Michel Balatti – The Northern Breeze (Felmay, 2016)

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«Questo album è stato un vero e proprio ‘labour of love’ , come direbbero gli inglesi: nell’arco di circa quattro anni ho costruito la raccolta, che comprende un po’ tutto quello che amo del repertorio irlandese, un genere musicale particolarmente vitale in cui la linfa del repertorio ‘secolare’, appartenente alla tradizione più antica, viene costantemente integrato con nuove composizioni di autore. Questa vitalità è talmente peculiare e forte per cui, sovente, accade che brani di composizione abbastanza recente comincino a essere riconosciuti come brani tradizionali dai musicisti». Così, il flautista Michel Balatti, musicista molto attivo nel panorama del folk italiano ed europeo, conosciuto per la sua militanza nei Birkin Tree e nei Liguriani. Formatosi in Conservatorio (è diplomato in flauto al Paganini di Genova), nel corso degli anni Michel si è impossessato a tal punto degli stili irlandesi e delle musiche per flauto traverso in legno a sistema semplice da acquisire un modo di suonare «autenticamente irlandese, come quello dei migliori strumentisti che ti aspetteresti di ascoltare nella contea di Clare o di Sligo», l’affermazione non è di chi scrive, ma, nientemeno che di un fenomeno come Martin Hayes, con il cui violino Balatti ha più volte incrociato i suoi strumenti. In “The Northern Breeze”, dunque, è proposto un gioco di contrasti e giustapposizioni; subito si è presi dall’attacco del set di reel “O’Connel Trip to Parliament”, uno standard appreso – rivela Michel – da quel caposaldo discografico del folk revival irlandese che è “The Eavesdropper” di Kevin Burke e Jackie Daly, saldato a “Splendid isolation”, scritto dal violinista Brendan McGlinchey, e al tradizionale “The Cloon”. 
Si passa a una coppia di jig suonati in compagnia di Caitlin Nic Gabhann alla concertina, «ho conosciuto Ciatlin nel 2008, che aveva 22 o 23 anni, – dice Michel – ormai è un’amica di famiglia, che ha suonato molte volte con i Birkin Tree». Il programma dell’album è molto vario ed è caratterizzato da una produzione volutamente diretta, fatta di arrangiamenti minimali, che privilegiano l’aspetto melodico, esaltano il fraseggio degli strumenti a fiato (oltre ai flauti di legno in Sib e Re, Michel suona anche i whistle in Fa e Sib); un bell’esempio è il trittico di “Coleman’s march” dove alla chitarra c’è lo scozzese Michael Bryan, strumentista molto dotato con cui sono stati costruiti gli arrangiamenti del disco, che è stato registrato in soli quattro giorni: «Tutto in presa diretta senza metronomo», racconta ancora Balatti. Atmosfere delicate contrassegnano “For Johnny”, in cui entra l’arpa da concerto di Elena Spotti, mentre Fabio Biale (piano e bodhran), l’altro accolito di Liguriani e Birkin Tree, è una presenza costante e solida in molti brani. Se è gustoso il set svedese-irlandese “Vals efter Lars Höpkers/ Timmy Clifford’s jig “, non lo è meno la celebre “Eleanor Plunkett” di Turlough O’Carolan, composizione che fonde aspetti musicali gaelici con influenze musicali di matrice barocca. Dal Settecento ad autori contemporanei, quali il prolifico fisarmonicista Paddy O’Brien, omaggiato in “Harvest Moon”, e la violinista chicagoana Liz Carroll, di cui Michel suona “The Air Tune” in un duetto di whistle con l’ottima Nuala Kenendy (altra artista con cui Balatti ha condiviso più volte il palco). 
Il musicista genovese ci mette anche sue composizioni: «Ne avrei avute molte di più, ma tendo a essere ipercritico, per cui ho finito per incidere solo quelle di cui ero veramente convinto». C’è un articolato medley intitolato “The humours of Giulia/ Anthony Spiders/ Farewell to the moptop” e c’è la conclusiva “Agata”, che racchiude due melodie, la prima scritta per la gioia di essere diventato padre di una bimba – Agata, per l’appunto – la seconda un jig tradizionale (“Adam and Eve”) accompagnato al pianoforte da Biale. Un’ultima nota su questo veramente raffinato album di Irish Flute music, le foto della copertina e dell’artwork non vengono da uno specchio d’acqua dell’isola verde, ma sono state scattate dal fotografo Antonio Ragni nel Parco Naturale del Delta del Po («Sono immagini che trasmettono bene la mia poetica musicale del disco», osserva Michel), in prossimità del capanno in cui si spense Anita Garibaldi. 


Ciro De Rosa

Foto di Antonio Ragni
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