Sylvie Genovese – Corde Migranti (SquiLibri, 2015)

Francese di nascita, ma italiana di origini, Sylvie Genovese è una chitarrista e cantautrice dal ricco background musicale, speso attraverso gli studi in conservatorio, le ricerche sul campo al fianco di Giovanna Marini, e la sua attività artistica e didattica. In occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Corde Migranti”, che compendia la sua vita e le sue tante esperienze musicali, l’abbiamo intervistata per ripercorrere i passi salienti della sua carriera, soffermandoci sulle ispirazioni alla base di questo nuovo lavoro, la sua attività di insegnante di chitarra, e i progetti futuri. 

Partiamo da lontano, ci racconti brevemente il tuo percorso formativo?
Sono nata a Lyon in Francia, e lì ho studiato presso il Conservatorio conseguendo il diploma di solfeggio, armonia, contrappunto e chitarra. Dopo essermi laureata in musicologia all’Università di Lyon, ho proseguito i miei studi a Parigi dove nel 1979 diplomandomi in chitarra nella classe del Maestro Aberto Ponce. Nel 1981 sono partita per la Bolivia per studiare e approfondire le musiche e i ritmi Sud americani, e successivamente sono tornata in Sud America per una tourneè organizzata dall'Alliance Française. Attratta dal lavoro svolto da Giovanna Marini, mi sono trasferita a Roma nel 1985, e presso la Scuola Popolare di Musica del Testaccio ho potuto completare la mia formazione seguendo, tra il 1985 e 1988, i corsi di storia del jazz, arrangiamento, improvvisazione, composizione, musica elettronica e canto.

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?
Nel corso della mia carriera numerose e diversificate sono state le mie esperienze artistiche. In particolare, negli ultimi anni, ho dato vita ad un trio per due chitarre e voce dedicato alla musica tradizionale napoletana, e con il quale ho curato gli arrangiamenti del concerto "E spingule e'a Frangesa" portato in scena a Roma e a Napoli e dell’album "Cautamente”, di cui è stato pubblicato  anche un disco prodotto da Il Manifesto. Come solista, invece, ho realizzato due spettacoli "Alterations" e l'attuale "Corde migranti", che presento anche con l’ensemble Kitar. Dal Novembre 2014 al Febbraio 2015 sono stata in Svizzera a Monthey ospite del théatre du Crochetan dove ho potuto registrare “Corde Migranti”.

Nel corso della tua carriera hai compiuto anche alcune ricerche sul campo. Puoi parlarcene?
Ho frequentato i corsi di Giovanna Marini sul canto della tradizione orale italiana, e insieme a lei ed al gruppo della Scuola di Musica del Testaccio, ho avuto modo di partecipare a numerose campagne di ricerca etnomusicologia sul campo in varie regioni italiane, dal Lazio alla Calabria, dalla Puglia alla Liguria fino alla Sardegna. Sono state occasioni di approfondimento molto importanti, che mi hanno consentito di analizzare il repertorio sacro e profano e le sue trasformazioni, attraverso un lavoro capillare di trascrizioni e registrazioni, ma anche  di studio dell’antropologia culturale.   

Prima hai accennato al progetto “Corde Migranti”, com’è nata l’idea di realizzare questo disco?
Cammino con la chitarra lungo strade diverse, lei mi porta lontano. Vivo numerose vite, perché sono allo stesso tempo argentina, francese e aurunca. Suono, canto, racconto cercando di tessere in filigrana i legami tra tutti questi “io”. Questo disco è vuole raccogliere tutte queste esperienze con le mie origini italiane, evocate dalla storia di mia nonna Maria Antonia Testa, partita dai monti Aurunci per la Francia, alla mia città natia Lyon, ricordata attraverso Louise Labé poetessa lyonnaise del Cinquecento. 
C’è l’impronta musicale della mia vita in Italia con la tarantella “Cos’é” e l’incontro con il poeta e cantautore romano Piero Brega autore del testo di “Brace”, così come non manca il ricordo delle musiche ascoltate ed imparate in luoghi lontani che mi ha sempre accompagnato e che è diventato il seme per le mie canzoni oggi con i pezzi sud americani e il poeta e chitarrista argentino Atahualpa Yupanqui, e infine, la canzone francese con Georges Brassens. Ritengo che siamo tutti migranti, la nostra identità si nutre d’altrove insospettati; tante sono le nostre appartenenze, quelle del cuore, del passaporto, del paese dove viviamo, delle nostre origini e altre indecifrabili.

Nel disco è presente anche “J’te Vurria Vasà”. Come mai una francese decide di rileggere un classico della canzone napoletana?
Come dicevo prima ho avuto modo di studiare a fondo la musica napoletana, in particolare “J’te Vurria Vasà” non è solo un classico partenopeo, ma un classico tour court, ed ho voluto inciderla per ricordare Maurizio Lazzaro grande chitarrista romano che ho conosciuto alla Scuola di Musica di Testaccio, attraverso il suo bellissimo arrangiamento

Tra i brani più belli del disco c’è la già citata “Brace”, che hai scritto con Piero Brega. Come nasce questo brano?
Ho conosciuto Piero Brega al circolo Gianni Bosio dove ho insegnato. E’ stato un bellissimo incontro molto stimolante. Spesso gli facevo delle domande su un tema, in questo caso su l'amore ed al seguito delle nostre riflessioni ha scritto questo testo. Lui ne ha fatto anche una canzone tutta sua, ritoccandola un po’, mentre io non ho cambiato nulla perché non volevo pensare all'amore per forza rivolto ad un uomo, dunque mi piaceva lasciare “ad una donna ho detto io ti amo”, che non è nemmeno una dichiarazione di omosessualità, ma solo di libertà.

“Aurunca”, come dicevi prima, è stata ispirata dalla storia di tua nonna…
Ho scritto Aurunca a partire delle registrazioni fatte con mia nonna, nelle quali mi mi raccontava la sua vita. In questo testo ho ripreso in larga parte le sue parole, mentre la musica è una variazione sul tradizionale siciliano “Io partu e su custritto”.

Parallelamente alla tua attività di cantautrice, insegni presso la Scuola Popolare di Musica Popolare del Testaccio. Puoi parlarci di questa esperienza che continua da molti anni?
La didattica rappresenta un aspetto molto importante per me. Ho cominciato molto presto a insegnare la chitarra, ho lavorato in tante situazione, ed in particolare conservo un ricordo molto bello dei corsi fatti a Regina Coeli con il Circolo Gianni Bosio e Sara Modigliani. Gran parte della mia attività didattica si è svolta e si svolge attualmente alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio dove insegno dal 1986. Ho allievi dai sei a settantasette anni e questo mi ha permesso di sviluppare una didattica collettiva rivolta a tutti i livelli, perché in musica serve tutto sia l'allievo principiante che il virtuoso per costruire un insieme con i suoni al posto delle parole . 

Insieme ai tuoi allievi hai creato l’ensemble Kitar. Ci puoi raccontare questa esperienza?
La mia attività didattica ha trovato la sua finalizzazione con la creazione nel 2008 dell’ensemble Kitar. E’ una fonte di creatività perché scrivo ed arrangio molti brani per questo ensemble inconsueto di dieci persone che è diventato una vera e propria famiglia.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I progetti per il futuro non mancano. Innanzitutto vorrei portare avanti il lavoro con l’ensemble Kitar, ma soprattutto mi piacerebbe trovare il modo di registrare il prossimo album che sarà dedicato a Roma e agli anni passati in Italia. Ovviamente vorrei continuare anche a portare in giro lo spettacolo di “Corde Migranti”, con il quale il prossimo 29 aprile sarò in scena al Bluedesk di Roma.


Sylvie Genovese – Corde Migranti (SquiLibri, 2015)
Nato inizialmente come uno spettacolo portato in scena sui palchi italiani ed esteri, “Corde Migranti” è il personale diario musicale di Sylvie Genovese, chitarrista e cantautrice francese ormai da anni di base in Italia, la quale ha voluto racchiudere tutta la sua vita ed il suo percorso musicale in undici canzoni, registrate dal vivo tra il 23 e il 23 gennaio del 2014 durante la sua residenza artistica al Théatre du Crochetan a Monthey in Svizzera. Si tratta di un vero e proprio viaggio sonoro di un’artista migrante per scelta e per vocazione, nel quale accompagnati dalla chitarra e dalla voce della cantautrice francese, ripercorriamo, insieme a lei, le tappe della sua formazione in Francia, delle sue ricerche in Sud America e della sua vita in Italia. In parallelo ad emergere è anche l’esigenza di affermare e rivendicare la sua identità plurale in continuo movimento, partendo dalla riscoperta della memoria fino a toccare il confronto ed il dialogo tra culture, lingue e sonorità differenti. Spaziando da brani autografi a riletture di classici della canzone d’autore mondiale, il disco si caratterizza per l’elegante tecnica chitarristica, unita ad un raffinato approccio interpretativo che ci consente di apprezzare tutta l’intensità e la forza evocatrice della sua voce. Aperto da “Los Hermanos” di Atahualpa Ypanqui, un canto contro i regimi totalitari che caratterizzavano il Sud America negli anni Sessanta, il disco ci conduce poi in Italia con la tarantella “Cos’è” nel cui testo si mescolano francese ed italiano. Lo strumentale “Haschich” ci introduce prima alla splendida “ Sonnet VIII”, un sonetto di Louise Labè, poetessa francese del Cinquecento, e poi alla gustosa rilettura di “Pauvre Martin” di George Brassens. Se “La Memoria” di Leòn Gieco è un inno alla necessità di conservare la memoria collettiva, la successiva “J’Te Vurria Vasà” è un omaggio alla tradizione musicale partenopea, tanto amata dalla cantautrice francese. “Brace”, nata dalla collaborazione con Piero Brega, ci conduce verso il finale in cui incontriamo l’autografa “L’Amour”, l’intensa versione di “Alfonsina y el mar” di Felix Luna e Arìel Ramirez, e lo spooken word “Aurunca”, in cui Sylvie Genovese racconta la storia della sua amata nonna emigrata in Francia. “Corde Migranti” è, dunque, un disco di rara bellezza ed intensità nel quale covinvono le tante anime della poliedrica e ricchissima personalità artistica di Sylvie Genovese.


Salvatore Esposito
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