Roberto Cecchetto Core Trio – Live at Cape Town (Nau Records, 2015)

Chitarra, basso e batteria … insomma il solito disco di jazz? Assolutamente no! “Live at Cape Town” (Nau Records, 2015) del Roberto Cecchetto Core Trio non è un disco agevole da etichettare data la forte dose di sperimentalismo. Allo stesso modo, sfugge a ogni tentativo d’inquadramento statico tutta la carriera del chitarrista Roberto Cecchetto, che di questo album è anche autore delle musiche. Parte della sua eccezionalità è già nell’essere stato registrato in live session (2014) – inaugurando così una nuova collana editoriale in collaborazione fra la Nau Records e il Cape Town Café di Milano –, soluzione rischiosa, ma molto stimolante per gli artisti. Al pubblico spetta così la consapevolezza che ogni riproposizione dal vivo sarà un unicum, non esiste cioè una versione standard o, se si vuole, “pulita” di queste sette tracce. Pochissimi i punti comuni con il precedente lavoro di Cecchetto “Soft Wind” del 2011, compresi i compagni di viaggio. “Live at Cape Town”, infatti, è il primo disco dell’inedita formazione che vede al fianco del chitarrista milanese, Andrea Lombardini (electric bass) e Phil Mer (drums): “avevo bisogno di due musicisti aperti e solidi, liberi da sovrastrutture stilistiche”, scrive il leader nelle note di copertina. Il clima che si respira ascoltando questo lavoro è intriso di una strana tensione, stemperata solo dalle grida del pubblico in chiusura di ogni brano. La ragione si trova forse nel suo avere come fattore costitutivo, sorta di leitmotiv che affiora in alcuni pezzi, il battito cardiaco (forse il palesarsi del nucleo vitale e musicale del Core Trio?). L’apertura del disco con “Nowhere Man” è piuttosto consueta, andamento ondeggiante della melodia con spiccata liricità nelle linee della chitarra a testimonianza di quella predilezione del compositore per la lentezza e la riflessione. Con “Easy Walker” emerge il cuore. Caratterizzata, infatti, da una regolare pulsazione di fondo creata dalle percussioni, potrebbe lontanamente ricordare “Another One Bites the Dust” dei Queen, se non fosse per quelle continue frenate e cambi di direzione che, nei quasi dieci minuti di durata, non permettono all’ascoltatore di annoiarsi. Il finale della traccia è inquieto, il (simil) battito cardiaco è circondato da accenni di pura psichedelia. “That Evening” è solo una parentesi, lunga ma pur sempre tale. Nei primi minuti dominano solitarie le evoluzioni chitarristiche di Roberto Cecchetto, finché non invadenti e quasi timidi, si aggiungono i due compagni. Effetti “noise” si palesano pienamente in “Core Awake”. Questo brano emerge letteralmente da suoni elettronici, campane e loop, mentre si fa largo, crescendo battuta dopo battuta, nuovamente un battito cardiaco. È un cuore che si sveglia - esattamente come da titolo - attraverso una sofferta successione di scosse rimiche. Bisogna arrivare almeno oltre la metà del brano perché le pulsazioni si facciano ben distinte. Il tutto avviene con grandissima naturalezza, al punto da perdere quasi la percezione che si abbia a che fare con un brano musicale. Sembra piuttosto la musica del corpo, la melodia di un organismo in rinascita. Se non si osserva il display del lettore cd, non ci si accorgerà neanche che si è già pienamente dentro la traccia successiva: “Daylight”. La vera perla del disco è però “Gift”, a metà strada fra la rielaborazione di “Tears In Heaven” di Eric Clapton, di cui ricorda in certi punti sound e andamento melodico, e un vergine “dono” per gli ascoltatori. L’atmosfera si trasforma completamente nell’ultima traccia “Waiting List”, dove si può ascoltare il primo assolo di bravura del batterista. Come riconosce lo stesso compositore, “le sonorità diventano particolarmente dure e incisive” con l’obiettivo, però, di aprire a una nuova via “di contaminazione e di ricerca che attinge a diversi generi”. Possiamo quindi riconoscere che il disco non fa palpitare al primo ascolto, ancor più se si è alla ricerca di un disco convenzionale, ma cresce ad ogni replay successivo, soddisfacendo i cuori musicali più curiosi. 


Guido De Rosa