Débora Russ - Tangos Pendientes (Accords Croisés, 2014)

Come capita a volte - e si è anche verificato in passato in queste pagine - alcuni dei risultati più piacevoli, in termini non tanto stilistici ma piuttosto progettuali, sono ascrivibili ad artisti inaspettati. Artisti che si cimentano in generi “sacri”, pienamente definiti sul piano storico-culturale ed espressivo. Artisti che in molti casi non sono conosciuti come meriterebbero e, come se non bastasse, interpretano quei generi da “fuori”, cioè da una prospettiva non interna: “extra-tradizionale”. Questo processo interessa spesso il fado, che si configura in modo sempre più evidente come un genere internazionale, che va ben oltre i confini riconducibili alla sua genesi e alla fase storica (fondativa) del suo sviluppo. E interessa - in modo probabilmente più evidente, perché i confini sono più labili già in partenza, ancorché geograficamente più ampi - il tango. Anche solo a nominarlo fa una certa impressione, perché oggi più che mai è riconducibile a una dimensione molto profonda, contaminata e contaminante, sulla quale convergono tutti i temi e le espressioni che solitamente si trattano nelle musiche contemporanee: la politica, la riflessione sociale, l’amore, la dimensione introspettiva, l’immaginazione, il sogno, il mito, il rito. Debora Russ riflette tutto questo: è una cantante spagnola intrisa di melodie, voci e suoni iberici e sudamericani; ha la vocazione del tango, la voce suadente e corposa che meglio ne interpreta le sfumature; richiama a sé i musicisti e gli strumenti più espressivi in questo ambito espanso, vagamente e costantemente decadente (ha lavorato in passato con il bandoneista Carlos Nieto, al quale si può ascrivere il merito di aver introdotto la Russ alla carriera professionista, prima con il Doctango Trio e poi con la Orquestra Provincial de Musica Cludadana). Ha, infine, la visione precisa, dettagliata, equilibrata di un programma musicale da far convergere in un progetto discografico. Insomma ha compreso una più o meno comprensibile e condivisibile essenza delle espressioni popolari. Quella fenomenologia di cui parlano tutti (dagli studiosi ai musicisti, passando per giornalisti e “cantori” di varie provenienze) e che tutti comprendono ma spesso non accettano: l’incoerenza e l’inclusività del fascio espressivo e del processo produttivo delle musiche di matrice orale. Che, a ben vedere, le riguarda come riguarda le musiche “meno” tradizionali e forse ancor meno coerenti sul piano storico: da un lato quelle orali ma contemporanee (pop? rock?) e, dall’altro, quelle scritte e colte. In un certo senso “Tangos Pendientes”, il suo ultimo album, racchiude questa prospettiva piena di enfasi e di connessioni con lo scenario fosco e denso del tango, definendone in modo nettissimo la doppia funzione di espressione tradizionale e contemporanea. È composto di tredici brani, alcuni dei quali popolarissimi e tradizionalissimi, alcuni tradizionali e sconosciuti ai più, altri nuovi. È suonato con bandoneon (Victor Villena), chitarra (Alejandro Schwarz) e contrabbasso (Mauricio Angarita), e cantato magistralmente dalla sola voce di Débora. La quale ci suggerisce anche una possibile lettura, incentrata non semplicemente sull’omaggio ai caratteri del tango, ma sopratutto sulla dedizione, sull’analisi dei suoi contenuti più strutturali. Da qui probabilmente la selezione degli strumenti e, quindi, la definizione dei poli timbrici della narrazione, sempre chiara, composta, limpida. I brevi tracciati musicali - in molti casi solcati dal bandoneon - hanno un ruolo fondamentale, perché definiscono un’atmosfera posata, riflessiva e piena di suspense. Un’atmosfera che affiora anche nei brani più ritmati, come “Siempre se vuelve a Buenos Aires”, ma che trova l’espressione più compiuta in brani come “Sur” (attraverso l’intreccio perfetto tra voce, bandoneon e sostegno ritmico di chitarra), “Que Buenos Aires tenga voz”, “Garras” (introdotto da una breve frase melodica composta da poche note pizzicate dalla chitarra) e “Rebeldia”.


Daniele Cestellini