Jon Boden, The Union Chapel, Londra, 11 Novembre 2016

La Union Chapel è un tempio congregazionale, costruito quasi centocinquanta anni fa nel quartiere di Islington, zona a nord della capitale britannica famosa per la presenza di numerose venues per la musica dal vivo. Questa location è prestigiosissima e ospita concerti soprattutto di formazioni ridotte e di musicisti che già hanno un nome ma che non riempirebbero teatri più grandi come il Barbican o la Royal Festival Hall. L'acustica impeccabile e l'indiscutibile bellezza del luogo, la cui capienza effettiva è di ottocento posti, ne fanno uno dei luoghi della musica più belli di Londra. Il concerto di Jon Boden, parte del suo primo tour da solo, ha rassicurato chi voleva testare la solidità del musicista di Sheffield, una volta dissolta la bellissima storia musicale che prendeva il nome di Bellowhead, ovvero dieci anni di grande musica nel nome di un sound che affondava le radici nella tradizione, ma che si apriva a stimoli diversi come il rhythm & blues, il vaudeville, la musica da strada e altro. Di questa magnifica formazione Boden, oltre a essere il cantante solista e uno dei violinisti, era anche co-leader insieme a John Spiers, suonatore di concertina e melodeon con il quale Boden ha diviso anche le sorti di un ottimo duo. Ebbene il concerto non solo non ha deluso le attese, ma è stato molto più bello e interessante di quanto fosse lecito aspettarsi. 
Cantante eccellente, Jon ha mostrato di essere a suo agio non solo con il violino, ma anche con la concertina e, soprattutto, con le chitarre, acustiche ed elettrica, con le quali ha esibito una notevole maestria alle accordature aperte (con qualche perdonabilissima stecca negli assoli, condita da risatine e occhiolino al pubblico). Forte di cinque dischi in studio con i Bellowhead, di cui almeno tre capolavori assoluti, e due dischi a suo nome, il bellissimo “Songs from the Floodplain”, un concept-album sull’apocalisse, e l’appena ristampato “Painted Lady” (http://www.blogfoolk.com/2016/10/jon-boden-painted-lady-navigatorproper.html), il concerto ha attinto in maniera massiccia soprattutto proprio dal repertorio Bellowhead, con alcuni dei brani più famosi della band arrangiati in maniera completamente acustica, ma per niente inferiori rispetto alle pompose versioni originali. Il concerto si apre con “Rigs of the Time”, per violino pizzicato e voce, dedicata a «chi pensa che per essere moderni bisogna ripristinare la tratta degli schiavi», seguita da altre perle del repertorio Bellowhead come “10.000 Miles Away”, “Whiskey is the Life of Man”, con uno splendido arrangiamento di chitarra che ricorda il miglior Martin Carthy, “Roll Alabama Roll”, una bella versione di “Jordan” con i foot-stomp collegati a luci di diversi colori (splendidi i giochi di luce e la scenografia) e il bis “New York Girls” cantata da tutti i presenti. Spazio poi ai brani dei due dischi solisti, “Days Gone By” e la bellissima “Has been Chivarly” accompagnata dalla concertina, tratte da “Floodplain”. Infine, i brani tratti da “Painted Lady”, “Blue Dress”, “Josephine”, “All Hang Down” e la bella e irriconoscibile cover di “I Want to Dance With Somebody who Loves Me”, portata al successo da Whitney Houston. 
A chiudere la prima parte (il concerto era diviso in due set) la lunghissima ballata “Rose in June” accompagnata da una dinamicissima chitarra elettrica, forse il brano più bello del concerto, a rappresentare il corpus di ballate “A Folk Song a Day” nel quale Boden ha raccolto e cantato 365 brani tradizionali e nella quale raccolta il brano è però eseguito interamente a-cappella. Gradita sorpresa, a inizio del secondo set, un omaggio a Leonard Cohen, scomparso il giorno prima, una versione acustica di “Hallelujah” cantata a luci e impianto spenti, a bordo palco; versione molto toccante e anche piuttosto interessante armonicamente rispetto a quelle che siamo abituati ad ascoltare. Un concerto bellissimo, che ha confermato la grande statura di questo musicista che è la punta di diamante dell'intero movimento folk britannico contemporaneo. Ad aprire la serata un breve e gradevole set di Blair Dunlop. Il musicista, che è il figlio di Ashley Hutchings (storico fondatore di Fairport, Albion Band e Steeleye Span), ha chiuso il suo opening-act con una cover della celebre “Dancing in the Dark” di Springsteen ed è sembrato votato ad un pop acustico abbastanza di maniera ma di buona qualità, nobilitato da una splendida voce e da una notevole abilità chitarristica. 


Gianluca Dessì
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