giovedì 24 novembre 2016

Francesco Di Bella – Nuova Gianturco (La Canzonetta/Sintesi 3000/Self, 2016)

Era il 1995 quando i 24 Grana muovevano i primi passi con “Regina” brano che venne inserito nella storica raccolta “Napoli Sound System”, e da quel momento il loro percorso artistico fu un crescendo continuo con sei eccellenti album nei quali cristallizzarono il loro marchio di fabbrica sonoro nell’intreccio tra new wave, rock, reggae e dub, il tutto non senza sperimentazioni con l’elettronica. Chiusa la meravigliosa esperienza dei 24 Grana con i pregevoli “Ghostwriter” del 2008 e “La stessa barca” del 2011, Francesco Di Bella ha intrapreso un nuovo percorso artistico come solista, dando alle stampe nel 2013 quel gioiellino che è “Francesco Di Bella & Ballads Café” nel quale rileggeva in una inedita chiave acustica alcuni brani del repertorio dei 24 Grana, con l’intento di ritornare all’essenza del proprio songwriting. A distanza di tre anni da quest’ultimo, il cantautore napoletano torna con “Nuova Gianturco”, primo album di inediti come solista, nel quale si intrecciano storie di sconfitte e di speranza, sogni traditi e favole, ritratti e riflessioni intimistiche. Abbiamo intervistato il cantautore napoletano per farci raccontare la genesi di questo lavoro, senza dimenticare uno sguardo verso il passato con i 24 Grana.

Ci puoi raccontare il percorso che ti ha condotto da “La Stessa Barca”, l’ultimo disco che hai inciso con i 24 Grana, passando per “Francesco Di Bella & Ballad Cafè” fino al nuovo album “Nuova Gianturco”?
Si è trattato di qualcosa di molto naturale, dopo venti anni con la band. “La Stessa Barca” era stato un disco senza compromessi, di puro spirito rock ‘n’roll. Lo abbiamo registrato in presa diretta negli studi di Steve Albini e il suo sound rimandava molto al rock indipendente americano di matrice punk. L’età, però, mi ha portato pian piano a sentire la necessità di cambiare e di evolvere verso territori differenti. Dopo vent’anni di attività e tanti dischi ho capito che era arrivato il momento di trovare una strada più personale da percorrere. Lavorare con una band rappresenta una qualcosa di molto creativo, dove ognuno ha le proprie idee che vengono amplificate dal gruppo, tuttavia a volte può anche capitare il contrario.  Più innaturale, dunque,sarebbe stato cristallizzarsi in qualcosa che poi appartiene ad una età diversa. Ho affrontato quegli anni con uno spirito punk e sono felice di tutto quello che ho fatto. Sento però di dovere aderire al richiamo della mia natura che mi porta ad essere un uomo più posato, anche perché sposato con figli. Queste cose si sono riverberate in maniera importante anche nella mia scrittura, avendo cercato sempre di fare una fedele cronaca di quello che osservavo attraverso la mia lente. E’ chiaro che racconto storie che nascono da ispirazioni diverse, però è la mia lente, la mia sensibilità, che poi alla fine le interiorizza e le pone da un certo punto di vista. 

Quali sono state le difficoltà nel lasciare i 24 Grana, nel momento in cui avevate in qualche modo raggiunto il vostro vertice artistico?
E’ stato sicuramente difficile, però è necessario capire quando si è dato veramente tutto dal punto di vista creativo. Io ho sempre affrontato questo mestiere, chiamiamolo così, cercando di non 
crogiolarmi mai sui risultati ottenuti. E’ questa la mia natura, cerco di seguire l’ispirazione come il surfista cerca l’onda perfetta, osservo quello che mi circonda e ascolto generi e stili musicali differenti. Tutto questo, a volte, è difficile da conciliare pienamente con le esigenze di una band. 

In questo senso “Francesco Di Bella & Ballad Cafè” è stato determinante nell’evoluzione verso il tuo percorso come solista…
“Ballad Cafè” era una performance di tipo confidenziale in cui mettevo in primo piano i testi. Volevo tornare all’essenza delle canzoni partendo da atmosfere tipicamente acustiche e folk.

Come nasce il tuo nuovo album “Nuova Gianturco”?
Gianturco è un quartiere periferico di Napoli, poco distante dalla stazione centrale e dal Centro Direzionale. Lì ha sede Officina 99, storico centro sociale, che insieme ad altre associazioni ha contribuito a far rinascere quella zona. La storia di questo quartiere è diventata la metafora per raccontare più in generale le periferie, non luoghi dove non c’è nulla ma solo la forza di volontà, e forse è per questo che ogni tanto nascono cose meravigliose come il carnevale di Scampia, organizzato dall’associazione Gridas di Felice Pignataro. E’ necessario restituire la speranza alla gente che vive in questi quartieri  e il mio auspicio per un futuro migliore è tutto nell’aggettivo “nuova”. Nel mio percorso artistico ho sempre notato che in quartieri come Gianturco c’è sempre un fermento che nasce dal basso e che da vita ad associazioni, centri sociali e realtà varie che 
cercano di ricucire un tessuto sociale evidentemente lacerato.  

Dal punto di vista sonoro come sei riuscito a tradurre tutto questo?
Raccontare le periferie spesso vuol dire descrivere deserti emotivi, invece trasmettere emozioni vuol dire restituire fiducia alla gente. Nelle periferie di Napoli come in quelle di tutto il mondo c’è un desiderio di rinascita, di speranza e di rivendicazione di umanità che volevo cogliere anche dal punto di vista sonoro. Per questo motivo, la mia intenzione era quella di dare al disco un sound brillante e solare che portasse le canzoni con il vento in poppa, e grazie a Daniele Sinigallia siamo riusciti ad ottenere arrangiamenti ariosi che descrivono bene il paesaggio sonoro e lo scenario del disco. 

La collaborazione con Daniele Sinigallia ha radici lontane nel tempo…
Daniele ha prodotto “Gosthwriter” dei 24 Grana, al quale ha collaborato Riccardo Sinigallia cantava in “Avere una vita davanti”, Filippo Gatti e Marina Rei.  Proprio grazie a quest’ultima sono entrato in contatto con lui e da allora è nato un bellissimo rapporto artistico, e poi siamo molto amici. Lui ha curato la produzione e gli arrangiamenti del disco.  

La genesi del disco è stata lunga e meditata. Come si sono svolte le sessions?
Ci ho messo un bel po’ sia a scriverlo che a produrlo. In particolare le registrazioni si sono svolte nell’arco di un anno e mezzo, durante il quale da Salerno, dove vivo, mi spostavo a Formello, vicino Roma, dove c’è lo studio di Daniele Sinigallia. Lì passavamo le nostre giornate, e abbiamo essenzialmente lavorato ad arrangiamenti che non fossero mai scontati. E’ stato un lavoro molto bello ricercare il sound giusto per ogni brano. 

Passando ai brani, l’album è stato anticipato dal singolo “Tre Nummarielle” ...
E’ una canzone romantica ma l’ispirazione è arrivata dall’osservazione della fila quotidiana di persone davanti alla ricevitoria sotto casa mia. C’è sempre gente che va a puntare tutto quello che ha sull’Enalotto o che compra i Gratta e Vinci. Tutto questo, oltre ad essere un dato tradizionale del nostro DNA campano, è un segno di questi tempi in cui si ci aggrappa a tutto. In qualche modo ho raccontato anche quanto è difficile la vita per chi raggiunge risultati importanti come la laurea e si ritrova a vivere da precario con una famiglia sulle spalle.
In questo senso credo ci sia una vena amara di sarcasmo, ma nel profondo è una canzone d’amore sulla speranza di poter vincere al lotto per rendere migliore la vita di chi si ama. 

“Na bella vita” mescola ispirazioni differenti: la tua vita personale e la storia di un uomo che perde tutto a causa della cocaina…
E’ questa la mia tecnica di scrittura. Parto da una ispirazione o da un fatto personale o autobiografico e poi scrivo qualcosa che prende una piega diversa, parallela al mio vissuto. In particolare, questo brano parte dalle immagini dei posti in cui vivo, la Costiera Amalfitana, il mare, i vicoletti colorati di buganvillee e dall’armonia di una famiglia con due bambini piccoli. Il brano descrive la tranquilla vita del protagonista, guastata dal vizio per la cocaina che lo porta a perdere tutto, la moglie, la famiglia, la casa. Insomma come dice la canzone “na bella vita a terra non si trova”. 

In “Aziz” invece racconti dell’integrazione degli immigrati nelle periferie ormai sempre più multietniche e multiculturali..
Gianturco è proprio così. C’è un villaggio dei rom, ci sono gli africani, i cinesi, gli autoctoni. E’ un vero e proprio mondo in scala. Per questa canzone ho chiesto aiuto a Luca “O’Zulu” Persico dei 99 Posse che ha cofirmato il brano, perché volevo imprimere alla canzone il senso di rabbia e di riscatto che solo lui sa far emergere. 

In “Blues napoletano” stendi un ponte tra Napoli e gli States..
Il disco nasconde toni scuri e l’aggettivo “nuova” del titolo serve un po’ ad esorcizzarli. In “Blues napoletano” racconto il rapporto contraddittorio che ho con Napoli, sempre sospeso tra odio ed amore. In fondo è quello che provano tutti quelli che si aspettano qualcosa da una bella città come la nostra, spesso però bisogna essere bravi a saper cercare tutto questo, perché non sembre è molto esplicita.

“Gina se ne va” nella sua trama dylaniana racchiude il ritratto di donna in fuga…
Amo molto la musica folk dalle field recordings di Lomax a Bob Dylan per il quale non ho mai nascosto una vera e propria passione e in “Gina se ne va” ho cercato di farla emergere. E’ un brano che ho molto a cuore perché si rivolge ad una donna in difficoltà che fugge. Non riesco ad inquadrarla se è italiana o straniera. Proprio perché è una delle canzoni che sento molto, è quella più misteriosa e magica. 

La bella rilettura di “Brigante se more” dei Musicanova ti vede affiancato da Dario Sansone dei Foja e da Gnut…
Negli anni Novanta chi frequentava l’Università a Napoli, piazza San Domenico, poteva sentire questo brano cantato in ogni angolo della città. E’ una canzone bellissima di libertà ed anarchia, e rappresenta il simbolo di ribellione che abbiamo noi meridionali. Dopo molte ricerche ho trovato anche il vinile dei Musicanova e volevo rendere omaggio al presente, al passato e al futuro della scena musicale napoletana. Ho apportato alcune modifiche al testo per renderlo più attuale, e questo anche perché vedo nella musica di matrice popolare qualcosa che è in continuo movimento. 
Ogni tanto con Dario e Claudio abbiamo condiviso il palco, e con lo condivido la passione per il folk e il folk-rock. Mi sembra questo il brano fosse il più adatto per essere cantato insieme perché è un territorio comune. In fondo siamo noi i briganti con la chitarra.

Il disco si chiude con la ballata “Guardate fore”, uno segno di speranza…
“Nuova Gianturco” ha la struttura del concept album, parte dal set dove le storie si dipanano e si chiude con uno sguardo sul mondo. E’ il mio invito alla gente a capire quello che sta succedendo, ad essere consapevoli che è necessario cambiare prima noi stessi e poi il mondo. 

Concludendo, come saranno i concerti in cui presenterai questo nuovo disco? Farai anche qualche data in acustico?
Sto preparando una serie di concerti full band, e abbiamo già suonato a Roma e a Milano e proseguiremo in tutta Italia. Per le performance in acustico, quella è una dimensione che mi piace molto e che sto sperimentando da molto tempo, quindi sicuramente ci saranno degli appuntamenti. 



Francesco Di Bella – Nuova Gianturco (La Canzonetta/Sintesi 3000/Self, 2016)
Situato ai margini del centro di Napoli nei pressi della Stazione Centrale e del Centro Direzionale, il quartiere Gianturco è noto per essere sede di immensi stabilimenti industriali del settore petrolchimico e metallurgico, che si scorgono già dall’autostrada preannunciati dall’odore intenso di benzina che si sente nell’aria. L’industrializzazione e la vicinanza al porto e a quei grattacieli che avrebbero dovuto segnare la rinascita del quartiere, non hanno impedito che diventasse uno dei più degradati della città. Nonostante ciò, lì nel 1991 nacque Officina 99, centro sociale occupato dal movimento universitario “Pantera” che divenne una vera e propria fucina creativa per tante formazioni campane come Bisca, 99 Posse e 24 Grana. A questo quartiere a lungo frequentato, Francesco Di Bella ha dedicato “Nuova Gianturco”, il suo primo album di inediti come solista, nel quale si intrecciano storie di vite ai margini e di precari, di sconfitte e di sogni, di rabbia e di dolcezza di gente che però non smette di sognare un futuro migliore per sé e per la propria città. E dunque è nell’aggettivo “Nuova” che è racchiuso tutto questo, con la periferia di Napoli diventa il simbolo di tutte le periferie del mondo in cerca di riscatto, nonostante le difficoltà ed il degrado. Se il disco precedente ci raccontava l’esigenza di Francesco Di Bella di riappropriarsi come cantautore del repertorio dei 24 Grana, questo nuovo disco fotografa in modo eccellente la sua piena maturità come songwriter, svelandoci canzoni intense e profonde tanto dal punto di vista tematico quanto da quello ispirativo. Prodotto ed arrangiato da Daniele Sinigallia (chitarre e programing), il disco vede al partecipazione di un folto gruppo di strumentisti composto da Alfonso Bruno (chitarra acustica), Alessandro Innaro (basso), Cristiano de Fabritiis (batteria), Andrea Pesce (tastiere) e Marjorie Biondo (vocals), a cui si aggiunge i basso di Joe Lally dei Fugazi. In questo senso ascoltando “Nuova Gianturco” si ha la sensazione di essere di fronte ad un disco dal sound articolato e declinato in modo mai banale, frutto di un lavoro di confronto creativo serrato e costante. Ad aprire il disco è la trascinante title-track che ci restituisce alcune atmosfere vicine agli ultimi 24 Grana, ed allo stesso tempo ci schiude le porte per Gianturco si sente forte l’odore di benzina e “l’amore non basta” ma “coccosa se po’ cagnà”. La successiva “Aziz”, co-firmata con Luca Persico “O’Zulu, ci conduce con le sue atmosfere roots nel cuore multietnico del quartiere con Di Bella che si immedesima in un migrante che senza terra non ha paura. Si prosegue con la ballad “Tre nummarielle”, un brano dal sound solare nel cui testo è racchiusa la speranza di una vittoria al lotto per offrire una vita più serena alle persone che si amano. Se “’Na bella vita” racchiude la storia di un uomo che perde tutto a causa del vizio della cocaina, la successiva “Non ho più tempo” evoca il desiderio di fuga dall’alienazione della vita contemporanea che non permette nemmeno di accorgersi dei propri sogni. Il bel duetto con Neffa in “Progetto”, e la splendida “Blues napoletano” ci conducono al vertice del disco ovvero la dylaniana “Gina se ne va”, il ritratto di una donna in fuga dal dolore e dalla disperazione che Di Bella dipinge con poesia e dolcezza. Completano l’album la bella rilettura di “Briganti se more” con la complicità di Dario Sansone dei Foja e Claudio “Gnut” Domestico, e la ballata “Guardate fore”, un canto di speranza e un invito a superare le difficoltà della vita. Insomma “Nuova Gianturco” è il disco di un cantautore maturo in grado di evocare nelle sue canzoni immagini poetiche di grande suggestione nelle quali si intrecciano temi sociali, esperienze personali e spaccati autobiografici.


Salvatore Esposito

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