mercoledì 15 giugno 2016

Radicanto – Memorie Di Sale (AreaLive, 2016)

Poetica della memoria di terra e di mare nel ventennale in musica di Radicanto
Venti anni di carriera, dieci album, tra viaggi immaginifici mediterranei e approdi sicuri nella poetica del Sud Italia, tra sodalizi, confronti ed incontri. La band pugliese Radicanto ritorna con un disco, come sempre raffinato nelle sonorità e nelle liriche, in equilibrio acustico tra passato e contemporaneità, dove ci si muove tra colori timbrici variegati, accostando mondo medievale, canzone d’autore, stilemi world ed espressioni musicali tradizionali del Sud, dove armonie di umore jazz incontrano improvvisazione e spunti prog. Un lavoro costruito e arrangiato sull’intreccio delle corde e le belle voci, su cui si innestano i flauti e le percussioni. Come nel precedente “Oltremare”, la città di Bari è al centro della narrazione. I Radicanto di questo nuovo disco sono: Maria Giaquinto (canto, voce recitante), Fabrizio Piepoli (canto, tastiere), Giuseppe De Trizio (chitarra classica, mandolino, arrangiamenti), Adolfo La Volpe (chitarra classica, chitarra elettrica, chitarra portoghese, oud, saz, basso elettrico), Francesco De Palma (zarb, udu, tar, bendir, riq, tamburelli, doumbek, darbouka, cajon, talking drum, batteria, castagnette, micro-percussioni), Paolo Pace (flauto traverso in “Pietre bianche”, “Filecenza” e “Passa la storia”), Gianni Gelao (chanter, flauti dolci in “La capa del turco”, “Ninna nanna reginella” e “Bella donn”). Di “Memorie di sale” parliamo con Giuseppe De Trizio, chitarrista, autore e bandleader. 

Guardando a questi venti anni di musica come si è orientata la bussola di Radicanto?
La nostra indagine musicale è da sempre diretta alla rilettura originale, in chiave d’autore, del tessuto vivo della canzone popolare pugliese e meridionale. La nostra musica, da sempre, si compone di micro melodie che formano armonia: è la caratteristica principale di Radicanto. La curiosità, la vocazione ad unire musica e teatro in una narrazione unica ci ha condotto attraverso storie e itinerari artistici che hanno impreziosito il nostro percorso.

Come in un recente lavoro di un altro grande artista del Sud, Carlo Muratori, anche nel titolo del vostro decimo album c’è il sale: perché “Memorie di sale”? 
Perché il sale conserva. Perché il sale cura le ferite. Perché il sale custodisce un sapore che non puoi scordare. Perché il sale mantiene vivida la memoria, come nell’acqua del mare. Una memoria che non smette mai di ripetersi, di nutrirsi, di rinnovarsi, di tornare su se stessa molte volte. Queste vestigia sono la bussola del nostro viaggio al rovescio che interroga il tempo grande della storia.

La cifra essenzialmente acustica continua a essere vostra prerogativa… 
Questo lavoro è stato costruito e arrangiato più di ogni altro sull’intreccio delle corde. Sull’ossatura delle corde si sono mosse le percussioni (come era accaduto già nel precedente “Oltremare”), preferendole quasi sempre alla batteria, ritroviamo l’avvento dei flauti, ideale cornice per le digressioni vocali di Maria Giaquinto e Fabrizio Piepoli. La genesi del CD è stata una gestazione “casalinga”. 
Abbiamo svolto molte prove nel salone della casa di Maria, senza amplificazione, misurando gli interventi strumentali, completando un repertorio che passa con disinvoltura dagli stilemi tradizionali alle code progressive dei brani, dalla musica antica a quella d’autore. In studio, invece, abbiamo prestato molta cura alle riprese degli strumenti ed ai suoni. Il risultato è una musica curata nei dettagli e nei missaggi.

Musicalmente parlando, c’è anche il ritorno del flauto… 
È vero, i flauti sono un grande ritorno, ne avvertivamo l’urgenza. Quelli dolci, suonati con maestria da Gianni Gelao, collaboratore di Radicanto (dal vivo e nei dischi) sin dagli esordi, hanno saputo ricomporre la filigrana delle origini della band con sapiente eleganza. Il flauto traverso di Paolo Pace, nuovo collaboratore, ci ha spinti verso l’improvvisazione di matrice jazzistica, dialogando spesso con la voce e superando con talento e intelligenza ogni barriera stilistica.

Come si è sviluppata la tracklist di “Memorie di sale”? 
Come dicevo poc’anzi, è nata sul campo, suonando i brani più volte, intessendo un dialogo tra le nostre singolarità, rinnovando la sintonia e l’intesa come accade nei concerti. I brani si sono affacciati spontaneamente. In un primo tempo avevamo ipotizzato un CD diverso – magari sarà il prossimo –, poi la fascinazione acustica e l’amalgama sonoro ci hanno suggerito, con naturalezza, queste strade e ne siamo soddisfatti. Il percorso di realizzazione del CD è stato sostenuto dal contributo di Puglia Sounds e da una fortunata campagna di crowdfunding.

Nel disco, c’è ancora una volta molto di Bari, la vostra città. Proviamo a guardare in maniera retrospettiva di almeno vent’anni la Bari musicale e più in generale culturale. 
Si evoca e omaggia Bari in questo CD - in continuità con il precedente “Oltremare” – in equilibrio tra sacro e profano. Le pietre bianche di Bari vecchia restituiscono, porose, le luci del tempo che le ha attraversate. Incontriamo San Nicola, passiamo attraverso i giochi dei bambini, ci affacciamo sul mare, rievochiamo leggende che hanno intessuto la nostra storia non ufficiale. Bari è una città dalla forte vocazione artistica. Tanti autori, tante formazioni musicali, sono nati e si sono formati qui negli ultimi venti anni. Un grande fermento musicale, di grande qualità espressiva, unito a un notevole istinto culturale. L’attenzione per i dettagli, per le storie dei ‘fantastici perdenti’, per l’incontro tra i popoli del Mediterraneo, ma anche delle sperimentazioni, del rock nelle sue accezioni più disparate. Purtroppo la classe politica della città non è alla stessa altezza dei suoi artisti, questo è un fatto.

Firmi tre composizioni che erano state già incise e sono parte del repertorio della band. Come mai li avete riproposti?
Con “Memorie di sale” celebriamo i nostri vent’anni in musica e ci è piaciuta l’idea di ripercorrerli, diacronicamente, ripescando alcune composizioni che hanno segnato la nostra poetica. Si tratta di tre brani scritti da me. La più antica, “La pesca grosse”, è presente nel nostro primo CD del 1999 “Echi di gente”: una canzone che racconta della gente di mare, del rapporto della città con il mare, del suo essere memoria e via di fuga, abbandono e approdo. Questa nuova versione le rende maggiore ritmicità e vigore. “Pietre bianche”, invece, presente nel CD “Il mondo alla rovescia”, è un brano d’autore in cui il dialetto si mescola alla lingua italiana. 
Sono particolarmente soddisfatto del risultato ottenuto in questa rilettura: un vestito tutto nuovo, di matrice jazzistica europea, con afflati strumentali e vocali di grande pregio. Qunato a “Mezz’ a la strade” (dallo stesso CD), è un po’ il brano manifesto di Radicanto, raccoglie la filigrana d’autore attraverso il metro della ballata ed unisce musica e teatro. Non a caso è stato il nostro primo videoclip estratto da “Memorie di sale”.

Gli stilemi della tradizione popolare si affacciano nella maggior parte delle composizioni, ma incontrate il repertorio tradizionale soprattutto con la liricità popolare del Gargano e un canto del materano… 
Come mai forse prima di questo CD abbiamo omaggiato la tradizione popolare della nostra terra con tanto ossequio proto-filologico anche se, nelle code dei brani, il tutto sfugge e si evolve in attitudine ‘progressive’. Resta però intatta la forma canzone, ideale approdo delle nostre tracce musicali. Ci è piaciuto ricordare come siamo grazie a quello che siamo stati, anche nel modo di eseguire i brani tradizionali o quelli d’autore che ne hanno lo stesso sapore. 

C’è una canzone simbolo del disco? 
Questo è un concept album, le tredici canzoni che lo compongono, sviluppano una storia unica. D’altronde l’arte del racconto è l’archetipo più antico che ci portiamo addosso. Non c’è una canzone simbolo. Tutto “Memorie di sale” concorre ad essere simbolo di se stesso, una vera aporia.

Memoria e Storia: due concetti centrali nel disco…. “Passa la storia” è anche il titolo di un tuo brano che chiude l’album. 
Sentire la musica prima di averla ascoltata, la storia non smetterà mai di insegnarci il futuro. Queste le linee guida della nostra poetica. Passa la storia è una canzone, dal sapore libertario, che esorta a coltivare il dubbio, a guardare attraverso le cose, a cercare una strada che non abbiamo ancora conosciuto. Per questo indaghiamo il medioevo e il quotidiano con apparente disinvoltura. 

Nel percorso artistico di Radicanto ci sono numerose collaborazioni, dal jazz alla musica popolare e antica, dal cinema agli esponenti della musica di tradizione. Cosa significa per voi condividere la strada con altri artisti? Quali gli incontri più importanti? Perché?
Per noi la vita è l’arte dell’incontro, così affrontiamo le nostre collaborazioni, senza confini, oltre il dejà entendu. Quella con Raiz è la più importante e si alimenta di visioni comuni. L’idea che la musica possa essere il vettore privilegiato per superare le difficoltà e favorire il dialogo. L’ipotesi che il pentagramma possa divenire uno strumento d’incontro. La convinzione che la nostra sia una “musica immaginaria mediterranea”, ovvero una musica d’autore (di nostra composizione) che possa confondersi con quelle più o meno vicine. Questa stessa traccia di pensiero ci ha fatto incontrare Teresa De Sio che afferma: “il folk è il rock del popolo”. L’altra deriva delle nostre collaborazioni è l’improvvisazione, la continua ricerca di “atti unici” di espressione sconfinata, come accade nei concerti con Roberto Ottaviano dove tutto si destruttura e poi si ricompone. Parole, linguaggi, musiche meticce. Infine nella scrittura della musica per il cinema e la tivù, viene alla luce l’identità evocativa delle nostre melodie, immagini che vivono e risuonano attraverso le note.


Radicanto – Memorie di sale (AreaLive, 2016)
È un elogio alla civiltà del Meridione (“A sud”), ai suoi volti, alla sue architetture antiche, alle sue memorie e alle sue lingue vitali la canzone, scritta e cantata da Maria Giaquinto, che mostra la via di questo decimo lavoro di Radicanto. Con “Pietre bianche”, cantata da Piepoli, già incisa ne “Il mondo alla rovescia”, il dialetto barese si mescola alla lingua italiana. La rivisitazione Radicanto 2016 ci mette echi prog di flauto e l’ammanta di soffusi toni jazz di matrice continentale. Già edita anche “Mezz’a la strade”, dalla marcata matrice popolare, che si snoda tra canto e recitativo, descrizione di una processione profana in cui, come arcani dei tarocchi, sfilano pellegrini, marinai e briganti. Invece “All’acque” (autore del testo è l’attore barese Vito Signorile su musica di Eugenio Salvemini) segue il modulo da ballata del canto accorato di una donna in amore alla fontana.  Ha bisogno di una spiegazione il termine “Filecenza”, che era un’espressione-invocazione usata dai bambini nei loro giochi per strada, con la quale si poteva fare un’interruzione per un motivo impellente senza timore, per il giocatore in posizione di svantaggio, di vedersi sopraffatto dall’avversario. La filastrocca di de Trizio, che si sviluppa tra ritmica africana, melodia lieve e improvvisazione e svolazzi progressive, è simbolicamente ambientata durante la processione di san Nicola, il santo dalla pelle scura, patrono di Bari. Tra ritmo popolare e inserti mediorientali, “La capa del turco”, storia ispirata ad un’antica leggenda cittadina, ci riporta al tempo delle incursioni saracene,. Le corde della chitarra accompagnano la voce di Maria nella delicata “Ninna nanna reginella”, in cui si avverte l’aspirazione a una vita più rosea per la piccola cullata dalla madre. “Bella donn” è una montanara dalle liriche allegoriche: un tributo all’immensa tradizione garganica e all’albero di canto carpinese Andrea Sacco. Intermezzo strumentale arriva con “Tarantella prima” per la sola chitarra classica di De Trizio, composizione che si muove tra passaggi modali alternando modo maggiore e minore. Quanto al “Natale profano” (ancora Vito Signorile su musica di Libero Gianni Giannotti, ma la canzone sembra portare traccia di origini più antiche e popolari), i Radicanto danno una nuova rielaborazione di un racconto della natività attraverso la congiunzione tra sacro e profano. Segue “La pesca grosse”, tributo alle città di mare, che segue il lavoro dei pescatori in un mare popolato di barche e lampare.  Corde e impasti vocali nella sognante “Findanella”, tradizionale di Ferrandina, nel materano. Si ritorna alla canzone d’autore in italiano con “Passa la storia”, pregna di umore popolare e di necessità di preservare la memoria, ma anche di cercare la storia non ufficiale.



Ciro De Rosa

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