venerdì 4 novembre 2016

Corde Oblique – I maestri del colore (Infinite Fog Production/Audioglobe, 2016)

I lettori più stagionati ricorderanno la collana d’arte a dispense prodotta negli anni Sessanta del secolo scorso dall’editore Fabbri, chiamata proprio “I maestri del colore”, che è il titolo scelto per il sesto album dell’ensemble napoletano diretto dal chitarrista Riccardo Prencipe (in precedenza ha lavorato come autore e chitarrista dei Lupercalia). La copertina dell’album riprende uno scatto di Franco Fontana, “Paesaggio, Parco dei Sibillini”, del 1999. Registrato, mixato e masterizzato a Napoli da Corrado Taglialatela, Salvio Vassallo e Giuseppe Polito, il disco esce per l‘etichetta Infinite Fog production. Così Prencipe spiega la scelta di una label russa piega Prencipe: «Non c'è sempre un perché, le cose prendono una piega naturale e assecondano i gusti. Ho iniziato dal 2000 con la World Serpent, etichetta inglese, poi abbiamo lavorato con un'etichetta portoghese e una francese. Degli otto dischi che ho prodotto nella mia attività di autore, solo uno è stato stampato da un'etichetta italiana. In italia non ci sono realtà che puntano al diverso, la stragrande maggioranza di etichette italiane puntano al brano pop da Sanremo a XFactor: ecco perché non ci si è mai capiti». Insomma, non ci sembra sia proprio così, e in Italia non esiste solo chi si occupa di musica usa e getta: basta scorrere le pagine di “Blogfoolk”, ma questo è il Prencipe-pensiero. I Corde Oblique sono una longeva e significativa realtà artistica partenopea di musica di confine dall’elevata visionarietà, non riconducibile all’esaltazione della napoletanità linguistica post-danielana né a certi cliché espressivi dell’emarginazione urbana piuttosto seguono una personale ostinata ispirazione compositiva, non curandosi delle tendenze e delle mode. Il motivo sinestetico dell’album non è casuale, poiché molte delle composizioni nel palinsesto di tredici tracce sono ispirate a dipinti o portano un colore nel titolo. Lo stesso Prencipe definisce la band come ‘ethereal folk prog’, una categoria che, come spesso accade in questi casi, dice tutto e niente, ma soprattutto non riesce a restituire il variegato spartito di Prencipe e compagni. Ancora Prencipe: «L'etichetta è sempre una forzatura, ma spesso serve alla critica e agli ascoltatori come primo appiglio di riferimento. Siamo partiti e proseguiamo come una realtà musicale in cui coesistono tantissime sfumature e una variegata presenza di strumenti musicali assai diversi». Ad ogni modo, a volte un nome tutelare (lo spirito dei Dead Can Dance e della loro mente Lisa Gerrard) aleggia sull’album, ma non è il solo modello estetico e faremmo torto alla band non voler cercare un unico denominatore comune. I Corde Oblique privilegiano un assetto cameristico al quale contribuisce una formazione base composta dal violino di grande esperienza di Edo Notaloberti, dalla voce duttile di Annalisa Madonna, dal basso e dal contrabbasso di Umberto Lepore (musicista abile nella ricerca del suono e dell'improvvisazione pura ina zione con diversi ensemble) e dal drumming potente di Alessio Sica. Altri collaboratori si inseriscono qua e là nei brani de “I maestri del colore”: le percussioni di Michele Maione, il basso di Davide Afzal, il piano e il synth di Luigi Rubino, la tromba di Charles Ferris, l’organetto di Alessandro d’Alessandro, un quartetto d’archi, il polistrumentista Walter Maioli ai fiati (dai seminali Aktuala all’archeologia sonora dei Synaulia), l’’ūd di Peppe Frana, le voci della lucana Caterina Pontrandolfo e la bulgara Denitza Seraphim. Quali le novità di questa nuova produzione dei Corde Oblique? Ascoltiamo Riccardo: «Tantissime rispetto al passato, un vero e proprio spartiacque nella nostra produzione. Abbiamo inserito la chitarra elettrica, la tromba e tante nuove sonorità locali, le venature ‘pop’ definitivamente abbandonate, siamo serenamente autentici». Una scrittura controllata, ben congegnata ed elegante, dal tratto crepuscolare e inquieto, dall’ampia gamma di tonalità, con un vasto un campo d’azione che inanella classicismo, echi folk e mediorientali, aperture alla musica antica, innervata con vistosi innesti progressive, strumentisti dotati e vocalist di grande versatilità. La chitarra elettrica apre “Suono su tela”, strumentale sognante e danzante, firmato con il violinista Notarloberti, per cui è stato prodotto un bel video. La voce oscura di Denitza, il mantice di d’Alessandro e la tromba di Ferris arricchiscono la trama potente de “I Sassi di Matera”. Invece, “Violet Nolde” porta luminose venature elettriche, che diventano incalzanti per poi scemare. Il quartetto (chitarra, percussioni, tromba ed elettronica, voce) di “Il cretto nero” si dispone per esaltare il cantato-recitato di Caterina Pontrandolfo. “Giallo dolmen” (complici i fiati etnici di Walter Maioli) porta una dedica a Roberto De Simone ed è ispirata al complesso megalitico di Li Scusi vicino Minervino, in Puglia. Troviamo accostamenti sorprendenti di canzoni: “Amara terra mia” di Modugno, che è scarnificata per sola voce, e un canto trecentesco spagnolo (“A fondo oro”). Potente è “Papavero e memoria” – tra gli episodi migliori del disco –, violino e chitarra classica accompagnano i vocalizzi di Annalisa Madonna in “Rosa d’Asia”. Un altro passaggio notevole del lavoro è “L’urlo rosso” (di Prencipe e Notarloberi), affidata al quartetto d’archi, la chitarra elettrica di Prencipe ricama una ninna nanna (“Blu regale”), “Blubosforo”, che rimanda alla metropoli turca, si dipana tra velluto canoro e chitarra sognante, incisi di violino e soffi di organetto diatonico. Di nuovo gradazioni intimiste ne “L’occhio bianco”, ma questa volta entra in scena, da protagonista, il pianoforte di Rubino con chitarra elettrica, ebow, violino e tromba a fare da contorno alla melodia. Arrivati in fondo, parte una ghost track con chitarra e batteria rockeggianti. Come accaduto per opere precedenti dei Corde Oblique, le note emozionano per le tante sfumature che si avvicendano nell’album, pur manifestandosi, a tratti, una certa convenzionalità: l’opera non è sempre accesa – per continuare sul piano dell’immaginario pittorico – da pennellate più increspate ed incisive. Tuttavia, ciò non riduce il merito di una band che nel panorama partenopeo è un bell’esempio di libertà compositiva, di sound dal respiro internazionale.


Ciro De Rosa

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