizzati dal rito festivo. Nelle produzioni filmiche bisogna investire per lavorare con adeguata tecnologia, bisogna saper coordinare più camere, è necessario avere pratica con il montaggio e poter dedicare giorni e giorni (spesso mesi e mesi) di lavoro a ogni fase della produzione. Sono giornate dense, nelle quali la concentrazione è a mille, per visionare con attenzione il girato e poi selezionarlo con criterio ai fini della narrazione filmica, avendo la consapevolezza che ciò che viene scartato potrà avere altri utilizzi, magari per un uso museografico o archivistico. Quanti archivi della Rai ho setacciato da giovane e quanto materiale utile è possibile rinvenire se si ricerca con attenzione nei suoi archivi…”. Oltre al “workshop” di Ostana, Morelli ci ha parlato del gratificante invito ricevuto per partecipare a “The 1st Symposium of the ICTM Study Group on Audiovisual Ethnomusicology”, tenutosi a Ljubljana, in Slovenia, tra il 24 e il 27 agosto 2016 (“ICTM” significa “International Council for Traditional Music”). Nel Simposio vi è stata una ricca presentazione di filmati antropologici e di relazioni da parte di ricercatori internazionali. A Morelli è stato chiesto di tenere uno specifico “workshop” tecnico-metodologico per i ricercatori, titolato “Filming Complex Polyphony”.  
“Ormai, da circa quarant’anni, opero nel settore dell’antropologia visiva, settore che molti registi professionisti hanno preferito snobbare, perché offre scarsa visibilità, poca remunerazione e richiede avanzate capacità e competenze nel far convivere il saper teorico con quello tecnico, mostrando sensibilità espressiva e artistica. Non mi sono mai posto nell’ottica di lucrare da questo lavoro. Negli anni, ho molto investito in termini di tempo e di risorse personali a favore degli altri. Devo un grande ringraziamento ad Alessandra (mia moglie) che mi ha sempre incoraggiato e motivato in tutte le produzioni filmiche, musicali e letterarie. Ho avuto, inoltre, la fortuna di essermi formato con studiosi di altissimo livello (desidero ricordare soprattutto Pietro Sassu e Roberto Leydi), i quali mi hanno innanzitutto insegnato a lavorare con serietà, passione e impegno. Vivere a contatto della gente, scoprendo le peculiarità culturali delle diverse comunità, per me è sempre stato affascinante e continua a esserlo nel presente. La mia formazione culturale risente, inoltre, degli studi musicali, sociologici ed etnomusicologici, di conseguenza è naturale che le mie attenzioni si siano prevalentemente concentrate sugli eventi rituali, nei quali sono previsti interventi di cantori e suonatori popolari. Tuttavia la mia filmografia è varia, i cui temi non è possibile approfondire in una sola intervista(...). Sto vivendo con entusiasmo giovanile questo periodo particolarmente fecondo della mia esistenza e ho molti progetti che vorrei portare a termine, primo fra tutti un documentario dedicato alla polifonia tradizionale georgiana e un altro riferito al mondo del circo, intorno al quale lavora Alessandra sin dagli anni Ottanta, operando insieme a quella stupenda donna, cantante e ricercatrice qual era Sandra Mantovani”.

Il percorso artistico prosegue
Di fronte a un autore così poliedrico, tracciare una sintesi non è operazione semplice, la sua produzione artistica è tutta in divenire. Di certo, a distanza di alcuni decenni, Renato Morelli conserva lo spirito di sempre, entusiasta e vulcanico, costantemente alle prese con nuove imprese musicali e cinematografiche. Si muove a livello internazionale tra filmati etnografici, convegni, workshop, senza mai abbandonare la pratica musicale, che esegue con diversi Gruppi, con amici e con le due figlie violiniste. È di animo nobile ed è dichiaratamente amico delle tradizioni popolari. È libertario e sa far sentire la propria voce fuori dal coro. I suoi film sono sempre di spessore, a carattere documentario, girati con audacia e onestà intellettuale, tali da permettere di dare dignità e valore a singoli cittadini o a intere comunità. Pochi registi possono vantare un cammino così coerente in ambito demo-antropologico o etnomusicale e ciò, a nostro avviso, grazie anche a scelte coraggiose che l’hanno indotto a seguire un percorso personale di ricerca, senza farsi condizionare dai cliché e dai centri di potere culturali e finanziari. La sua ostinata determinazione nel dare valore alle tradizioni popolari l’ha portato a conseguire numerosi riconoscimenti, che sottintendono anche un mirato impegno pubblico, teso a descrivere con realismo e finalità scientifiche la polisemanticità dei riti comunitari, perseguendo l’obiettivo di promuovere e supportare lo sviluppo della conoscenza nell’ambito della ricerca sociale e della didattica. 
Renato Morelli, voce di spicco dell’antropologia visiva,“go straight on doing”! Il nostro augurio è che tu possa proseguire da anima libera il tuo originale viaggio nel mondo della ricerca, interpretandolo con animo giovanile, curioso e desideroso di scoprire sempre nuove realtà, pronte per essere immortalate dagli occhi tecnologici delle tue telecamere, che aiutano a rendere attuali i saperi del passato, concentrato di conoscenze sedimentate nel tempo. “To the next opera”! 


Paolo Mercurio

Per un approfondimento sul percorso culturale e cinematografico del regista trentino si suggerisce di visitare il suo sito: www.renatomorelli.it  e i siti dei suoi Progetti musicali www.ziganoff.it; www.tttquartet.it; www.cantoridavermei.it

© foto 1-4-5-6 Archivio Renato Morelli
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