Issa Murad – Joussour (Mazzika, 2016)

Suonatore di ʿūd palestinese nativo di Betlemme, Issa Murad ha iniziato a suonare lo strumento e a cantare con suo padre, prima di intraprendere studi formali al Conservatorio Edward Said e divenire egli stesso didatta a Ramallah e Gerico. Nel 2001 ha vinto il Premio Marcel Khalifé come migliore suonatore di ʿūd in Palestina. Stabilitosi in Francia nel 2007 per frequentare un master in etnomusicologia alla Sorbona, ha proseguito l’attività tra stage, insegnamenti, concerti e collaborazioni accademiche. Tra i suoi modelli di strumentisti classici e moderni troviamo Farid el Atrash, Ryad el Sonbaty, Mohammad el Qasabgy, Sherif Muhittin Targan, Gamil and Munir Bashir e Simon Shaheen. Murad si esibisce da solista e in gruppo, e numerose e variegate sono le sue esperienze con artisti diversi, tra i quali Aïcha Redhouane, Suor Marie Keyrouz e Jan Schumacher Quintet. “Joussour” è il suo nuovo progetto di sue composizioni, a cavallo tra jazz di marca medio-orientale che si muove nei territori del maqām, e impronte sonore balcanico-ottomane e indiane. Gli spartiti di Murad si dipanano intorno a un efficace sestetto composto da valenti musicisti, due dei quali impegnati con strumenti di tradizione extraeuropea: il percussionista siriano Samir Homsi e Rishab Prasanna, suonatore di bansouri (e voce in “Joussour”), originario di Nuova Delhi, proveniente da una rinomata schiatta di musicisti; poi ci sono i tre strumentisti dal background jazz, che sono Richard Turegano al piano, Marc Buronfosse al contrabasso e Frédéric Chapperon alla batteria. Nei dieci titoli del disco (della durata totale di quarantasei minuti), la poetica del compositore palestinese predilige un robusto ancoraggio nella tradizione araba, ma si rivela propensa alla confluenza di linguaggi sin dal titolo d’apertura, “Joussour”, dove si integrano cellule ritmiche della musica indostana e linguaggio jazzistico. Sulle sue procedure compositive, Issa Murad mi dice: «Credo che la musica non abbia e non ‘debba avere’ confini. L’uso dei ritmi tradizionali e dei modi del maqām riflettono il mio punto di vista sulla musica a cui sono stato esposto sin dalla mia fanciullezza. Pertanto, questa è musica che vuole essere libera fin dal principio e mostrare che, invece, di confini possiamo costruire ponti. “Joussour” significa, per l’appunto, “ponti” e la nostra musica rinvia alle nostre diversità. Ho dovuto comprendere questi elementi di ricchezza, facendo sì che il mio stile rispettasse tutte le diverse componenti culturali di cui il gruppo è portatore. Ho imparato a non aver paura di mischiare cose che sembravano ‘difficili da mischiare’». Sono molte le fonti di ispirazione dell’artista palestinese, che rimarca: «L’immagine è una grande fonte di ispirazione, mi aiuta molto nella fase di composizione. Molte immagini che mi vengono in mente sono trasformate in musica. Forse, per questo mi dicono che i miei pezzi potrebbero essere adatti come musica per film. Prima di andare in studio, il 90 % della mia musica è fatta di idee già definite, ma una piccolo parte si sviluppa in sala di registrazione in base allo stato d’animo del gruppo e all’energia del momento, ma ciò riguarda più l’interpretazione che la forma stessa del brano». Il sestetto, guidato da liuto arabo e flauto indiano, si muove con passo sicuro ed elegante nella successiva “L’égaré”, altro brano dall’ampio respiro e dalle composite modulazioni. Segue la rotta balcanica, invece, “La Folle qui Danse”, uno degli episodi di punta dell’album con la sua complessità ritmica. Tonalità calde di fusione di stili e di prospettive sonore per “La Mer”, “Houroub” e “Zeina”, prima di entrare nella dimensione dell’avventurosa di “The Mysteriuos Person”, un altro brano dagli aromi ben assortiti; drumming e percussioni, contrabbasso e piano ben assecondano e intersecano le impennate di flauto ed ʿūd in “Yanayer”. Pianoforte e liuto sono in misurata simbiosi nella breve “Caravane I”, pronti ad aprire la strada all’energia e alla solarità rassicurante del pieno strumentale di “Caravan II”. Da conoscere. www.issamurad.com 


Ciro De Rosa
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