Uaragniaun – Primitivo (Suoni della Murgia & Officina, 2015)

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Uaragniaun sono come un amico a cui ritorni nei momenti del bisogno, quando i punti di riferimento sembrano smarriti. Ecco che ti ritrovi nel conforto della condivisione con chi ti conosce a fondo. Così è per “Primitivo”, disco in cui ci tuffiamo alla ricerca di passione e raffinatezza sposate a rigore artistico, di amore per il canto antico, di una voce che ti riempie l’anima. Insomma, in “Primitivo” ci riconciliamo con l’essenza del trio altamurano: Maria Moramarco (voce), Luigi Bolognese (chitarra e voce), Silvio Teot (percussioni).  Se il precedente disco, “Malacarn”, riluceva per i tratti ‘barocchi’ della sua elaborazione sonora, con “Primitivo” gli Uaragniaun si volgono a un suono che è sostanza, ma che possiede una scrittura meno ridondante e più diretta. Ascoltiamo Maria Moramarco: «La scelta del titolo “Primitivo” non è casuale, risponde a un’esigenza di essenzialità degli arrangiamenti, per cercare di rimanere più vicini alle linee melodiche del canto di tradizione.  Con questo lavoro, in effetti, ci siamo posti l’obiettivo di essere più semplici nella struttura dei suoni, cercando di evitare sovrapposizioni, e di porre al centro della nostra attenzione il racconto cantato». Ebbene, si tratta del decimo album dei pugliesi, dal titolo polisemico, perché oltre ad essere un richiamo all’immediatezza che sprigionava dal loro lavoro d’esordio, “Uailì”, pubblicato venti anni fa, è anche un tributo alle fonti dei canti, quelli che nelle note di presentazione sono definiti i ‘vitigni antichi’ (le voci dei testimoni della tradizione si possono ascoltare in frammenti che fanno da incipit in alcuni brani). Ancora Maria: «Il materiale di cui disponevamo ci ha offerto l’opportunità di lavorare in questa direzione. 
I vitigni musicali consistono in canti da me raccolti tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nella zona di Altamura, canti che, per una serie di motivi avevamo accantonato e rimandato. I nostri ‘vitigni’ musicali più autentici sono le fonti: abbiamo voluto usare qualche stralcio di registrazione di voci per dare significato a questo passaggio. In verità, personalmente, avrei voluto farne più largo uso, ma probabilmente si rischiava di eccedere, di risultare troppo didascalici, quindi abbiamo optato per  una scelta di ‘equilibrio’». Uaragniaun si è sempre configurato come un laboratorio di condivisione di esperienze: non sfugge a questa motivazione il nuovo album, in cui sono presenti collaboratori di vecchia data come Filippo Giordano (violino, viola), Nico Berardi (zampogna, flauto) e Pino Colonna (fiati) decisivi anche nella costruzione degli arrangiamenti. Ci sono poi l’ottimo Carlo La Manna (contrabbasso) e Alessandro Pipino (toy pano, organetto), che oltre ad impreziosire i brani con i suoi strumenti, interviene anche in fase di registrazione. E poi i ‘pargoli’ di famiglia: Michele Bolognese (mandolino) e Nanni Teot (tromba, flicorno, cornetta, voce). Nel disco suonano illustri amici-ospiti: Vincenzo Zitello (arpa celtica e bretone), Daniele Di Bonaventura (bandoneon) e i galiziani Milladoiro, con cui i pugliesi hanno condiviso il palco in un’edizione del festival che dirigono, Suoni delle Murge, presso i ruderi del castello normanno-svevo di Gravina in Puglia.
Diamo la parola a Luigi Bolognese: «Per Vincenzo Zitello e Daniele Di Bonaventura abbiamo identificato dei brani che meglio si adattavano ai loro strumenti. Pur lavorando a distanza, abbiamo avvertito l’entusiasmo con cui sono intervenuti. Il lavoro è stato sviluppato in prima battuta a casa, insieme a Maria, dove abbiamo buttato giù le linee guida voce e chitarra. Nello studio di Gravina abbiamo registrato gli interventi musicali di tutti i nostri musicisti mentre Vincenzo Zitello e Daniele Di Bonaventura ci hanno mandato le loro take registrate via internet. Il missaggio è stato particolarmente impegnativo poiché abbiamo lavorato sulle dinamiche dei vari strumenti per ottenere il tipo di sound che avevamo pensato per “Primitivo”. Il mastering ha rappresentato per noi una vera novità, in quanto non ci siamo affidati a plugin digitali ma alla strumentazione di Leonardo Riselli e Gianluigi Farina». Per quelli che, come chi scrive, danno ancora importanza alla confezione che racchiude l’oggetto sonoro, diciamo che “Primitivo” si presenta in elegante formato digipack con un booklet di quaranta pagine da sfogliare come un libro, con i testi in italiano e inglese e splendidi scatti di Carmelo Eramo e Carlo Cardinale.  Ma entriamo nella scaletta, facendoci guidare ancora da Maria: «In effetti, la scaletta ha richiesto una attenta riflessione. 
Abbiamo considerato gli strumenti usati in ciascun brano, il modo di chiudere e aprire il brano successivo, il tono, il contenuto. Si facevano proposte, si provava poi ad ascoltare per vagliarne la funzionalità. Silvio ha curato questo aspetto in modo particolare». Nella presentazione Uaragniaun scrivono di aver cercato di non perdere di vista la contemporaneità che li circonda. Commenta Maria: «Ho la fortuna di aver ricercato e interpretato questo prezioso materiale. Il lavoro che abbiamo fatto come Uaragniaun è quello di studiare, ricercare dentro e fuori e conseguentemente  elaborare dei prodotti che abbiamo dal primo momento definito per onestà “rielaborazioni”.  Non abbiamo mai voluto “fare il verso ai contadini”. I contesti sono ben diversi, così come diversi siamo noi, che però di quei contesti parliamo a chi oggi completamente ignora quello che è stato e lo facciamo tirandoci dentro la nostra contemporaneità e tutto  quello che siamo noi oggi, con la sfida di questo ossimoro del presente remoto». “Serenata a cucumuedde”, apertura dell’album, segna subito un punto per la tersa linearità di canto, chitarra e arpa celtica. Siamo di fronte a piccole storie cantate, «brani ‘figurativi’ – dice Maria – piccoli quadretti a tinte vive, dove prendono vita alcune vicende in questo paesaggio umano. 
Per fare spazio al racconto, alla voce che dice con il canto, abbiamo preferito fare una scelta di pochi strumenti di accompagnamento, alcune volte limitandoci allo strumento singolo: la sola chitarra, l’arpa, il bandoneon, la zampogna. Pieno strumentale per la satirica narrazione de “La megghiere de l’americhéine”, uno sguardo burlesco sull’emigrazione meridionale: grazie al denaro che le arriva dall’America, la moglie può godersi la vita in barba alla miseria, ai sacrifici e all’invidia altrui. Per la giovane “Iangeline” , invece, l’America rimane un sogno, un luogo irraggiungibile, visto che lei  non ci potrà più andare perché aspetta un bambino. Il bandoneon di Daniele Di Bonaventura  diventa protagonista con le sue screziature di intimismo jazzato ed elegante elemento di dialogo con la chitarra, le percussioni e la vocalità sempre straordinaria di Maria in “La furnesì” (ossia “l’ossessione”).  Sorprendono “Mataléine” e “Callaréire” per le impennate dei fiati che ci fanno viaggiare verso latitudini torride. Lavora di cesello l’organetto di Pipino nella “Tarantella jinde pe jinde”, riconducibile a una certa convenzione folk-revivalistica, mentre è superba la resa del canto religioso “Santa Marije” – uno dei più arcaici della raccolta, precisa Maria – dove Nico Berardi, in un intervento da grande musicista, accompagna con la sua zampogna l’andamento melismatico del canto, accrescendo drammaticità e pathos. 
Sul versante più esplorativo della band, si segnala “Alla vije de la stanzejone” per la sua calda facciata melodica, mentre il testo parla di una partenza per la guerra, ma, come spiega Maria:  ««La parola guerra non è presente nel testo, che fa riferimento alla parata militare che si organizzò in paese per la partenza dei giovani per la I guerra mondiale, è espresso l’entusiasmo della partenza e il rimpianto del paese lasciato alle spalle». Dopo il riuscito strumentale di composizione “Racioppe”, c’è “Giardiniere”, altro picco espressivo, il cui arrangiamento esalta ancora la vocalità naturalmente antica e mediterranea di Moramarco, con l’inciso di ciaramella e di gralla a conferire un tratto quasi arcaizzante al canto narrativo. Segue un’altra sequenza – diciamo  sperimentale – che è l’intreccio di voci in “A rajotte”. Il canto della ‘fonte’ Michele Tamborra si incrocia con quelli di Maria e di suo padre Michele, su una cucitura ritmica ed effettistica di contrabbasso e percussioni: la peculiarità del testo sta nel fatto che si tratta di un canto di lavoro che accompagnava la trebbiatura per calpestamento con gli animali. Chiosa ancora Maria: «La stranezza è che il testo sembra un nonsense, nello stile delle rime infantili, ma il contesto reale in cui si eseguiva era tutt’altro e costituiva un elemento aggregativo, uno  sprono al lavoro molto efficace». La festosa chiusura, in presa diretta, di “Allu balle/Rompeau a chicolateira” porta Uaragniaun e Milladoiro sul palco, accostando tradizione alto-murgiana e galiziana, ed esaltando le affinità melodiche tra i due brani: la commistione tra gaite e zampogne e la voce di Maria Moramarco fanno il testo, rendendo unica l’esperienza sonora.



Ciro De Rosa