Ensemble Micrologus, Aula Magna Università La Sapienza, Roma, 6 febbraio 2016

Immaginiamo la sceneggiatura di un film. In sovraimpressione la scritta: “26 novembre 1954”. Sullo sfondo il piccolo centro toscano di Treppio di Sambuca Pistoiese, sono le tre del pomeriggio. Nel garage di tale Farinelli si sono radunati alcuni uomini, tra di essi c’è il famoso etnomusicologo e antropologo Alan Lomax. “Poèta, dacci un’ottava, dacci un’ottava, poèta!”. Vittorio Lorenzi, detto il Poetino, dopo essersi timidamente schernito, comincia a intonare nel modo degli improvvisatori: “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto”. A questo punto, se fosse veramente un film, l’inquadratura successiva ritrarrebbe l’Aula Magna dell’Università La Sapienza e sul palco l’Ensemble Micrologus. È sabato 6 febbraio 2016 e Patrizia Bovi - voce, arpa e direttore - intona quello stesso primo canto dell’Orlando Furioso proprio secondo la versione del Poetino, registrata da “l’americano” (appellativo con il quale Lomax è ancora oggi ricordato a Treppio) oltre sessantanni fa. Non si tratta di una novità. L’Ensemble Micrologus - fondato nel 1984 dalla Bovi, Goffredo Degli Esposti, Gabriele Russo e il compianto Adolfo Broegg - ha sempre fatto dello studio delle fonti, e soprattutto della ricerca etnomusicologica e organologica le basi imprescindibili della sua opera di riscoperta della musica medievale e rinascimentale. Il concerto proposto dall’Istituzione Universitaria dei Concerti (IUC), reca il programmatico titolo: “Le cortesie, l’audaci imprese io canto”. Musica al tempo dell’Orlando Furioso nel cinquecentenario della prima edizione del poema dell’Ariosto. E in certi momenti la sensazione è proprio quella di ritrovarsi catapultati nelle stanze o nei ridotti delle corti degli Estensi e dei Gonzaga. 
Una voce maschile (Enea Sorini) o femminile, alternando canto e declamazione, narra con la sola lira da braccio o nei panni dal cantore a liuto (come il bravissimo Simone Sorini) le disavventure amorose del paladino di Carlo Magno. Fra i vari brani spicca senza dubbio l’“Aria per cantar stanze ariostesche” di Tuttovale Menon nella quale il pubblico appare rapito in un silenzio estatico, verosimilmente affine a quello dei commensali e dignitari di cinquecento anni prima. All’intonazione delle ottave ariostesche sulle musiche composte dai musici di Ferrara e Mantova - Bartolomeo Tromboncino, Marco Cara, Alessandro Demofonte, Michele Pesenti - , si alternano danze e composizioni di autori anonimi dalle caratteristiche sorprendentemente curiose. È il caso della “Bassadanza” affidata all’elegante binomio liuto e arpa, oppure del “Contrasto fra Apollo e Marsia” vero duello tutto musicale fra la sordellina di Goffredo Degli Esposti e la lira da braccio di Gabriele Russo. Certamente non passa inosservata la frottola “Lirum bililirum” (attribuita a Rossino Mantovano). Quest’ultima è, in estrema sintesi, un bizzarro lamento di un amante col cuore pronto a scoppiare per amore, cantato in dialetto bergamasco o in una sua imitazione parodistica. Oltre all’estrema abilità dei cantori, un merito particolare va riconosciuto agli strumenti adoperati. Lo zufolo, il liuto e il buttafoco (il cosiddetto flauto ad una mano) hanno senza dubbio capacità evocative incredibili come mostra ad esempio l’introduzione strumentale della frottola “Un cavalier di Spagna”. La conclusione della serata è affidata alla “Moresca armata” danza teatrale, per l’appunto “armata” (perché ispirata alle plurisecolari lotte fra mori e cristiani), dove si mescolano sonorità arabeggianti e ritmo da battaglia dato dalle percussioni di Gabriele Miracle. 
Il tutto sfocia così con grandissima naturalezza, nel successivo e conclusivo “Scaramella va alla guerra” di Josquin Desprez, in realtà solo all’apparenza legato all’argomento bellico, piuttosto una spiritosa caratterizzazione d'un eroe popolare. Ritmo coinvolgente, passione divertita degli interpreti, sonorità vitali prodotte dall’insieme di buttafoco, tamburino, arpa, doppio liuto, tammorra e voci. Tutti questi elementi convivono prepotentemente nell’esecuzione del bis, “Alle stamegne, donne!”, canto carnascialesco napoletano del XV secolo. Le suggestioni dell’epica cavalleresca, estesesi verticalmente lungo i secoli e nella nostra società, cioè dalle corti ducali del Cinquecento al mondo contadino del Novecento - come magnificamente riassunto dal programma dell’Ensemble Micrologus per la IUC -, si dimostrano ancora oggi affascinanti e potenti al punto tale da produrre nel pubblico dell’Aula Magna convinti ed entusiastici applausi finali. “Noi eravamo orgogliosi di sentire che le battaglie andassero in favore dei cristiani perché sconfiggessero i nemici ... e poi anche perché i guerrieri forti, pam: Orlando, Rinaldo - Madò! - Carlomagno, il grande condottiero Carlomagno: se n’è parlato, io credo che se ne parlerà sempre!” (Vittorio Lorenzi ad Alan Lomax, 1954). 

Guido De Rosa