Ethnos International Festival, Comuni Vesuviani e Napoli, 22 Settembre 2016 - 12 Ottobre 2016

La manifestazione di world music approda alla XXI edizione, ‘occupando’ per tre settimane il territorio vesuviano e, per il concerto finale, un luogo fascinoso come il Cimitero delle Fontanelle nel capoluogo campano. Undici concerti con artisti provenienti da dieci Paesi: una rassegna che da oltre due decenni si sviluppa come percorso nelle culture - intese come entità non fisse ma mobili - e nella creatività artistica. Quest’anno, oltre alle performance musicali, ci sono stati sedici itinerari guidati in siti storici, naturalistici e archeologici, uno stage di danza, il monologo “I ritmi della festa” di Paolo Apolito, un incontro con lo stesso antropologo salernitano, Peppe Barra (premio Ethnos inaugurato quest’anno) e il direttore artistico Gigi Di Luca, da sempre nocchiero della storica rassegna. «Ancora una volta Ethnos – spiega proprio un soddisfatto Di Luca al termine dell’ultima serata, che ha visto protagonista il duo Jubran-Hasler – si è rivelato un forte attrattore turistico culturale, un evento molto atteso dal pubblico, che lo ha seguito come una carovana di città in città, apprezzando tutte le proposte artistiche. Si conferma cosi l’alto profilo di questo festival culturale unico in Campania, occasione di crescita e di conoscenza, volano per lo sviluppo dell’intero territorio vesuviano. 
La sua credibilità a livello internazionale è tale che la prossima settimana parteciperò in qualità di direttore al Focus Galizia del Womex di Santiago de Compostela, invitatocome unico rappresentante per l’Italia, insieme ad altri direttori di festival internazionali, dalla Comunidad della Galizia». Insomma, bilancio appagante per i concerti gratuiti o proposti a prezzi molto popolari (molte serate sold-out) in ventuno giorni, dislocati in nove location sparse in otto comuni. Se è vero che la maggior parte dei festival musicali italiani trova collocazione in luoghi di grande bellezza, talvolta riscoperti proprio grazie alla musica, se premi ad artisti, convegni e itinerari culturali che mettano al centro il territorio naturalistico fanno parte del format progettuale per ottenere finanziamenti pubblici, è indubbio che il valore aggiunto di una manifestazione come quella che ha coinvolto i comuni vesuviani, con capofila quello di San Giorgio a Cremano, è rappresentato dalle location davvero uniche e dal programma di qualità pensato per i luoghi. Peccato che i guazzabugli burocratici abbiano determinato lo slittamento di una settimana dell’intero programma e che l’ottobrata partenopea non sia stata favorita dalle condizioni meteorologiche spesso avverse. Ciò ha comportato la ricollocazione di alcuni concerti, sempre in sedi ‘nobili’, o qualche spostamento di data. Parlando degli artisti, quest’anno non c’è stato un tema portante che li abbia accomunati, come è avvenuto in passato, ed è certo che il mondo world e new trad italiano è sempre un po’ inevaso da Ethnos e poco rappresentato, a vantaggio del nome storico (o di cassetta). Eccezione, quest’anno, la presenza di Stefano Saletti con il suo progetto SoundCity, tutto da ascoltare. Tuttavia, la qualità delle proposte si è confermata elevata, quantunque di progettualità davvero nuova se ne sia vista poca. 
Ma qui dovremmo aprire una digressione su cosa sia oggi la world music, ma soprattutto su cosa voglia dire chiudere una rassegna in tempi molto stretti, in un periodo dell’anno che non è quello della stagione estiva, quando gli artisti sono più numerosi. In ogni modo, tutto ha avuto inizio con la festa grande nella serata inaugurale a Villa Vannucchi a San Giorgio a Cremano (22 settembre), che ha visto in scena Fatouma Diawara. La nuova stella maliana - autrice, cantante, chitarrista e attrice - conquista con la sua esuberanza e la sua semplicità contagiose il folto pubblico che, a metà del set, lascia le sedie per occupare il centro dell'arena e ballare spinto dal suono coinvolgente di un affiatato quartetto: Fatoumata Diawara, voce e chitarra, Jean Alain Hohy al basso, Colin Laroche alla chitarra, Ekoué Jean Baptiste Gbadoe alle percussioni. Gli ingredienti ci sono tutti: una presenza scenica notevole, una voce dal timbro dolce e brillante (seppure non da vertici assoluti, se il termine di paragone è, per esempio, Oumou Sangare), ma che si muove agevolmente con vena cantautorale o sulle iterazioni modali del Wassoulou. Chitarra elettrica affilata, ma sempre conciliante, ritmo preciso, cifra stilistica che unisce temi di matrice tradizionale maliana, songwriting, rock, afrobeat, e R&B, passi di danza, vena alter-mondiale (omaggi a Mandela e alle grandi signore della musica africana), testi che riflettono sull'emancipazione delle donne, denunciando le mutilazioni genitali femminili, parlano della condizione dei migranti, che inneggiano alla libertà di viaggiare, che solo gli occidentali e gli artisti – e questi ultimi non sempre – hanno (il mondo è come un libro da leggere per conoscere, spiega Fatou), raccontano di un'Africa ricca di cultura che non è solo guerra e povertà, del futuro delle nuove generazioni, della pace nel tormentato Mali. Il focus asiatico di Ethnos si è sostanziato nella ieratica e solitaria esibizione della virtuosa della cetra koto Mieko Miyazaki, a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata (29 settembre), e nelle virtuosistiche diplofonie e nell’assetto strumentale semi -cameristico dei mongoli Egschiglen,
 accompagnati anche da una danzatrice, nello scenario assai indovinato della sala affrescata di esotismo cinese della Reggia di Portici (30 settembre). Di Peppe Barra, che dire ancora? Conferma il suo estro di maschera mordace e ironica dal registro vocale plastico: levigato e corrosivo, scuro e aguzzo, canto senza costrizioni di un artista puro, come anche il suo recente “E Cammina… Cammina” ha confermato. Una delle scelte più interessanti per il cartellone di Ethnos, perché è difficile ascoltare queste musiche in Italia, è stata la travolgente orchestra di nove elementi della Palenque La papayera, espressione della musica caraibica della Colombia. Anche del trio di Aziz Shamaoui & University of Gnawa - Aziz (voce, ngoni e mandola), Hervé Sambe (chitarra) e Adhil Mirghani (percussioni e voce) - non si può che dire bene, per l’immediatezza di suono, la fusione di groove arab-rock e ritmi afro-maghrebini che lascia il segno a Torre del Greco, agli ex Molini Meridionali Marzoli. La puntata italiana world di Ethnos trova compiutezza nella mappatura sonora mediterranea disegnata da Stefano Saletti e Banda Ikona (Barbara Eramo alla voce, Mario Rivera al basso acustico e Giovanni Lo Cascio alle percussioni), esibitisi alla Reggia Quisisana, altra dimora storica sulle colline di Castellammare di Stabia. Invece, nella cappella di Santa Maria di Montevergine a Boscoreale, il folto pubblico è stato irretito dal canto solo di Daby Touré, cantore contemporaneo mauritano-senegalese-parigino dal tratto folk-pop. Del maltempo si è già detto, i suoi effetti hanno costretto Ambrogio Sparagna (organetto) e Davide Rondoni (voce recitante), con Anna Rita Colajanni (voce), a rinunciare all’energia del fuoco…. , visto che il “Il canto del Vulcano”, il format che di anno in anno prevedrà la partecipazione di scrittori, poeti e musicisti in un evento creativo speciale nel piazzale quota mille sul Vesuvio, è stato spostato alla Casina degli Specchi di Villa Favorita di Ercolano. Vibrante e fresca, animata da strumentisti davvero in gamba pur senza grande originalità di repertorio, la serata nell’ex- Fonderia di Villa Bruno a San Giorgio con la Barcelona Gipsy Balkan Orchestra, sestetto multiculturale (Catalogna, Andalusia, Italia, Grecia, Serbia, Francia) 
residente nella città catalana, che ha da poco dato alle stampe “Del Ebro al Danubio”, un mix di ritmi zoppi est europei, tocchi manouche e latini, canti in lingua romanes e catalano. Con mestiere il gruppo mette di fila “Hasta Siempre”, “Ay Carmela”, ballate narrative e hit rom (“Ederlezi” e “Gelem Gelem”). In tempi di nuovi muri, da est a ovest, è musica di cui c’è sempre più bisogno! Come già ricordato, il finale di Ethnos ci ha portati a Napoli, nello scenario del Cimitero delle Fontanelle - purtroppo, troppo freddo e umido, vista la stagione - dove ci hanno emozionato la sensibilità dal tratto magnetico dell’oudista e cantante palestinese Kamilya Jubran e la tromba e i live electronics dello svizzero Werner Hasler. L’artista si muove tra modi classici arabi, elettronica e improvvisazione, che incorniciano liriche di poeti contemporanei del mondo arabo spesso esiliati (dal Marocco alla Palestina, dall’Iraq alla Siria e alla Giordania). In altre parole, musica contemporanea, altro che “duo etnico”, come con superficiale approssimazione scrive la stampa locale. Sul futuro del Festival, sentiamo ancora il direttore artistico: «L’auspicio per il futuro è che Ethnos possa avere in Campania e in Italia una maggiore riconoscibilità dalle istituzioni  per poter programmare le attività in modo stabile per tutto l’anno con l’impegno di diventare ancora di più un festival multidisciplinare, un Focus sulle culture dei popoli e un percorso formativo per i bambini e i ragazzi nella conoscenza dell’altro». Quella del riconoscimento di festival musicali come eventi centrali nello sviluppo culturale di un territorio è una vicenda annosa, che si ripete di anno in anno, e che non consente, come accade all’estero, di programmare con largo anticipo le manifestazioni, che meglio funzionerebbero in estate o in un percorso diffuso tutto l’anno. Sì, rilanciamo e pensiamo a un investimento su un Ethnos Winter, oltre all’evento clou festivaliero estivo (e non autunnale), inteso come insieme di attività concertistica, ma anche laboratoriale, rivolta soprattutto ai più giovani, che possa essere accolta nelle location storiche (se necessario, al chiuso) nell’arco di tutti i dodici mesi. 


Ciro De Rosa 
Ha collaborato Enrico Germani  
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