BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

venerdì 29 aprile 2016

Numero 253 del 29 Aprile 2016

La copertina del n.253, che arriva in chiusura del mese di aprile, se la prendono le Femme Folk, quartetto il cui repertorio è ispirato al bal folk ed alla musica popolare francese. Tocca alla polistrumentista Donatella Antonellini raccontare la loro storia musicale e darci le coordinate dell’opera prima dell’ensemble tutto al femminile. Ci spostiamo prima in Liguria per presentarvi “In sciô ton” de La Squadra, formazione che impegnata nella divulgazione della tradizione del trallalero genovese, e poi a Napoli dove andiamo alla scoperta di “Antichi Viaggiatori” dei Meditamburi. Spazio alla world music con il disco consigliato della settimana “Everything Sacred” del trio Yorkstone, Thorne e Khane, e poi al desert rock dei Giant Sand che hanno festeggiato i trent’anni di attività con il pregevole “”Heartbreak Pass”. Nell’intervista con Aldo Foschini, vi presentiamo, poi, l’edizione 2016 de La Musica Nelle Aie, che si terrà dal 5 all’8 maggio a Castel Raniero, sulle colline faentine e di cui Blogfoolk è media partner. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato per voi il volume “Le dimensioni della Voce”, curato da Flavia Gervasi. Completano il numero le recensioni di "Perle Per Porci" di Giorgio Canali & Rossofuoco e lo sguardo sulla scena jazz con “Waves” di Riccardo Chiarion.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

FemmeFolk – FemmeFolk (Bajun Records, 2016)

Il progetto FemmeFolk nasce nel 2012 dall’incontro tra quattro musiciste con background musicali differenti, ma accomunate dalla passione per la musica popolare francese ed il balfolk, le quali hanno unito le forze per dar vita ad un originale percorso di ricerca muovendosi tra valzer, bourrée, scottish, mazurke, balli staccati, e il liscio, il tutto riletto in una chiave moderna nel quale convergono folk, jazz, rock e echi pop. Abbiamo intervistato Donatella Antonellini, voce, organetto e chitarra del quartetto per scoprire da vicino la storia di questo gruppo, soffermandoci in particolare sul loro album di debutto omonimo.

Come ha preso vita il progetto Femme Folk?
Siamo "nate" circa quattro anni fa dall’incontro tra me Valeria Cino (contrabbasso), Nicoletta Bassetti (violino, viola e voce) e Caterina Sangiorgi (flauto traverso, flauto dolce e voce).  Io scoprii alla fine degli  anni Ottanta il balfolk, col tempo iniziai ad apprezzare e a frequentare festival balfolk  in Francia, con tantissima musica rigorosamente dal vivo. Ricordo che Simone Bottasso da adolescente faceva già coppia col fratello violinista ancora bambino. Inoltre una "tappa" fissa era Saint Chartier, un festival dedicato alla musica etnica. Attraverso queste esperienze mi innamorai dell'organetto e soprattutto il mio interesse si spostò progressivamente dalla danza alla musica, che iniziò ad intrigarmi per energia, originalità e ricchezza creativa. Nell'Orchestrona della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli (FC), dove suonavo, incontrai Valeria Cino con la quale iniziammo a proporre standard balfolk,  in forme semplici e piuttosto filologiche. 
Si aggiunsero Nicoletta Bassetti e Caterina Sangiorgi ed io iniziai a comporre i primi brani, tra cui uno dei primissimi fu “Giuditta”, un valzer impari in 8/8.   In questa fase, l'idea era quella di consegnare le mie composizioni a musicisti che avessero una provenienza di generi e sensibilità musicali diverse. Mi interessava che non fossero necessariamente legati al mondo della musica popolare, in modo che in ogni brano si avvertisse una diversa impronta, e che la nostra proposta risultasse una sorta di patchwork, intessuto delle sonorità dei nostri strumenti. Inoltre decidemmo di mantenere una doppia offerta: concerto balfolk ma anche concerti da ascolto. Da qui ha preso il via il progetto, che poi si è evoluto mantenendo tuttavia alcuni aspetti iniziali. 

Da dove nasce la passione per il repertorio legato alla musica popolare francese?
Come dicevo prima, dalla sorpresa che il contatto con questa musica ha provocato in me. Principalmente mi colpirono, ad esempio, la dolcezza all'ascolto di Stephane Delicq, la sorprendente energia degli Stigens, capaci di vestire il folk con abiti inusuali e travolgenti, l'intensità dei Grands-Méres et Soufflets. Per la prima volta la danza diventò secondaria e fu semplicemente un mezzo per godere ancora di più della musica. La musica popolare iniziò ad affiancarsi agli altri generi musicali che fino ad allora erano stati il mio repertorio da ascolto: etno-jazz, classica, trip hop, minimalista, ambient, sperimentale… (sono comunque una divoratrice di musica aperta e curiosa). In tutto questo mi accorsi che l'intensità delle danze e della musica francese mi accompagnavano più di altre. Così, in modo naturale, le mie prime composizioni si sono costruite sull'onda di quei ritmi e di quelle suggestioni.  

Dal 2012 ad oggi come si è evoluta la ricerca e l’approccio musicale di Femme Folk?
Per quanto riguarda il repertorio, c'è stata un'evoluzione: all'inizio siamo state legate al balfolk e ai suoi brani più tradizionali, ma subito ci sono stati stretti. Abbiamo capito che il desiderio musicale più urgente non era di stare in un unico contesto, ma rendere la nostra musica più articolata possibile proprio come i nostri gusti. Nella nostra ricerca musicale non cerchiamo necessariamente un genere, ma un riferimento emotivo ed espressivo prima di tutto in sintonia con la nostra sensibilità. Questo significa che noi tendiamo a non chiederci cosa piace al pubblico o cosa si aspetta di sentire, ma cerchiamo farlo viaggiare all'interno del nostro piacere. Per spiegare qual è il nostro approccio e in che direzione ci stiamo muovendo, mi sembra necessario parlare delle diversità che caratterizzano ciascuna di noi. Le nostre origini ed esperienze musicali sono profondamente differenti: c'è chi proviene, come formazione, dal mondo classico e chi, come esperienza musicale, è passata attraverso il pop e il rock; ma c'è anche chi, come me e la contrabbassista, ha cominciato a suonare con la musica popolare, pur avendo alle spalle un repertorio di ascolto molto più articolato e vasto. Per alcune del gruppo quindi la musica popolare era un'assoluta novità e occorreva tempo per far spazio ad una nuova fiducia nei confronti di questo genere, che pur richiedeva un approccio strumentale diverso. Nel tempo tutto questo si è trasformato nella nostra risorsa, progressivamente infatti ognuna di noi si è appropriata in modo personale del progetto arricchendolo. A chi ci chiede che tipo di musica facciamo, fatichiamo ad oggi a rispondere: prima di tutto, perché ci piace pensare di essere in eterna evoluzione, e poi perché questi quattro anni ci sono serviti per trovare il "nostro suono", come qualcosa che ci appartiene ed è per noi caratterizzante. È stata questa quindi l'essenza della nostra ricerca ed è andata di pari passo con lo sviluppo di un legame significativo e profondamente democratico fra noi quattro. Un percorso fatto di passione e divertimento che ci ha progressivamente permesso di appropriarci di un nostro modo di arrangiare, non scritto a tavolino, ma creato in modo spontaneo, ognuna con i propri modi, durante le prove. 

Quali sono gli artisti che hanno ispirato ed influenzato maggiormente il vostro approccio musicale?
Ognuna di noi ha uno o più maestri. Alcuni possono essere stati reali, altri spirituali: ad esempio io posso citare, in riferimento all'organetto, Stephane Delicq, Riccardo Tesi e Simone Bottasso. Il primo per l'intensità e la dolcezza musicale, il secondo per la grande naturalezza del suono, mentre il terzo per il suo groove. Ovviamente restano per me esempi "alti" a cui ispirarmi poiché io sto continuando a cercare il mio modo. Ai musicisti che hanno ispirato ciascuna di noi abbiamo poi chiesto di arrangiare alcuni brani del nostro repertorio, in particolare quelli di nostra composizione.  

Veniamo al vostro disco di debutto. Ci potete raccontare la gestazione del disco?
Abbiamo potuto pensare di pubblicare un cd perché il produttore Riccardo Rinaldi  ci ha ascoltate e ha ritenuto di credere nel progetto, scegliendo di pubblicarci per la Bajun Records. Quindi abbiamo registrato nel 2015 preferendo il "live" cioè una registrazione a presa diretta, in quartetto, in modo da avere una resa più fedele possibile alla performance dal vivo. Il cd è stato edito dopo un anno e infatti alcuni brani li abbiamo già riarrangiati. Questo ritardo è stato dovuto alla nostra scelta di avviare anche un crowdfunding. Il tentativo ha avuto successo e ne siamo state molto orgogliose. Il cd raccoglie diciassette brani (non siamo scaramantiche) in parte nostre composizioni, in parte brani riarrangiati scelti tra le proposte di diversi gruppi francesi per noi particolarmente significativi, come i "Quintet a claques" o gli "Djal".

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di scrittura dei brani?
I miei brani non sono altro che l'espressione diretta e ed istantanea della musica che ho in testa. Il mio legame con essa è sempre stato molto intenso fin da bambina: uno degli oggetti che non mi lasciava mai era il mangiadischi regalatomi dai miei genitori e accompagnato da una quantità di 45 giri tra cui spiccava il mio preferito: "Jesael" dei Delirium, con Ivano Fossati che poi, come autore e musicista, non mi ha mai più abbandonata. Con la musica ho un rapporto prevalentemente istintuale e molto emotivo, a volte     nel processo creativo sono stimolata dal benessere che l'ambiente circostante produce su di me (uno degli ultimi brani è nato in mezzo al mare Adriatico, trasportata da una barca a vela, con i piedi "ammollo" e la "testa tra le note"), oppure mi ritiro nei miei spazi interiori e trasferisco sull'organetto la "musica che sento", fino a quando sono soddisfatta del risultato. Talvolta parto dalla melodia, inserendo successivamente ritmo e armonia, più spesso però avviene il contrario: i ritmi mi intrigano, danno personalità anche quando sono appena percepiti o sottintesi, trovo molto intrigante la poliritmia e l'uso degli strumenti melodici per produrre pattern ritmici capaci poi di modificarsi e giocare con le melodie prodotte dagli altri strumenti. Per ora comporre è un'esperienza solo mia, personale, ma trovo che nel gruppo potrebbe essere interessante iniziare a comporre a più mani... chissà.

Nel disco sono presenti anche alcuni brani tradizionali. Con quale criterio li avete selezionati?
I brani tradizionali presenti nel nostro repertorio sono essenzialmente quelli che, nel tempo, hanno continuato a darci piacere nel suonarli e che ci siamo divertite particolarmente a riarrangiare. Due di questi brani, "Manavu" e "Ronde de Saint Vincent" sono stati scelti anche perché li abbiamo trovati adatti ad essere cantati a tre voci, affrontando il canto come se fosse un altro strumento. Ecco perché, per adesso, abbiamo deciso di non inerire voci soliste. 

Alla registrazione del disco hanno partecipato diversi ospiti. Potete presentarli?
Abbiamo avuto importanti ospiti, non in sede di registrazione, ma in ambito creativo nella realizzazione di alcuni arrangiamenti. Il loro contributo è stato prezioso non soltanto dal punto di vista musicale, ma anche formativo: ad esempio con Riccardo Tesi si è lavorato insieme alla costruzione degli arrangiamenti e questo ci ha dato degli strumenti di cui ci siamo appropriate per diventare a nostra volta arrangiatrici dei brani. Il disco ha visto la collaborazione anche di altri artisti come Roberto Bartoli, Luca Rampinini, Dimitri Sillato, Elena Zauli, Davide Castiglia e "Ciuma" Stefano Del Vecchio. Ringraziamo di cuore, ancora una volta, questi artisti che hanno voluto mettersi in gioco con noi. Disco a parte, abbiamo però proprio ultimamente ricevuto la richiesta di partecipare ad una raccolta di musica popolare con un brano inedito e in questa occasione abbiamo deciso di ospitare due percussionisti: Fiorenzo Mengozzi al bodhran e Felice Lippolis al tamburello. La raccolta verrà distribuita sul territorio nazionale durante l'estate allegata ad una nota rivista, ma manteniamo ancora un po' di riserbo e suspense. 

Come si è articolato il vostro lavoro di arrangiamento dei brani?
Il nostro è un lavoro organico: è un processo che avviene suonando, in sede di prove, ciascuna intervenendo e proponendo con competenze e ruoli differenti. In questa sede si incontrano gli aspetti più creativi che caratterizzano alcune di noi insieme a quelli più tecnici e teorici che aiutano a metterle a punto. Occorre fiducia, disponibilità e accettazione dei limiti di ognuna di noi, per cui come diceva Frank Zappa "ogni stecca ripetuta due volte è l'inizio di un nuovo arrangiamento". 
Le nostre prove sono momenti conviviali in cui prima di tutto cerchiamo di star bene insieme, non c'è prova senza cena. Questo modo di lavorare ci diverte molto e per noi la relazione tra musica e piacere è fondamentale.

Quanto è importante l’improvvisazione nel vostro approccio al palco?
L'improvvisazione si sta affacciando da qualche tempo nelle nostre esibizioni live. Personalmente, trovo la pratica dell'improvvisazione un elemento molto coinvolgente ed emozionante, capace di catturare l'attenzione del pubblico creando, in certi casi, una sorta di "suspense" molto coinvolgente. Credo sia il modo più diretto di "parlare" al pubblico. Riuscire a fare questo significa avere grande capacità di ascolto e grande sintonia tra i componenti del gruppo, grande conoscenza e padronanza dello strumento. La prima improvvisazione la inserì Riccardo Tesi in un arrangiamento, creando un tappeto sonoro sul quale il flauto di Caterina "viaggia", ad ogni esecuzione, modificando a piacere il percorso. Però l'emozione più intensa la provammo l'estate scorsa quando all'improvviso, durante un concerto, inaspettatamente, lei iniziò ad improvvisare in modo libero, sul tema di un brano, con una forza, una convinzione tali da lasciare noi stesse esterrefatte e grate.  Ci scoprimmo capaci a nostra volta di sostenerla e questo ci ha rassicurate. Chissà, magari nel nostro futuro questa pratica potrebbe allargarsi anche ad altre tra noi.

Una domanda provocatoria. Nel vasto panorama della scena folk italiana si contano diverse realtà che propongono balfolk e musiche ispirate alla tradizione francese. Qual è l’originalità della vostra proposta musicale?   
Ciò che maggiormente caratterizza il nostro progetto crediamo che sia proprio la nostra sonorità, la "voce" che emerge dall' organico del gruppo, che non è soltanto la somma dell'insieme dei nostri strumenti, ma la nostra intenzione nel suonarli. Questa intenzione è la somma di vari aspetti che ci connotano, sia individualmente che come gruppo, alcuni più razionali e riconoscibili, altri che percepiamo ma che fatichiamo maggiormente a spiegare. Sentiamo una sorta di "eleganza" e leggerezza nelle nostre performance che crediamo sia caratterizzata anche dalla nostra femminilità e dal tipo di sensibilità e di gusto che questa cosa porta con sé, olore alla passione e al divertimento che  (ci dice spesso il pubblico) esprimiamo dal vivo. "Voglio scusarmi in anticipo con chi crede che noi siamo qualcosa di serio, per noi la serietà sta nella spensieratezza", questa citazione di Jerry Garcia (Grateful Dead), che abbiamo messo in copertina nel cd, ci pare possa avvicinarsi alla nostra musica e a ciò che noi siamo. La classicità timbrica dell'ensemble che, come qualcuno ha scritto, ricorda pellicole in bianco e nero, si sposa e gioca con aspetti creativi inaspettati che contaminano questa sorta di suono "antico" spiazzando, a volte chi lo ascolta. Diciamo comunque che la Francia è stata il nostro "trampolino di lancio" ma ci stiamo aprendo a nuove idee ed intenzioni nell'evoluzione del progetto. Siamo curiose di vedere dove ci porterà questa avventura!

Concludendo, cosa devono aspettarsi i nostri lettori che verranno a vedervi dal vivo?
Dipende dal tipo di concerto a cui partecipano: l'energia e il feedback col pubblico sono piuttosto diversi a seconda che suoniamo per il balfolk o per situazioni d'ascolto. Il repertorio varia un po' ma soprattutto è il nostro tipo di coinvolgimento emotivo a cambiare e di conseguenza il risultato sonoro ed espressivo. Preferirei raccontare, con affetto,  ciò che di noi ci ha detto chi in questi anni ha partecipato ai nostri concerti, lasciare insomma la parola al pubblico: alla fine di un concerto da ascolto a Milano,  una signora si avvicinò con gli occhi rossi e ci disse che l'avevamo commossa e che la nostra musica le era arrivata al cuore, invece una coppia di ragazzi ci raccontò che mentre ascoltavano la nostra musica, entrambi avevano sentito un forte desiderio di partire per un viaggio, tant'è vero che avevano  iniziato a chiedersi per dove acquistare il biglietto. Moltissimi alla fine dei concerti vengono a raccontarci di quanto abbiano sentito il nostro piacere e divertimento nel suonare e quanto questo li abbia coinvolti e fatti stare bene. In generale i commenti che ci arrivano ci parlano di grande serenità ed emozione che derivano dalla nostra musica. Crediamo comunque che la nostra proposta o piace molto o non piace per niente, ci pare che non lasci indifferenti. Nel bene o nel male vi i lasciamo la curiosità di venirci ad ascoltare e a far ballare i vostri sensi, citando di nuovo Frank Zappa quando dice che "parlare di musica è come ballare di architettura". Vi aspettiamo!



FemmeFolk – FemmeFolk (Bajun Records, 2016)
Sonorità eleganti e raffinate unite a strutture musicali semplici ed allo stesso tempo ricche di passione e lirismo: sono questi gli ingredienti del disco di debutto delle FemmeFolk, progetto musicale tutto al femminile, nato dall’incontro tra Donatella Antonellini (organetto, chitarra, voce, castagnette e composizione), Valeria Cino (Contrabbasso), Caterina Sangiorgi (flauto traverso, voce e percussioni), e Nicoletta Bassetti (Viola e violino), quattro talentuose strumentiste romagnole dai diversi percorsi musicali, ma con la medesima passione per il balfolk e la tradizione musicale da ballo francese. Composto da ben diciassette brani, per lo più composti dalla Antonellini, l’album si svela in tutto il suo fascino sin dal primo ascolto, durante il quale a colpire sin da subito è la particolare attenzione verso il tessuto melodico, un ordito costruito sul dialogo tra l’organetto, il violino, ed il flauto, con il contrabasso a scandire la ritmica. E’ naturale, dunque, lasciarsi coinvolgere dall’invito al ballo che ci propongono le FemmeFolk regalandoci un susseguirsi appassionato di mazurke, valzer, bourreè e scottish, con la complicità di Riccardo Tesi, Dimitri Sillato, Luca Rampinini, Roberto Bartoli e Stefano Delvecchio “Ciuma” che hanno curato gli arrangiamenti di alcuni brani. Ad aprire le danze è “Giuditta” uno splendido valzer impari in 8/8 a cui seguono in successione la bella rilettura di “British Strings” di Camille Passeri, la sinuosa “Mazurka Stanca”, e quel gioiellino che è “Viola”, valzer in cinque tempi, arrangiato da Riccardo Tesi.  Le sorprese non mancano perché le FemmeFolk ci regalano prima il medley “Locomotive Jiga/Zelda” e poi “Manavu”, brano della tradizione klezmer israeliana, che dimostra tutta la curiosità di questo quartetto nell’esplorare sonorità che vanno anche oltre il balfolk. Ci spostiamo poi in Bretagna con la trascinante “Ronde di St.Vincent”, in cui ad accompagnare la trama melodica troviamo anche le voci. Lo scottish “Brume” ci introduce ad uno dei vertici del disco, ovvero “Amelie”, medley tratto dalla colonna sonora de “Il favoloso mondo di Amelie”, riarrangiato per l’occasione dalle FemmeFolk. Se “Dona Swing” è un altro esempio della versatilità del quartetto, la successiva “Picnic” ci regala un’atmosfere spensierata come una scampagnata sulle colline romagnole. Le gustose “Bourpe En Molet e Marrakesh” e “Arno’Dro” ci conducono verso il finale in cui spiccano “Favole”, “CircoCircasso” e il valzer del medley che unisce “Mon amant de Saint Jean” e “Le Flot du Danube”, che suggellano l’ottima opera prima delle FemmeFolk.


Salvatore Esposito

La Squadra - In sciô ton. Trallalero, polyphonie de Génes (Buda, 2015)

Tra i tesori del canto italiano, il trallalero è una forma di polivocalità propria dell’area genovese con estensione lungo la dorale appenninica ligure. Pur essendosi fissato nelle modalità formali delle “squadre” di canto di Genova in epoche non lontane (soprattutto attraverso l’elaborazione dei primi decenni del Novecento), il trallalero ha origini ben più antiche. Presenta un impianto complesso, organizzato attorno ad almeno otto cantanti (sono considerati il numero ideale), ma può arrivare a riunire fino a dodici o tredici elementi. Per eseguire un trallalero, le voci fondamentali sono una voce guida tenorile (o primmo) che deve iniziare nella tonalità giusta “in sciô ton”, per l’appunto, il contralto (contræto oppure u segundu), che canta in falsetto, il baritono (u cuntrubassu), voce disposta sotto il tenore, con un ruolo ritmico e melodico. Infine, la chitarra vocale (a chitâra), che è una voce perlopiù di tenore dal timbro molto marcato e nasale con funzione ritmica d’accompagnamento e sicuramente fantasiosa per il modo con cui s’insinua tra le altre voci intonando sillabe non-sense. I bassi forniscono un bordone, disponendosi come un gruppo compatto dal colore vocale scuro che assume il ruolo di sostegno all’armonia. I cantanti si dispongono in cerchio, una prossimità che accentua l’effetto sonoro, oltre a consentire un contatto visuale, utile alla performance e alla direzione dell’esecuzione. “In sciô ton” è la più recente produzione de La Squadra, un disco realizzato a sei anni di distanza dal “Live”, che fissava la registrazione del concerto nella Cappella Paolina al Palazzo del Quirinale di Roma, album pubblicato dai Rai Trade, ma purtroppo fuori catalogo. Il nuovo lavoro esce per la prestigiosa label francese Buda Musique. L’ensemble di otto canterini ha il suo perno in Claudio Valente (ritratto in copertina), contralto molto dotato vocalmente, che canta dall'età di sedici anni. Con lui, sono Matteo Merli (tenore, che ricordiamo anche collaboratore di Orchestra Bailam), Pepi Zacchetti (baritono), Fabrizio Parodi (voce chitarra), Angelo Asborno, Franco Sacchi, Ivo Domenichella e Yuri Domenichella (bassi). Chi ha ascoltato le polifonie genovesi nelle storiche registrazioni di Diego Carpitella e Alan Lomax si renderà conto delle differenze tra quel mondo umano e sonoro della metà degli anni ’50 del secolo scorso e le voci di oggi. Purtuttavia, ne La Squadra si riconoscono bei timbri, voci ordinate, in grado di emozionare, realizzando notevoli mescolanze, abili tanto in assoli virtuosistici che in armonie complesse. “In sciô ton” è una sorta di tributo ai repertori delle storiche squadre del centro di Genova, svolto in sedici brani, che accomunano interpretazioni in stile tradizionale ed episodi più sperimentali. I canterini non si fanno mancare nulla: dai canti a distesa alla cover di una canzone pop anni Sessanta. “Donne spagnole”, “Serenata Silvestri”, “Affacciati alla finetra”, “Sturla a canta”, “Serenatella Proibita”, “Cento donzelle”, “Orto di fratti” sono tra i canti più rappresentativi dell’album. Per di più, in “Voglio andar in bassoporto”, si aggrega la voce dell’eccellente cantante basco Beñat Achiary. Una bella esperienza d’ascolto.


Ciro De Rosa

Meditamburi – Antichi Viaggiatori (PoloSud, 2015)

Fondato da Paolo Cimmino (voce, marimba, percussioni, piano) e composto da Emidio Ausiello (cajon, tammorra, daf, percussioni), Michele Maione (programming, balafon, mandola, percussioni), Gabriele Borrelli (congas, tabla e percussioni) e M’Barka Ben Taleb (voce e darboubuka), l’ensemble Meditamburi raccoglie alcuni tra i mucisti di maggior talento ed esperienza della scena campana, accomunati dal desiderio di dar vita ad un progetto artistico che mirasse alla creazione di un ponte sonoro tra Oriente ed Occidente, tra radici ed innovazione, partendo dalla tradizione musicale del Sud Italia. Dopo alcuni anni di rodaggio sul palco con tanti concerti in Italia ed all’estero, il gruppo campano lo scorso anno ha dato alle stampe il suo primo album “Antichi Viaggiatori”, nel quale hanno raccolto dieci brani, che nel loro insieme compongono un itinerario sonoro ricco di grande fascino, un viaggio in musica sul ritmo dei tamburi, tra i cambiamenti del tempo, un tempo esteriore ed un tempo interiore, tra un prima ed un dopo. Questo desiderio di voltar pagina si riflette anche nei testi dei brani nei quali ricorrono temi di rilevanza sociale come nel caso di “Balla Sul Tamburo” che affronta il tema delle ecomafie che ha dilaniato la Campania, o il precariato di “Ninna Nanna per Tamburello”, o ancora il rito come elemento di socialità di “Tammurrianti” in cui brillano la voce di Viviana De Angelis e la chitarra di Ernesto Nobili. Ad impreziosire il tutto ci sono le voci di Antonio Guido in “Menu Sciardac”, le percussioni di Ciccio Merolla nelle esplorazioni world verso Oriente di “Jawi" con tutto il fascino vocale di M'Barka Ben Taleb a giganteggiare, o ancora brani gustosissimi come “Tarantella cicoli e ricotta” e la bella versione della “Tarantella del Gargano”. 


Salvatore Esposito

Yorkston Thorne Khan – Everything Sacred (Domino, 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Inevitabile che ascoltando le prime note di “Everything Sacred” – punto d’incontro tra il cantautore e chitarrista scozzese James Yorkston, il maestro di sarangi e cantante di musica classica indostana originario di Nuova Delhi Suhail Yusuf Khan e il contrabbassista inglese di scuola jazz Jon Thorne – il pensiero corra indietro nel tempo alle imperdibili figurazioni sonore della leggendaria Incredible String Band. In “Knochentanz” si producono in un lungo (tredici minuti abbondanti) dialogo improvvisativo strumentale e vocale. Gli arpeggi di chitarra incrociano il sarangi (liuto ad arco a manico corto non tastato, dotato di tre o quattro corde melodiche e un buon numero di corde simpatetiche), mentre il contrabasso aggiunge sostanza solida e creativa al contempo; l’ingresso del canto di Khan (nipote del grande Ustad Sabri Khan), poi, si pone in continuità con il timbro del cordofono indostano, la cui tessitura è affine alla voce umana. Le cronache ci raccontano che Yorkston si è fatto le ossa suonando come opening gig per Bert Jansch e John Martyn, mentre Thorne ha suonato, tra gli altri, con Donovan: nessuna meraviglia che ci si ritrovino echi estetici della ISB o di quegli altri campioni dell’elaborazione acustica che sono stati i Pentangle. Ma non siamo al cospetto di uno sbiadito flashback psichedelico e neppure di una forzatura di orientamento world del nuovo millennio. Piuttosto, il trio privilegia una folk fusion che procede con naturalezza, non è smemorata (James porta con sé i riferimenti al folk revival inglese) e, ciò che conta, funziona appieno.
Ascoltate “Little Black Buzzer” (firmata dal corrosivo Ivor Cutler), dove si assiste ad un’altra felice combinazione di voci e di strumenti, con Yorkston che imbraccia la nyckelharpa (altro strumento ad arco con corde di risonanza, di provenienza svedese) e duetta con la cantante irlandese Lisa O’Neill e con gli inserti del bol (canto ritmico sillabico) di Khan. Voce maschile e femminile ancora accostate nel sognante lirismo di “Song for Thirza”, pescata dal repertorio della compianta Lal Waterson. Accoppiata sarangi e contrabbasso in “Vachaspati/Kaavya”, mentre nella title-track le voci sono quella lievemente velata di Thorne e di Khan, su un piano strumentale messo a punto da delicati arpeggi di chitarra e passaggi di nyckelharpa e sarangi. Ritorna l’ordito di chitarra-contrabbasso-sarangi in “Sufi Song”, dove Khan canta un adattamento dei versi del poeta Bullesh Shah. Segue l’intimismo di “Broken Wave”, commiato per il bassista Doogie Paul, scomparso poco prima dell’incisione dell’album. Nello strumentale conclusivo, “Blues Jumped The Goose”, i tre convergono nell’intricato sentiero che sprigiona dal fremito delle corde: il solo della chitarra di Yorkston si prende la prima parte del brano, poi si aggregano contrabbasso e liuto ad arco indiano e qualche tocco di harmonium, sviluppando un gran gioco di incastri. 


Ciro De Rosa

Giant Sand - Heartbreak Pass (New West, 2015)

Pubblicato lo scorso anno, ma ancora costantemente sui nostri lettori “Heartbreak Pass” è il disco che festeggia i trent’anni dall’esordio di Howe Gelb e i suoi Giant Sand, e per celebrare questo importante traguardo non poteva esserci modo migliore se non quello di coinvolgere tutti quei strumentisti che da qualche anno gravitano intorno a questo gruppo a geometrie variabili, e sempre aperto a contributi e collaborazioni esterne. In questo senso fondamentale appare l’apporto di quella piccola schiera di strumentisti danesi che, negli ultimi anni, hanno rappresentato un punto fermo per la formazione americana ovvero Thøger Lund, Peter Dombernowsky e Anders Pedersen, determinanti nel caratterizzare il sound di dischi come il fin troppo sottovalutato “Pro-Visions” e lo splendido “Tucson”, ai quali si aggiungono gli innesti più recenti di Iris Jakobsen e Asger Christiansen, nonché una serie di ospiti d’eccezione come Grant-Lee Phillips, Jason Lytle dei Grandaddy, Steve Shelley dei Sonic Youth, e il nostro Vinicio Capossela. Concepito e registrato tra l’Europa e gli States, seguendo le traiettorie dei suoi concerti da Bruxelles a Berlino dalla Grecia all’Olanda, da Portland a Nashiville, e da Tucson a New Orleans, il disco raccoglie diciassette brani racchiusi in tre ideali volumi separati e che nel loro insieme rappresentano la cristallizzazione dell’intero immaginario compositivo e sonoro alla base del songwriting di Howe Gelb. Il desert rock diventa la base di partenza per una serie di incursioni imprevedibili, ed allo stesso tempo affascinanti, attraverso i sentieri del folk acustico, della roots music, dell’alternative-country come del jazz, fino a toccare spaccati hard e noise, il tutto muovendosi sempre tra atmosfere sospese tra Morricone e i Greatful Dead. Il primo volume prende le mosse da Calitri con la voce di Vinicio Capossela che fa capolino nel blues cosmico di “Heaventually”, rende omaggio ai Rolling Stones di “Satisfaction” con la splendida “Texting Feist” e ci regala prima il trascinante rock dalle atmosfere border di “Hurtin’ Habit”, e poi “Trasponder”, una sorprendente divagazione tra noise ed elettronica con la complicità di Jason Lytle. La seconda parte ci riporta nel deserto dell’Arizona con il blues di “Song So Wrong”, a cui seguono l’incursione nei suoni tex-mex di “Every Now And Then”, ma soprattutto la sontuosa “Man On A String” cantata in duetto con Loanna Kelley e tutta giocata su atmosfere da wester morriconiano e quel gioiello di puro americana sound che è “Home Sweet Home”. Il terzo ed ultimo volume si apre con tre perle in sequenza ovvero l’introspettiva “Eye Opening”, la malinconica “Pen To Pape” ed il bozzetto pianistico di “Bettersweet” che ci conducono verso il finale dove brillano il folk di “House In Order”, l’elegante “Gypsy Candle” ma soprattutto la divagazione jazz di “Done”. Il dolcissimo dialogo telefonico di “Forever and Always” cantata a due voci da Howie Gelb e la figlia dodicenne Tabula, sugella un disco superbo che ha tutti i tratti del capolavoro.


Salvatore Esposito

La Musica Nelle Aie 2016. Intervista con Aldo Foschini

A Castel Raniero, sulle colline che circondano Faenza da oltre un decennio, agli inizi di maggio, si tiene “La Musica Nelle Aie” una delle rassegne più originali della scena folk e trad italiana. Coniugando musica, natura e buona cucina, un gruppo di appassionati con coraggio, passione ed amore porta avanti questo festival che propone non solo un corposo cartellone di concerti, ma anche un contest che vede oltre venti tra gruppi e solisti esibirsi in contemporanea lungo un percorso di cinque chilometri. Abbiamo intervistato Aldo Foschini per ripercorrere la storia di questo festival e per presentare l’edizione 2016 che si preannuncia, come sempre, ricca di tanta musica.

Partiamo da lontano, come nasce “La Musica Nelle Aie”?
La nascita di Musica nelle Aie è molto particolare, ma soprattutto non ha un legame con la musica, in quanto prende origine da “Castel Raniero in Festa”, ovvero la festa di una piccola parrocchia sulle colline attorno a Faenza, nata quasi quarant’anni fa e caratterizzata soprattutto dalla corsa podistica che tuttora si svolge. “La Musica Nelle Aie” prende vita da un’idea di Pietro “Quinzan” Bandini, un contadino e musicista di Castel Raniero che, agli inizi degli anni 2000, pensò, in occasione della festa, di animare attraverso la musica un anello di cinque chilometri sulle strade di Castel Raniero, usato abitualmente dai faentini per fare delle camminate salutari. Ancora oggi insieme a "La Musica nelle Aie" viene mantenuto il nome storico "Castel Raniero in Festa".

Guardiamo ancora in retrospettiva. Come si è evoluto negli anni questo festival?
Dalle primissime edizioni nelle quali venivano ospitati per lo più musicisti locali, si è passati nel 2003 a definire La Musica nelle Aie come Buskers Festival, e a proporre un contest grazie anche alla preziosa collaborazione del MEI. Dal 2006 si è scelto di caratterizzare definitivamente “La Musica nelle Aie” come Folk Festival perché quello era il genere musicale che più si adattava al contesto, considerando questa musica sempre nell’accezione più ampia del termine. In questi anni sono state fatte diverse modifiche con il tentativo di migliorare sempre di più questa rassegna, ma ci teniamo a considerare come evoluzione più importante l'apprezzamento che anno dopo anno riceviamo da un pubblico sempre più numeroso.

Qual è lo spirito che caratterizza “La Musica nelle Aie” e quali gli obiettivi che perseguite?
Lo spirito che caratterizza “La Musica nelle Aie” è ben rappresentato dal nostro logo che comprende: il calice con il vino: a rappresentare l'enogastronomia ma soprattutto il concetto di festa, di convivialità; I pini che rimandano allo skyline di Castel Raniero ed all'amore per il territorio e il rispetto per l'ambiente; ed il violino che evoca la musica folk, quella che racconta “storie dal basso” e che fa ballare la gente insieme. Enogastronomia, Territorio, Musica Folk per noi sono tre concetti inscindibili e cercare di portarli avanti in armonia è di fatto il nostro obiettivo principale.

Quanto ha funzionato questo festival come catalizzatore delle realtà culturali del territorio?
Bisogna dire che “La Musica nelle Aie” nasce e cresce in una zona che dal punto di vista sociale e culturale è molto viva, quindi non sappiamo quanto possa essere considerato un catalizzatore, sicuramente c'è una buona collaborazione e un ottimo rapporto con diverse realtà culturali del territorio ma non solo.

Quali sono le difficoltà che avete incontrato negli anni?
La difficoltà principale è stata quella di conciliare le varie anime della festa, come per esempio mettere d'accordo chi dava più importanza all'aspetto enogastronomico e chi a quello musicale. Anche in questo caso l'apprezzamento della gente, il vedere che la festa funzionava bene ha sicuramente dato lo stimolo per superare i contrasti e andare avanti insieme. L'altro problema che ci preoccupa ogni anno è il meteo perché trattandosi di una festa che si svolge in maniera preponderante all'aperto e su un’area molto vasta il maltempo ci crea molti disagi. Per fortuna in questi anni è capitato poche volte di dover correre al riparo.

Come è finanziato il festival? Avete la collaborazione di enti pubblici e privati?
“La Musica nelle Aie” ha sia collaborazioni con gli enti pubblici che sponsor privati, per lo più di piccole dimensioni. Tuttavia le numerose spese necessarie per organizzarla, ricordiamo per esempio che tutte le strutture (stand gastronomici, palco, ...) vengono affittate e montate per l'occasione, non potrebbero essere coperte, senza le entrate garantite dagli stand gastronomici. Va considerato che l'ingresso è sempre a offerta libera, tranne al pomeriggio della domenica quando in occasione del concorso musicale chiediamo un contributo di 2 Euro tutti destinati in beneficienza.  

Festival e contest folk come si integrano queste due realtà?
Intanto il contest de “La Musica nelle Aie” non è uno dei soliti contest nei quali si chiede ai musicisti di salire su un palco e di proporre uno o più brani in un tempo limitato. Chi partecipa al contest di Musica nelle Aie sa che suonerà in contemporanea con altri gruppi (quest'anno 22) e che dovrà cercare di intrattenere il pubblico per almeno 4 ore, quindi sono necessari un buon repertorio e una buona capacità di coinvolgimento anche perché non si sa quando i componenti della giuria passeranno ad ascoltare e a giudicare. In questo modo è il contest stesso a diventare una festa, termine che nel nostro caso intendiamo come sinonimo di Festival.

Presentiamo il programma di quest’anno. Quali sono le principali novità dell’edizione 2016?
Da qualche anno si è scelto di seguire una linea: il giovedì ospitiamo sul palco un gruppo che fa musiche tradizionali ballabili, ed in particolare balfolk. Quest'anno ci sarà L'Orchestrona con la quale festeggeremo il trentesimo anniversario della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli,  una delle realtà folk più importanti con la quale abbiamo un ottimo rapporto. Il venerdì è la volta del gruppo che potremmo definire come folk-rock, ma in genere cerchiamo di scegliere formazioni che hanno già una discreta esperienza e possibilmente siano particolarmente bravi a coinvolgere il pubblico. Quest'anno saliranno sul palco di Castel Raniero, I Musicanti del Vento, gruppo calabrese che propone un folk pieno di vitalità e con tematiche socialmente rilevanti. Il sabato è dedicato all’headliner del Festival, ovvero all'artista più affermato. Quest'anno abbiamo il piacere di avere con noi Luca Bassanese, riconosciuto come il migliore artista per la salvaguardia della musica popolare italiana. A tal proposito ci piace segnalare una piccola curiosità: mentre noi stavamo considerando seriamente la possibilità di chiedergli la disponibilità a suonare a La Musica nelle Aie 2016, lui stesso si è proposto per la data del sabato. In conclusione, la domenica ospitiamo sul palco il vincitore dell'edizione precedente, e  quest'anno sarà la volta degli Swingari con il loro klezmer-swing. Oltre a questi concerti principali, ospitiamo anche altri gruppi: uno al sabato prima dell'headliner e uno domenica, in attesa di conoscere i vincitori del contesti. Quest’anno avremo con noi Spacca il Silenzio!, vincitori della sezione folk di un contest organizzato dalla Regione Emilia Romagna e del quale siamo partner, e La Leggera, un gruppo che propone musiche tradizionali del sud Italia e canti di lotta e di lavoro. Al sabato, all'ora dell'aperitivo in uno spazio diverso da quello centrale ospiteremo anche la Pneumatica Emiliano Romagnola che presenterà  il disco omaggio al loro fondatore: “ Zuffi – qualsiasi musica ma mai musica qualsiasi”. Da ultimo mi piace sottolineare come ciò che maggiormente distingue “La Musica nelle Aie” dai vari festival è che il contest che si svolge alla domenica pomeriggio, prevede ventidue gruppi collocati lungo un percorso di cinque chilometri.  Quest'anno, inoltre, per la prima volta saranno divisi in due categorie: una dedicata a chi esegue musica tradizionale (Premio Musica nelle Aie – Interpreti) e una a chi propone testi e/o musiche dei quali è autore (Premio Musica nelle Aie – Autori), oltre a questi due premi dallo stesso valore e importanza ci sarà un terzo premio assegnato dal pubblico.

Oltre ai concerti ed il contest. Quali sono le attività collaterali di “Musica nelle Aie”?
L'attività collaterale principale è senza dubbio la Classicissima di Castel Raniero, la corsa podistica non competitiva di undici chilometri da cui ha preso vita tutto e  che da un po' di anni è stata spostata al pomeriggio del sabato per permettere una migliore riuscita del contest alla domenica. Esistono alcune iniziative a carattere naturalistico a cura delle GEV (Guardie Ecologiche Volontarie) allo scopo di far conoscere l'ambiente naturale circostante che a Castel Raniero annovera peculiarità botaniche come alcune orchidee selvatiche. Le stesse GEV offrono all'organizzazione de “La Musica nelle Aie” un importante contributo per la pulizia e il rispetto dell'ambiente. Tornando alla musica folk oltre al contest e ai concorsi proponiamo ogni anno un incontro a tema, quest'anno abbiamo pensato di organizzare una “Tavola rotonda sul Folk” attorno alla quale confrontare esperienze e pareri con un occhio di riguardo al folk in Romagna. A completare il tutto, c’è poi l’aspetto enogastronomico con stand gestiti direttamente da volontari che preparano e servono piatti della cucina romagnola.

Come avete scelto i gruppi che prenderanno parte al contest?
Per partecipare al contest c'è un bando che lanciamo a inizio dicembre e che scade a fine febbraio. La selezione viene fatta nelle prime settimane di marzo da alcuni componenti dell'organizzazione più o meno legati alla musica e a quella folk in particolare.

Musica, natura ed enogastronomia, sono queste le tre linee guida di “Musica nelle Aie”. Che cosa deve aspettarsi chi verrà a vedere il festival?
Deve aspettarsi tanta musica, tanta natura e tanta buona cucina, ma soprattutto di partecipare ad una grande festa che coinvolge generazioni diverse e gruppi sociali eterogenei.

Concludendo, quali sono le prospettive future del festival?
A noi piace fare un passo alla volta, per adesso pensiamo a La Musica nelle Aie 2016, per il futuro ci auguriamo di migliorare da tutti i punti di vista senza però stravolgere quello spirito.


Salvatore Esposito

(a cura di) Flavia Gervasi, Le Dimensioni Della Voce. Una introduzione all’espressività dei prodotti vocali, Besa 2015, pp.233, Euro 18,00

Curato da Flavia Gervasi e pubblicato dalla casa editrice salentina Besa, “Le Dimensioni della Voce” è una preziosa raccolta di saggi che, nel loro insieme compongono, un articolato quanto inedito percorso di indagine che ha il pregio di ridiscutere le posizioni adottate dalla musicologia storica, analizzando la voce come come fatto primariamente verbale, e presentando da prospettive diverse una serie di riflessioni sulle sue proprietà intersoggettive, affettive e simboliche. Si tratta, dunque, di studi e ricerche di alto profilo scientifico che propongono una serie di approcci complementari allo studio della voce, e la varietà dei temi presi in esame ci svela quanto sia vasto il campo di azione, ma soprattutto come sia necessario un approccio multidisciplinare per la sua analisi. I ricercatori chiamati ad intervenire in questo volume, infatti, hanno formazioni diverse, seppur in alcuni casi affini (filosofi del linguaggio, semiotica, antropologia, musicologia, sociologia, etnomusicologia) ed operano in ambiti differenti, in ogni caso la maggior parte degli studi si basa su un approccio metodologico basato sul costante dialogo tra ricercatore ed attori “osservati” nell’ambito delle esperienze etnografiche. Aperto da una introduzione nella quale la curatrice, contestualizza e presenta i vari contributi, il volume entra subito nel vivo con i contributi (“Verso la voce cantata: evoluzione e vocalizzazioni”) di Roxane Campeau e (“Cantar la Voce: un’introduzione alla multidimensionalità̀ del corpo vocale”) di Michele Pezzuto che ci offrono una accurata indagine sulle diverse manifestazioni pre-logiche del vocalico esplorando la forte componente affettiva che l’arte del canto mutua dalle forme espressive primordiali quali il grido, le vocalizzazioni. In particolare la Campeau ricostruisce e individua, lungo la catena evolutiva, il passaggio dalle vocalizzazioni alla voce cantata, mentre Pezzuto propone una attenta classificazione dei prodotti vocali. A sviluppare ed approfondire le questioni epistemologiche poste dai due contributi iniziali, sono i saggi firmati da Flavia Gervasi (“L’aria dei trainieri salentini dallo spazio rurale al revival: dispositivi psicoacustici per analizzare la voce cantata”), Fulvia Caruso (“La voce narrante: un’esperienza di analisi della performance abistica”) e quello di Lacasse e Lefrançois (“I modificatori paralinguistici nel canto popolare. Il caso di Where Will I Be di Emmylou Harris”) che muovono da un comune assunto mirando a far emergere questioni metodologiche per l’analisi della voce come atto performativo a forte connotazione estetica. Se “Vox et machina” di Brice Tissier presenta i risultati di una ricerca spaziale del suono vocale nella composizione contemporanea, “La saeta, una preghiera della Settimana Santa andalusa” di Eloisa Zoia ci offre una interpretazione socio-spaziale del canto in un contesto sacro attraverso uno studio sistematico sulla tradizione dei canti monodici paraliturgici, destinato alle processioni della Settimana Santa. Di grande interesse sono poi i contributi di Flavia Gervarsi e Attilio Turrisi (“ L’azione socioculturale dei cantastorie: resoconto di un’esperienza laboratoriale a scuola”) e Luigia Parlati (“Le voci dello slam a Parigi. La configurazione di uno spazio dedicato alla parola”) che indagano il potenziale espressivo del corpo-voce in un atto linguistico come veicolo di esternazione e di condivisione di un contenuto centrato sulla parola, sia essa la denuncia sociale dei cantastorie o le esternazioni della propria interiorità degli slameurs. Completano il volume i saggi di Sophie Stevance (“La dimensione del “gioco” di gola inuit nella tradizione della nuova vocalità occidentale secondo Tanya Tagaq”) e di Serge Lacasse (“Strategie narrative in “Stan” di Eminem) che rispettivamente propongono una riflessione su come un gioco vocale possa trasformarsi in musica interpretate e riconsiderano la narratività musicale alla luce di parametri tradizionalmente esclusi dall’analisi musicologica, come nel caso del rap. 

Salvatore Esposito

Giorgio Canali & Rossofuoco – Perle Per Porci (Woodworm, 2016)

Un disco composto riletture di brani altrui è sempre una sfida, non solo perché attrae sin da subito lo scetticismo di certi critici che corrono subito a scrivere di ipotetiche crisi creative, ma anche perché comporta naturalmente il confronto con gli originali. In questo senso“Perle Per Porci” di Giorgio Canali & Rossofuoco rappresenta una grande eccezione, non solo per le modalità con le quali ha approcciato le varie reinterpretazioni, ma anche nelle scelte operate con brani, ripescati lungo il sentiero che parte da Francesco De Gregori attraversa la new wave italiana e giunge ai cantautori degli anni Zero. Illuminante in questo senso è citare quanto ha dichiarato lo stesso ex C.S.I.: “Questo progetto era nella mia testa da sempre. Nel corso degli ormai tanti anni passati a cercare di vivere di musica, mi è capitato di imbattermi talvolta in realtà musicali che avrebbero meritato una ribalta che non hanno mai avuto e in canzoni altrui che invidiavo, all’epoca presentate ad una audience troppo spesso distratta (perle regalate ai porci appunto) … canzoni che avrei voluto aver scritto io. Prima è venuto il titolo, anni fa, … poi le canzoni si sono accumulate, qualcuna sconosciutissima, qualcuna più famosa. Alla metà dell’autunno ci siamo chiusi con Rossofuoco in uno studio sulle colline a sud di Bologna e in pochi giorni abbiamo fatto nostre queste perle, abbiamo finito il lavoro fra Bassano del Grappa e casa. Alla fine mi sono reso conto che si tratta, con un paio di eccezioni, di una specie di antologia del mio piccolo mondo musicale italofono”. Registrato da Francesco Felcini al Q-Rec studio in Val Quaderna (BO) e al Chichoi Studio di Bassano del Grappa (VI), il disco ha il pregio di dare nuova vita e nuova luce a tredici brani salvati dall’oblio da Giorgio Canali che non si limita alla loro semplice rilettura ma le rende sue, attraverso quel sound diretto, crudo e tagliente diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Aperto dal crescendo elettrico di “Pesci e Sedie”, traduzione in italiano di “Fish and Chair” dei francesi Croman & Tuscadu cantata a due voci con Angela Baraldi, il disco entra subito nel vivo con la trascinante resa di “A.F.C. (Angelo Fausto Coppi)” dei milanesi L’Upo, a cui seguono quel gioiello che è “Tutto è così semplice” di Macromeo e “Un giorno come tanti” dei romani Mary in June il cui leader Ale Morini duetta con Canali. Se “Canzone Dada” dei Plasticost risale al 1983, la successiva “Lacrimogeni” risale all’album di debutto de Le Luci della Centrale Elettrica”. Non manca un brano dell’amica Angela Baraldi (“Mi vuoi bene o no?”), così come qualche sorprendente ripescaggio come nel caso di “Buon Anno” da “J’accuse, amore mio” di Faust’o, ma la vera perla del disco è la rilettura, ma sarebbe meglio dire riscrittura in chiave elettrica di “Storie di Ieri” di Francesco De Gregori. Si prosegue con “Richiamo (Recall)” dei Frigidaire Tango in cui militava Steve DalCol il chitarrista di Rossofuoco, la rabbiosa “F-104” di Eugenio Finardi e “Gambe di Abele” dei triestini Luc Orient il cui refrain vale il prezzo del disco. “Luna Viola”, un omaggio al Santo Niente di Umberto Palazzo, ultima perla di un disco da ricordare e da tenere d’occhio assolutamente in chiave Targhe Tenco. 


Salvatore Esposito

Riccardo Chiarion – Waves (Caligola Records, 2015)

Riccardo Chiarion è un chitarrista rodato che con “Waves”, il suo nuovo album, raccoglie un sestetto raffinato a cui affida una sequenza di brani (in tutto sono undici) lirici, delicati e allo stesso tempo pungenti. Un insieme di suggestioni che si avvolgono l’una sull’altra con la stessa armonia con cui gli strumenti e le esecuzioni scivolano gli uni sugli altri, definendo il profilo di una produzione elegante ma non pedante, spoglia ma non povera. La sensazione generale che orienta l’ascolto di tutto l’album – un ascolto che ha bisogno di tempo e che deve annodarsi a tutti i dettagli, soprattutto timbrici e armonici, da cui prendono forma i brani – è riconducibile innanzitutto alla competenza dei musicisti. Una competenza ovviamente tecnica, ma soprattutto capace di spingere il flusso dei suoni dentro una visione pienamente jazzistica, che abbraccia allo stesso tempo l’estemporaneità delle relazioni tra gli strumenti e la ponderatezza di una scrittura sobria, venata in alcuni tratti di un piacevole virtuosismo, con note e frasi colorate e inaspettate. Il suono può essere descritto come elettrico, sebbene sia coerentemente mitigato da una gamma timbrica molto ampia (a partire dalla chitarra) e da una strumentazione strutturalmente acustica. In questo senso vale la pena soffermarsi su “Ogni stella po ‘ncantà”, in esergo a tutto l’album. È un “piccolo” brano che introduce tutti gli altri e che l’autore affida alla voce di Diana Torto, sorretta da poche note arpeggiate di una chitarra densa e regolata su un registro basso. La fluidità del canto amalgama, in poco più di un minuto, un dialogo armonico e cadenzato, che si asciuga in modo “naturale” in un silenzio necessario, a cui è concesso solo un brevissimo tratto per introdurre “Voce”, il brano dove ricompaiono il canto e la chitarra in un contrappunto più articolato. Anche i timbri sono ripresi dal brano precedente: Chiarion rimane su frasi melodiche spesse e dense. In un primo momento sostiene e segue in unisono la voce, poi traina gli altri strumenti (batteria, contrabbasso e pianoforte, suonati rispettivamente da Luca Colussi, Alessandro Turchet e John Tylor) in uno spazio nuovo, più dinamico e ritmato. Lo schema viene ripreso dopo il secondo intermezzo vocale, nel quale il piano prende la parola e saltella su una base ritmica solida ancorché sfuggevole. La title-track “Waves” è introdotta da una frase di pianoforte sulla quale si imperniano tutti gli altri strumenti, definendo un andamento cadenzato, appena rischiarato dalla presenza del sax tenore di Julian Siegel. Il brano si configura dentro una dinamica più sviluppata, nella quale tutti gli strumenti fraseggiano e ritmano allo stesso tempo. Una dinamica che confluisce nel acanto della chitarra, che qui ha un suono più chiaro, assottigliato e si asciugato direttamente dal soffio del sax, che a sua volta fa esplodere il brano, alternando un fraseggio più estemporaneo a qualche unisono con le corde. Il brano è anche più teso degli altri, soprattutto in ragione di una sovrapposizione armonica molto efficace, che annoda la linea melodica principale fino alla chiusura. Incantevole “Come se spargesse nuvole”: è un brano cantato ma pieno di suoni sovrapposti, legati insieme da una coerenza ritmica straordinaria. La voce è un vero e proprio sollievo e riesce a ad ampliare il raggio sonoro fino a far emergere in primo piano il contrabbasso, che si prolunga in un solo ligneo e intransigente, fino allo squillo della chitarra. Chiarion riesce qui a voltare pagina, alterando del tutto l’andamento del brano con una serie di fraseggi più ritmici e veloci. Fino a quando torna la voce, stavolta sopra un flusso sonoro più complesso, che sembra inghiottirla e sorreggerla allo stesso tempo. L’album si chiude con “Unknown”, una carezza indimenticabile, il cui solo incipit vale tutto l’album. Ancora in unisono la chitarra e la voce, ma l’aria è più rarefatta, come ci conferma il contrabbasso suonato con l’arco, trafitto dalle note pesanti del pianoforte.


Daniele Cestellini

giovedì 21 aprile 2016

Numero 252 del 21 Aprile 2016

È di questi giorni un appello ai lettori del prestigioso mensile di folk e trad britannico froots (www.frootsmag.com), con una storia lunga 37 anni e prossimo ai 400 numeri, a sostenere una pubblicazione indipendente e lontana dalle lusinghe mainstream. È il segno delle difficoltà che, qui da noi come altrove, la stampa musicale attraversa in una fase di trasformazioni epocali. Mentre facciamo nostro l’appello del mensile diretto da Ian Anderson, rigirandolo anche ai nostri lettori, troviamo conferma del fatto che il lavoro svolto quotidianamente dalla redazione del nostro piccolo progetto editoriale, che abbiamo chiamato ”Blogfoolk” – dettato da passione, che non significa rinunciare alla professionalità – è prezioso in tempi sempre più difficili.  Propendiamo per una divulgazione non superficiale, abbiamo scelto l’approfondimento all’assertività del copia-incolla del Web. Se sentite anche vostra questa iniziativa editoriale e volete aiutarla a farla crescere, i nsotri contatti li conoscete. Intanto, vi presentiamo il ricco menu del numero 252, aperto dalla cover story dedicata a "Piccoli Cambiamenti", antologia che celebra i quarant’anni di carriera di Mimmo Locasciulli. Abbiamo intervistato il cantautore abruzzese per farci raccontare questo nuovo progetto discografico che lo vede rileggere alcuni brani del suo repertorio tra successi e gustose sorprese. Lo spazio world è molto ricco, perché se è vero che i dischi si vendono sempre meno, di ottima musica siamo circondati: basta avere sensibilità e orecchie aperte al mondo. Iniziamo, con l’atteso ritorno degli Afro Celt Sound System: "The Source" è il nostro Disco Consigliato. Spostandoci in Grecia, ci occupiamo di "Minóre Manés" del María Símoglou Ensemble e di "A tribute to Panayiotis Toundas" di Katerìna Tsiridou, riletture a quattro stelle del repertorio rebetiko. Poi, voliamo a Cuba con “Guajira Mas Guajira”, nuovo album del leggendario cantante e chitarrista campesino Eliades Ochoa in compagnia degli Alma Latina. L’occhio sulle produzioni italiane ci porta in Veneto per accogliere l’esordio omonimo della band chioggiotta Truma, band che coniuga tradizione popolare e canzone d'autore. Non ci facciamo mancare un doppio spazio riservato alla musica dal vivo con i reportage dalla presentazione di "Soundcity" di Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona tenutasi lo scorso 16 aprile all'Auditorium Parco della Musica di Roma, e dei concerti del chitarrista Manuel Barrueco e dei London Brass, ospitati, rispettivamente il 12 e il 16 aprile, presso l'Aula Magna della Sapienza all'interno del corposo cartellone della IUC. Con questo nuovo numero, continuiamo i focus sulle etichette discografiche: Don Gino Samarelli ci parla della label pugliese Digressione Music. In conclusione, dal nostro scaffale abbiamo selezionato per voi il prezioso numero 25 de “Il de Martino” nel quale trova posto il saggio inedito “Il paese di San Domenico. Aspetti della religiosità popolare in Abruzzo” di Cesare Bermani ed il releativo disco omonimo.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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WORLD MUSIC
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Mimmo Locasciulli – Piccoli Cambiamenti (Believe Digital, 2016)

Anticipato dal singolo “Confusi in playback”, cantata in una versione inedita a due voci con Luciano Ligabue, “Piccoli Cambiamenti” è il doppio album che celebra i quarant’anni di carriera di Mimmo Locasciulli. Sbocciato artisticamente in quella fucina di talenti che era il Folkstudio, il cantautore abruzzese nel corso della sua carriera ha coltivato la sua passione per la canzone d’autore, esplorando numerosi sentieri sonori dal rock all’elettronica, dal blues al jazz, il tutto senza mai abbandonare la sua attività di medico e chirurgo. Per festeggiare questo importante anniversario Locasciulli ha riletto alcuni brani del suo repertorio, con l’aggiunta di un inedito ed una imperdibile bonus track, una vera e propria festa in musica, a cui non manca la partecipazione di alcuni amici con i quali ha condiviso il suo percorso artistico da Francesco De Gregori ad Enrico Ruggeri, da Andrea Mirò a Gigliola Cinquetti, passando per Alessandro Haber, Stefano Delacroix e Frankie hi-nrg mc. Abbiamo intervistato il cantautore abruzzese per farci raccontare questo nuovo progetto discografico, e senza dimenticare un focus sul suo approccio al songwriting.

Com’è nata l’idea di realizzare “Piccoli Cambiamenti”, doppio album antologico che celebra i tuoi quarant’anni di carriera?
Questo disco nasce dalla richiesta dei miei estimatori più fedeli di pubblicare un disco in commercio, solo per loro, personalizzando ogni compia e da richiedere solo via e.mail. E’ uno zoccolo duro di fan e quindi ero ben felice di accontentarli. Così, mi sono messo alla ricerca delle canzoni da poter reincidere, e riconfezionare in modo diverso rispetto alle versioni originali, e mi sono trovato con una mole di lavoro incredibile. Ne avevo selezionate, infatti, una sessantina e ho cominciato a lavorarci più di tre anni fa. Casualmente poi mi è stato suggerito che ero alla vigilia dei miei quarant’anni di carriera e che sarebbe stato carino festeggiarlo in qualche modo. Ho parlato con chi si occupa di me dal punto di vista discografico e abbiamo cambiato direzione, decidendo di realizzare questo doppio album.

In che modo si è indirizzato il tuo lavoro nella selezione dei brani da inserire in questo doppio album?
La difficoltà principale è stata proprio scegliere le canzoni, perché dalle sessanta iniziali sono dovuto arrivare a queste diciannove. Non volevo fare qualcosa come “il meglio di” o “il best of”, ma piuttosto volevo che fosse un disco che rappresentasse tutti i passaggi del mio percorso musicale, e questo per accontentare non solo tutti, ma anche me stesso. Infatti, ci sono brani di successo che non sono stati inseriti o canzoni che ho scelto proprio perché non avevano avuto grandi riscontri di ascolti, o ancora quelle che mi danno maggiori emozioni rispetto ad altre.

Come hai approcciato le riletture dei brani che hai scelto? In questo senso come si sono evoluti i brani anche rispetto al palco?
Il titolo del disco è eloquente perché l’aggettivo piccoli fa riferimento proprio ai lievi cambiamenti che ho apportato a queste canzoni, senza mai stravolgerle. Per la maggior parte di esse, ho tenuto la stesura originaria, cambiando giusto un po’ l’abito a certi arrangiamenti. Ho ricantato e suonato piano ed organo in tutte le canzoni, aggiunto archi o sax dove c’erano chitarre e viceversa, scelto soli differenti, ma sostanzialmente l’impalcatura originaria non è stata modificata. Ripeto la vera difficoltà è stata tirare fuori dall’elenco altre quarantuno canzoni su cui avevo lavorato e che, adesso, sono un patrimonio per farne altri cinque di dischi come questo. 

“Piccoli Cambiamenti” è stata anche l’occasione per riportare alla luce brani del passato, uno su tutti la splendida “Cala La Luna”…
“Cala La Luna” fu uno dei miei primi successi, faceva parte dell’album “Intorno a trentanni” del 1982, un disco molto apprezzato e conosciuto, per altro ancora disponibile su iTunes. In questa nuova versione ho proposto l’arrangiamento che ho confezionato per i concerti molto trascinante. Nel disco ho inserito però anche canzoni ancora più vecchie come le due tratte dal disco che feci per il FolkStudio che ormai è veramente introvabile. E’ stato come riportare alla luce vecchi reperti, e devo dire che è stato molto piacevole anche far tornare a nuova vita canzoni che ho sempre amato e che per varie ragioni, per come va anche il mondo della musica, non si ascoltavano più.

Nel disco è presente anche un brano inedito, la title-track. Com’è nato questa canzone?
E’ una prefazione ideologica e di contenuti a tutto il disco, ma anche uno sguardo verso i cambiamenti del tempo, di quello che ci circonda, della musica che ne segue il ritmo. E’ la summa e l’indice di tutte le emozioni che sono riportate nelle canzoni che ho inserito. Quando ho capito che avrei fatto un disco non solo per gli appassionati, ma un doppio come una festa di compleanno con gli amici, ho visto che mancava una presentazione sonora del disco. Non era bello che non ci fosse almeno un brano inedito e, così, ho scritto questa canzone con Roberto Kunstler, ben noto per aver collaborato con Sergio Cammariere ed Alex Britti, e al quale avevo prodotto il suo primo album “Gente Comune” del 1985.

Come mai hai deciso di non inserire canzoni più recenti, come “Hotelsong” dallo splendido “Piano Piano” del 2004?
Non ho voluto mettere in questo disco canzoni recenti perché lo sfizio era quello di andare a vestire di colori nuovi le canzoni più lontane nel tempo, con l’eccezione della sola “Aiuto” che è del 2006. Prendiamo le canzoni degli anni Ottanta con quel suono tipico dell’epoca, devo dire che riportare il passato nell’attuale mi sembrava più giusto. “Idra”, “Sglobal” e “Piano Piano” non sono ancora invecchiati dal punto di vista stilistico da avere una necessità impellente di essere restaurati. Non toccherei mai “Hotelsong” o “Un po’ di tempo ancora” perché sono belle già così ed al massimo avrei potuto aggiungerci degli archi, o ancora tutte le canzoni di “Idra”. Credo che non ci metterò mai le mani sopra anche per la grandezza dei musicisti che ci hanno suonato, farei un torto a me stesso. Forse avrei potuto trovare delle tracce alternative, ma sono troppo recenti per un restyling.

Nel disco sono presenti anche diversi ospiti, ma sarebbe meglio dire i compagni di viaggio dei tuoi quarant’anni di carriera…
Per questa gioiosa ricorrenza ho voluto festeggiare insieme alle persone con le quali ho incrociato il mio percorso artistico, e quindi oltre a Francesco De Gregori, mi piace citare Stefano Delacroix, Alessandro Haber, Enrico Ruggeri, Frankie Hi-Nrg, Andrea Mirò, con i quali ho collaborato in diverse occasioni. C’è poi anche Gigliola Cinquetti con la quale c’è un amicizia antica, perché vent’anni fa le produssi un disco con sette canzoni mie, due di Enrico Ruggeri ed una degli Avion Travel. Quel disco non fu molto apprezzato in Italia, ma al contrario ebbe molto successo in vari paesi europei ed in Giappone, dove facemmo una meravigliosa tournée nei principali teatri, e pubblicammo un doppio live con le riprese della Tv Giapponese. Devo dire che Gigliola è una grandissima artista e non potevo non chiederle di venire a nobilitare una delle mie canzoni. In ogni caso tutti gli amici che hanno partecipato a questa bella avventura sono soltanto il frutto della stima reciproca e non di una operazione commerciale o discografica. Mi dispiace aver lasciato qualcuno fuori come Claudio Lolli, a cui ho prodotto un disco, o Goran Kuzminac, o anche Paola Turci, con la quale ho cantato una canzone. Manca poi anche Büne Huber, il leader dei Patent Ochsner, straordinario gruppo svizzero che quest’anno ha vinto ben tre Swiss Award come miglior gruppo, miglior live e miglior disco. Avrei voluto inserire nel disco in “Scharlachrot” che tradotto in italiano è “Rosso Scarlatto”, ma non ho fatto in tempo a registrare con lui a Berna. Il brano era già pronto come tessitura musicale e mancavano le sue voci e le sue chitarre, ma gli è nato un figlio e non ha avuto più tempo, ma lo recupereremo nel prossimo disco. 

In “Confusi in playback” ospiti poi Luciano Ligabue…
Quando io ed Enrico Ruggeri scrivemmo questa canzone avemmo subito la percezione che sarebbe stata un successo perché era profonda e godibile al tempo stesso. A trent’anni di distanza non ha perso il suo smalto, ed è stato bello averla riproposta con Liga, che trent’anni fa ne cantava l’incipit, insieme a Maio.

Altro ospite è il tuo conterraneo ‘Nduccio con il quale canti la bonus track conclusiva “Oh Mammamia!”…
‘Nduccio, che in realtà si chiama Germano D’Aurelio, è un cabarettista abruzzese molto noto nell’Italia centrale, ma ancor di più è famoso per aver partecipato ad alcuni programmi televisivi con Renzo Arbore, oltre che per essere stato ospite fisso di “Ho perso il trend”, la trasmissione di radio uno con Ernesto Bassignano. ‘Nduccio è un mio amico da sempre, siamo abruzzesi tutti e due, siamo nati a venti chilometri l’uno dall’altro, e ci siamo incontrati varie volte sul palco. Non ricordo bene se a febbraio o marzo dello scorso anno mi inviò una mail con una canzone appena abbozzata che lui riteneva adatta a me. Io gli risposi dicendo che invece era adatta ad essere cantata insieme. Modificai il testo, registrai la parte musicale ed infine registrammo il duetto con molta allegria. Abbiamo girato anche un videoclip molto divertante per questo brano per il quale abbiamo affittato addirittura un peschereccio! Insomma è nato tutto in modo casuale, per gioco. In questa festa di compleanno non poteva mancare una bonus track, come quando inviti gli amici a cena ed alla fine porti il dessert come sorpresa.

Come sei riuscito ad integrare nella tua vita l’essere un chirurgo e l’attività di cantautore?
Fortunatamente sono riuscito a fare entrambe le cose. Fin da ragazzo sapevo che avrei fatto il medico, così come mi piaceva la musica. Suonavo l’organo, dopo aver studiato pianoforte classico per otto anni. Ho sempre pensato che, per me, la musica potesse essere non solo un gran divertimento, ma anche un’elmemento di aggregazione con gli amici. All’epoca si andava a suonare alle feste, era possibile allargare le conoscenze, ed avere una modalità di ingresso nei vari posti dove c’erano i miei coetanei. La musica era ed è un passaporto per la felicità, e non avrei mai rinunciato anche a livello solo materiale ad essa. Se avessi fatto solo il medico, senza avere successo come cantautore, penso che oggi avrei un gruppo con il quale starei in giro a fare cover dei Rolling Stones o di Bob Dylan. Non avrei mai abbandonato il piacere di suonare. E’ accaduto tutto per caso, ho cominciato a fare un disco mezzo clandestino al FolkStudio e devo dire che per i primi dischi pensavo che ognuno di loro potesse essere l’ultimo. Poi è arrivato il successo consolidato, la mia attività artistica ha assunto ed ha ancora una dimensione anche professionale. Ho un ufficio che si occupa in qualche modo di me, e questo mi ha permesso di accettare questa doppia vita e coltivarla senza troppi sacrifici. 

Da medico, quanto consideri curativa la musica?
E’ una sorta di compensazione. Il lavoro di chirurgo, secondo le statistiche, insieme al lavoro di copyrighter pubblicitario è il lavoro più stressante. Io ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia stressante questo lavoro, per cui avere dall’altra parte dell’esistenza questa amaca di riposo e beatitudine che può essere costituita dalla musica mi ha aiutato moltissimo. Chi scrive musica non è un duro di cuore ma ha una sensibilità più profonda e questo mi ha aiutato a considerare la mia attività medica non solo come un lavoro, ma anche come una possibilità di dare una mano, di essere utile. 

Ci puoi parlare del processo creativo alla base del tuo songwriting?
Dopo quarant’anni di interviste posso dirti che quando si dà una risposta ad una domanda di questo tipo, capita poi di ripensarci su e di dire cose diversi quando viene riproposta. Negl’anni ho compreso che la motivazione a scrivere nasce da una esigenza personale. Scrivo per me, o forse esclusivamente per me. Scrivo quando quello che vivo, le circostanze, i fatti, le notizie, tutto quello che attraversa la mia quotidianità, lascia un segno di risposta emotiva. Certe volte questa risposta emotiva si materializza in un discorso con gli amici, in una conversazione, o in una imprecazione. Altre volte prende forma di immaginazione, ci si aggiungono immagini, parole, che io custodisco come fosse un salvadanaio. Non scrivo una canzone ogni volta che ho una risposta emotiva, per lo meno, questo ho capito. In questo salvadanaio ci sono tante di queste emozioni, suggestioni e poi è come se all’improvviso si rompesse. In quel momento, anche magari dopo mesi o anni in cui non ho mai toccato il pianoforte, se non per un concerto o una registrazione, sento la sua attrazione per comporre. 
Accendo il registratore, ho un fogliettino su cui prendo gli appunti, un’immagine, un titolo, delle parole e comincio a suonare e canticchiare per cinque, sei ore di seguito. E’ in quel momento che ho scritto il disco. Lavoro sulla musica, registro tutto, gli arrangiamenti, la base musicale, mi metto davanti al microfono, senza testo scritto e mi metto a cantare una due, tre, quattro, cinque volte, ogni cosa che mi viene in mente, magari leggendo qualche appunto che avevo preso. Basta poi che riascolti cosa ho cantato ed in effetti ho l’ottanta per cento del testo. Trascrivo poi tutto, lo cesello e faccio il canto definitivo. Questa è una metodologia venuta fuori negli ultimi anni. Quando avevo vent’anni scrivevo dieci canzoni al giorno e ne buttavo undici, oggi invece mi sembra di scrivere molto più lentamente, ma quello che scrivo è difficile che lo butti.

“Idra” “Sglobal” e “Piano Piano” sono tre dischi bellissimi quanto diversi dal punto di vista musicale e concettuale. Come si indirizzerà il tuo songwriting nel prossimo futuro?
Sto già lavorando ad un disco di inediti, perché un po’ di tempo fa avevo avuto questa attrazione a comporre da parte del pianoforte. Ho, quindi, un bel po’ di appunti da tradurre in registrazioni. Diciamo che non mi metto mai a confezionare un disco con un’idea precisa, mi lascio guidare dalle emozioni del momento, dai musicisti che mi sono vicini. La mia idea era quella di fare un disco con mio figlio Matteo. Lui ha suonato e suona con me, quando è possibile, perché vive a Parigi dove si occupa di composizioni per il cinema e la televisione. Insieme a lui ho lavorato benissimo anche per questo disco, perché è molto creativo, molto veloce e vorrei che fosse lui a curare la direzione degli arrangiamenti del prossimo. Ho fatto dischi con le orchestre, un disco elettronico, un disco acustico, diciamo che non sono legato ad uno stile perché non ho mai scritto la stessa canzone e questo può essere un pregio ed un difetto, per cui la sorpresa sarà grande anche per me quando avrò capito che direzione dare al mio disco.

Concludendo, come saranno i concerti con i quali promozionerai “Piccoli Cambiamenti”?
Anche in questo caso i discorsi sono complicati. Fino a dieci anni fa potevi permetterti di riunire il gruppo a fine marzo, invitarli a cena e dire: “da giugno a settembre abbiamo venti, trenta concerti”. Oggi è molto più difficile, perché si è ristretto un po’ tutto il panorama live, non ci sono più grandi occasioni, gli assessorati sono in crisi e non si fanno le rassegne. Ci sono solo i concerti a pagamento, i ragazzi non hanno più una lira. Si suona molto meno, a meno che non sei un top seller come Zucchero o De Gregori o Ligabue, e bisogna fare di necessità virtù. I musicisti devono vivere e non posso impegnarsi per una intera estate per fare un paio di concerti, quindi bisogna avere due batteristi, due contrabbassisti, un po’ un alias per ogni strumentista. E’ necessario poi rispondere un po’ alle anche alle necessità degli organizzatori. Se il budget è piccolo facciamo un concerto in trio, se è più adeguato facciamo un concerto in quartetto o anche con la formazione al completo. La canzone “Piccoli Cambiamenti” da solo con il pianoforte o il trio non renderebbe, tuttavia gran parte delle canzoni posso eseguirle con tutte le formazioni.



Mimmo Locasciulli – Piccoli Cambiamenti (Believe Digital, 2016)
Le dinamiche del mercato discografico ci hanno insegnato che spesso le antologie nascono in momenti particolari della vita di un gruppo o di un artista, portando con sé motivazioni di carattere prettamente commerciale. A questa regola però corrispondono eccezioni che riservano sorprese di non poco conto. E’ il caso di “Piccoli Cambiamenti”, recente doppio album antologico pubblicato da Mimmo Locasciulli per celebrare i quarant’anni di carriera. Si tratta di una raccolta di grande pregio che dona nuova luce ad una selezione di diciotto brani del suo songbook a cui si aggiungono la title-track inedita e una divertente bonus track. Come ci ha raccontato nell’intervista che precede, il cantautore abruzzese ha scelto questi brani tra non solo tra i suoi successi, documentandone i “piccoli cambiamenti” e evoluzioni naturali che hanno avuto sul palco, ma anche pescando tra le sue composizioni meno note al grande pubblico, per presentarle in una nuova veste. Coadiuvato dal figlio Matteo e da alcuni compagni di viaggio come Francesco De Gregori, Enrico Ruggeri, Andrea Mirò, Alex Britti, Alessandro Haber e Stefano Delacroix con i quali ha spesso incrociato il suo percorso musicale, Locasciulli ci offre la possibilità di riscoprire perle come “Canzone di Sera” e “Tra lo Utah e Tel Aviv” tratte dal suo disco di esordio “Non rimanere là”, inciso nel 1975 per Edizioni Folkstudio, brani di vibrante attualità come la dilaniana “Il Suono Delle Campane”, riflessioni personali (“I musicisti sono così”), e spaccati di pura poesia tirate a lucido come l’imperdibile nuova versione di “Cala La Luna”, e il duetto con Gigliola Cinquetti “Come viviamo questa età”. Nel mezzo non mancano le ben note “Aria di Famiglia” cantata a due voci con Enrico Ruggeri, la bella versione di “Confusi in playback” con Luciano Ligabue, l’immancabile “Intorno a trend’anni” e il duetto irresistibile con Frankie hi-nrg in “Una vita elementare”. L’ascolto svela arrangiamenti diretti ed essenziali nei quali il blues, jazz e rock incontrano la canzone d’autore tra i tasti bianchi e neri del pianoforte di Locasciulli. In questo contesto si inseriscono perfettamente tanto la programmatica title-track con testo di Roberto Kunstler che funge da perfetta ouverture per questa antologia, quanto la brillante e divertente bonus track “Oh mammamia!” nata dalla collaborazione con il cabarettista ‘Nduccio”. Onore al merito a Mimmo Locasciulli per averci regalato un antologia con i fiocchi, perfettamente rappresentativa del suo songwriting e della suo essere cantautore in continuo movimento ed alla costante ricerca di nuove soluzioni musicali.



Salvatore Esposito